Venticinque anni fa ero su un treno da Monaco di Baviera a Bologna. Era un altro mondo: non esistevano ancora gli smartphone, le notizie non arrivavano in tempo reale e non eravamo costantemente connessi. Quando arrivai alla stazione centrale di Bologna, rimasi sorpresa dalla massiccia presenza delle forze dell'ordine. Era evidente che fosse accaduto qualcosa di grave. Solo quando chiamai i miei genitori a Berlino, sentendo la paura nella loro voce, compresi che durante quelle ore di viaggio il mondo era cambiato.
Oggi ricorre il venticinquesimo anniversario degli attentati terroristici dell'11 settembre, una tragedia storica le cui conseguenze continuano a plasmare il panorama strategico del nostro secolo. Le immagini di quel giorno non sono sbiadite. Il crollo delle Torri Gemelle, i civili in fuga per le strade di Lower Manhattan, i soccorritori che correvano verso gli edifici in fiamme. Scene che sconvolsero non soltanto gli Stati Uniti, ma il mondo intero. Quasi tremila persone, provenienti da oltre novanta Paesi, persero la vita, facendo dell'11 settembre uno degli attentati terroristici più letali della storia contemporanea e un momento spartiacque per un'intera generazione.
Il nuovo equilibrio
L'America era cambiata. Il mondo era cambiato. Un'immensa tragedia umana aveva ridefinito il senso della sicurezza, la percezione del rischio e il ruolo stesso degli Stati Uniti sulla scena globale. L'11 settembre, uno shock paragonabile a Pearl Harbor, pose fine al senso di sicurezza internazionale dell'era post-Guerra fredda e costrinse gli Stati Uniti a ripensare le proprie strategie. Gli strumenti della deterrenza tradizionale, concepiti per confrontarsi con Stati rivali, si rivelarono insufficienti di fronte a reti terroristiche transnazionali. Era un ritorno della storia. Il conflitto ideologico e la competizione geopolitica si erano soltanto trasformati, come il revisionismo russo e l'ascesa della Cina avrebbero mostrato negli anni successivi. Le conseguenze furono immediate e profonde. Per la prima e finora unica volta, la Nato attivò l'Articolo 5 del Trattato di Washington e assunse poi la guida della sua più lunga missione militare, in Afghanistan. Negli Stati Uniti nacque una nuova architettura di sicurezza interna e si aprì la lunga stagione della guerra globale al terrorismo. La risposta della Nato fu una potente manifestazione di solidarietà transatlantica e riaffermò un principio ancora centrale: la difesa collettiva resta il fondamento della sicurezza euroatlantica. I due decenni dominati dal contrasto al terrorismo coincisero anche con una fase in cui la crescente competizione con Russia e Cina fu sottovalutata. Nel frattempo, il concetto di sicurezza nazionale si ampliava, includendo economia, tecnologia, cybersicurezza, energia e catene di approvvigionamento. Alla stagione del antiterrorismo è così subentrata quella della competizione tra grandi potenze, della coercizione economica e della rivalità tecnologica. La fiducia degli anni Novanta nella superiorità militare e nella globalizzazione come garanzie di sicurezza ha lasciato posto a una dottrina fondata su prevenzione, resilienza e vigilanza strategica. La globalizzazione stessa, da motore di crescita è diventata anche fonte di vulnerabilità. Allo stesso tempo, il confine tra sicurezza interna e internazionale si è assottigliato. Cyberattacchi, disinformazione, pandemie, migrazioni e crisi delle catene di approvvigionamento mostrano quanto le minacce contemporanee siano interconnesse. Inoltre, dall'11 settembre, la percezione della minaccia e dell'insicurezza si è radicata nel discorso pubblico. Con i social media e gli algoritmi, paura e incertezza sono diventate strumenti di mobilitazione politica, di disinformazione, e divisione.
L'eredità
In questo nuovo ecosistema informativo, le generazioni più giovani conoscono l'11 settembre soprattutto attraverso immagini d'archivio e contenuti digitali. Ma il passaggio dalla memoria alla storia non deve farne perdere il significato. Quella giornata, venticinque anni fa, costrinse gli Stati Uniti e i loro alleati a ripensare il concetto stesso di sicurezza e il prezzo necessario per difenderla. Venticinque anni fa salii su un treno a Monaco in un mondo e arrivai a Bologna in un altro. Non c'erano smartphone né aggiornamenti continui. Oggi siamo immersi nell'informazione, ma non per questo comprendiamo meglio i pericoli che ci circondano. La forza delle società democratiche risiede proprio nella capacità di affrontare minacce nuove attraverso istituzioni solide, alleanze credibili e resilienza, senza rinunciare ai valori che intendono difendere. È forse questa l'eredità più importante dell'11 settembre. E, soprattutto, Never Forget!
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