Abbiamo chiesto ad alcuni esperti di leggere (attentamente) la guida dei pediatri sull'identità di genere

Il primo luglio di quest'anno, vi davamo notizia della pubblicazione di Oltre lo sguardo. Guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente, la prima guida pediatrica italiana realizzata dalla Società italiana di Pediatria (Sip) e dall'Associazione Culturale Pediatri (Acp) sui temi dell'identità di genere, dell'orientamento affettivo e sessuale e dell'accoglienza delle differenze nei percorsi di cura. Il manuale, come vi avevamo raccontato, fornisce informazioni e indicazioni operative, ma anche strumenti relazionali per poter parlare con bambini, adolescenti e genitori. Dedica, inoltre, particolare attenzione al valore e all’uso delle parole, che possono diventare uno strumento di accoglienza e tutela oppure, al contrario, generare distanza, disagio e sofferenza.

"Utilizzare termini corretti, rispettosi e non giudicanti - si leggeva qualche settimana fa nel comunicato che accompagnava l'uscita della guida - è parte della qualità della cura". Oltre lo sguardo aveva da subito attirato le critiche di Pro Vita & Famiglia, che in una petizione che ne chiedeva il ritiro, scriveva: “La salute dei nostri figli e nipoti non sarà più al sicuro se migliaia di pediatri si trasformeranno in militanti attivi del movimento LGBTQI+, trasformando i loro studi in laboratori ideologici”.

Tuttavia non sono stati solo i gruppi cattolici e ultra conservatori a guardare con sospetto il manuale, ma anche alcuni nostri lettori, che ci hanno scritto dicendosi preoccupati per la sua impostazione "affermativa".

In sostanza, il modello affermativo dell'identità di genere (Gender Affirmative Model) è un approccio clinico, psicologico ed educativo che riconosce, convalida e sostiene l'identità di genere vissuta dal minore, anche quando questa non coincide con il sesso biologico assegnato alla nascita. Questo paradigma si contrappone storicamente ai vecchi modelli "correttivi" o di riparazione (volti ad allineare forzatamente l'identità al sesso biologico). Negli ultimi anni, questo approccio è diventato oggetto di intense critiche a livello internazionale da parte di clinici, bioeticisti e organi di controllo sanitario (come emerso nel celebre Cass Review nel Regno Unito), soprattutto perché rischierebbe, secondo i detrattori, di incanalare troppo rapidamente il minore verso una scorciatoia medica.

Per cercare di fare chiarezza e al contempo di approfondire la questione, abbiamo chiesto ad alcuni esperti, che hanno letto la guida Oltre lo sguardo, di dirci il loro parere professionale, anche alla luce delle critiche al metodo affermativo. Ecco che cosa ci hanno detto.

Barbara Urdanch, pedagogista

Sono una pedagogista che si occupa di inclusione, quindi il mio sguardo è sull'ambiente educativo, sul linguaggio e sull'accoglienza, non sugli aspetti clinici. Le preoccupazioni di chi parla di approccio "troppo affermativo" vanno distinte, perché sotto quella stessa parola si mettono cose molto diverse. C'è chi teme una medicalizzazione precoce dei bambini e delle bambine: ma questa guida, semplicemente, non parla di quello. È rivolta al pediatra di base e il suo oggetto è la relazione in ambulatorio: ascoltare, usare parole che non feriscano, riconoscere un eventuale disagio e, quando serve, indirizzare a chi ha competenze specialistiche. Non prescrive nulla e non avvia alcun percorso. Chi la legge come un manuale per "trasformare i bambini" le attribuisce qualcosa che nel testo non c'è. Il piano su cui mi muovo è proprio il cuore del documento: come accogliamo un bambino o una bambina, con quali parole, in quale ambiente. Sappiamo, e qui le evidenze sono solide, che un contesto ostile, il rifiuto, la derisione, il sentirsi "sbagliati" hanno effetti pesanti sullo sviluppo, sull'autostima e sulla salute; e che al contrario un ambiente che riconosce e rispetta protegge. "Affermativo", in questo senso, non significa spingere un bambino o una bambina da nessuna parte: significa non caricare di stigma, non dare nulla per scontato, lasciare lo spazio di essere ascoltato e ascoltata. È l'opposto del plasmare: è fare spazio. Non liquiderei però ogni possibile obiezione come un equivoco, perché sicuramente non tutte lo sono. Sul versante dei trattamenti medici in adolescenza esiste un dibattito scientifico serio e ancora aperto, e la prudenza è legittima. Ma è un dibattito che riguarda i centri specialistici e i loro protocolli, non ciò che riguarda questa guida: confondere i due piani è precisamente ciò che alimenta la polemica. Tenere insieme accoglienza senza stigma, da un lato, e prudenza clinica dove serve, dall'altro, non è una contraddizione. Il compito di chi educa, e di chi cura in età evolutiva, resta questo: riconoscere ogni bambino e ogni bambina per quello che sono, e non lasciarli soli e sole. Lo scriveva Danilo Dolci, ed è la cosa più vera che conosca sull'educazione: "ciascuno cresce solo se sognato". Una guida come questa, in fondo, chiede solo che nessun bambino e nessuna bambina resti fuori da quel sogno.

