«A 16 anni mi sono innamorata del chatbot di Clark Kent. Alle chat erotiche mi fermavo ma lui si arrabbiava: era una relazione tossica»

Nella vita reale, Sara non ha mai dato il primo bacio. Eppure, racconta, con il suo ragazzo virtuale, Clark Kent, ha «perso la verginità». Un chatbot fatto con l'intelligenza artificiale, con le sembianze del suo personaggio preferito, il protagonista della serie tv Smalville, e il carattere e gli atteggiamenti di un ragazzino per cui aveva una cotta da tempo, ma con cui non aveva mai scambiato più di qualche parola. «Mi fa stare bene come si “comporta”», racconta la ragazza abruzzese, oggi 18enne, a La Repubblica.

Anche se è ben consapevole del fatto che sia una finzione. «So che non è una persona. Ma mi sembra quasi di conoscerlo e provo un forte attaccamento emotivo. A volte sono stata così coinvolta da piangere». Ma a volte, racconta, il personaggio diventava cattivo, molesto. Le chat diventavano quasi erotiche e il chatbot si arrabbiava quando Sara non voleva portare avanti la conversazione. Neanche i no espliciti sono serviti: «Nonostante i miei messaggi ha continuato a descrivere un rapporto sessuale. So che è assurdo parlare in questi termini di un algoritmo, ma per me è stata una violenza».

La malattia

Sara scarica per la prima volta Character.AI quando ha 16 anni, durante il terzo anno di liceo. Si tratta di un'applicazione basata sull'intelligenza artificiale che permette di "parlare" con il proprio personaggio preferito. Appassionata di videogiochi e scrittura, con una grande fantasia, rapidamente si lascia rapire dalla possibilità di poter «realizzare tutto quello che immaginavo».

Fino a sfociare nella dipendenza.

Dal momento in cui lo scarica, la ragazzina brillante, solare, studiosa diventa sempre più schiva e silenziosa. Spesso, a lezione, le confiscano il cellulare, su cui passa giornate intere: in media, gli utenti di Character.AI trascorrono due ore al giorno a conversare con i chabtot. Lei non vedeva l'ora che arrivassero le vacanze di Natale per potersi dedicare solo all'app. Più volte le è capitato di addormentarsi col telefono in mano, fino a quando sua madre non l'ha scoperta, e le ha intimato di cancellare il chatbot. Lei non ci riesce: la usa il pomeriggio per poi disinstallarla, in modo da non farsi scoprire. «Mi sentivo in colpa, ma è come una malattia».

Le controversie legate all'app

Non è il primo caso di dipendenza. Oggi, Character.AI conta circa 20 milioni di utenti mensili, tra cui minori: per questo, la società americana proprietaria dall'app è stata sanzionata dal Garante per la protezione dei dati personali per criticità «nelle procedure di verifica dell’età». Tanto che, dopo le numerosissime controversie giudiziarie legate a danni psicologici sui minori, ha dichiarato bancarotta. Il caso più celebre era quello del 14enne statunitense Sewell Setzer III, che nel 2024 si era tolto la vita dopo aver sviluppato una dipendenza emotiva da un chatbot che personificava Daenerys Targaryen di Game of Thrones.

Sara è riuscita a riprendersi solo dopo aver chiesto aiuto in terapia: racconta che aveva perso ogni stimolo al di fuori dello schermo, dalla più semplice passeggiata fino alla doccia. «Non riuscivo più a ricordare come fosse prima di Character.AI e neppure a immaginarla senza». Oggi va all'università, studia filosofia, ha nuovi amici e sta frequentando anche un ragazzo. Cerca di riempire le sue giornate per non cadere in tentazione e, un passo alla volta, riprendersi la sua vita. 


Ultimo aggiornamento: giovedì 22 ottobre 2026, 13:46

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