Anna Nardoni, psicologa psicoterapeuta ad orientamento sistemico-relazionale, practitioner EMDR, e Angela Angelastro, psicologa psicoterapeuta ad orientamento Gestalt fenomenologico-esistenziale, terapeuta EMDR

C'è un momento, spesso intorno ai tre o quattro anni, in cui un* bambin* guarda i propri vestiti, i propri giochi, le parole che gli altri usano per descriverl*, e comincia a chiedersi: “quest* sono io?”. È un momento silenzioso, quasi mai dichiarato con quella precisione, ma osservabile in mille piccoli segnali, come ad esempio una preferenza insistita, un rifiuto, una domanda posta e riposta. I genitori lo notano, i pediatri lo intercettano nelle visite di routine, gli insegnanti lo vedono nei giochi di ruolo. Ed è proprio in questi anni, apparentemente così lontani dalle grandi domande dell'adolescenza, che si gioca una parte importante della costruzione dell'identità. Negli ultimi mesi il tema dell'identità di genere nei minori è tornato al centro del dibattito pubblico italiano, con posizioni spesso nettamente contrapposte. Più interessante che schierarsi, però, è fare un passo indietro e chiedersi: che cosa sappiamo, dal punto di vista dello sviluppo psicologico, di come si forma l'identità in un* bambin*? E cosa significa, in termini clinici, ascoltare quell'identità mentre si forma? L'identità non nasce già scritta.
La psicologia dello sviluppo ci dice da tempo che l'identità personale (di genere, ma non solo) non è un dato che il/la bambin* porta con sé già completo fin dalla nascita, né qualcosa che si decide in un istante. Al contrario è un processo, fatto di esplorazione, prova, ritorno su sé stessi, continua ridefinizione. Il/la bambin* sperimenta ruoli, immagini, appartenenze; le confronta con le risposte dell'ambiente; le integra o le abbandona. Questo vale per il senso di sé in generale e vale, in modo specifico, anche per il modo in cui un* bambin* si colloca rispetto al maschile e al femminile. Negli anni prescolari, in particolare, l'esplorazione è la norma, non l'eccezione. Preferenze molto marcate rispetto a vestiti, giochi, compagni di gioco o affermazioni sul proprio genere possono comparire, modificarsi, sparire, ricomparire. Questo non significa che siano prive di significato: al contrario, sono il materiale grezzo con cui il/la bambin* costruisce la propria immagine di sé; ma significa che, a quest'età, la persistenza nel tempo è un elemento che va osservato con pazienza, più che interpretato in modo definitivo. Con l'ingresso nella preadolescenza e nell'adolescenza il quadro cambia. Il senso di identità si consolida, la capacità di riflettere su di sé si affina, e ciò che nell'infanzia poteva essere esplorazione transitoria assume, per alcun* ragazz*, i caratteri di un vissuto stabile e ripetuto nel tempo. È qui che la letteratura clinica invita a una lettura più attenta alla continuità: non tanto che cosa dice il/la ragazz* oggi, quanto cosa emerge, con quale coerenza, in quale arco di tempo. Uno dei nodi più fraintesi nel dibattito che spesso si accende su questo tema riguarda la parola ascolto. Nel lavoro clinico con bambin* e adolescenti, accogliere ciò che un* minore comunica di sé (con un disagio, attraverso una preferenza o una domanda identitaria) non equivale automaticamente a confermare un percorso, tantomeno a orientarlo in una direzione o in un'altra. Sono due piani distinti. Il primo piano è quello della validazione dell'esperienza soggettiva: il/la bambin* che porta un vissuto, qualunque esso sia, ha bisogno di sapere che ciò che sente viene preso sul serio, non liquidato o ridicolizzato. Questo tipo di ascolto, che in psicologia clinica si associa spesso a una funzione protettiva, poiché il sentirsi non riconosciuti è un fattore di rischio ben documentato per l'isolamento e la sofferenza psicologica nei/nelle minori, non implica alcuna presa di posizione sul contenuto specifico di quel vissuto. Il secondo piano è quello della valutazione clinica vera e propria: capire se ci si trova di fronte a un'esplorazione propria dello sviluppo, a un disagio più ampio che si esprime attraverso il tema dell'identità o, ancora, a un vissuto stabile che richiede un accompagnamento nel tempo. Questo secondo piano richiede osservazione, gradualità, e, soprattutto, tempo. Non è un giudizio che si dà in una prima visita, né una risposta che si può dare in astratto, valida per ogni bambin* allo stesso modo. C'è un concetto, in psicologia dello sviluppo, che aiuta a orientarsi in questo territorio complesso ed è quello di rispecchiamento. Il/la bambin* costruisce il proprio senso di sé anche attraverso lo sguardo dell'adult* di riferimento, che sia genitore, insegnante, pediatra. Uno sguardo, che nega o ridicolizza ciò che il/la bambin* porta, finirà per produrre non tanto la scomparsa di quel vissuto, quanto la sua sommersione: il/la bambin* impara così che certe parti di sé non sono raccontabili e questo ha un costo, spesso silenzioso, che si osserva più avanti nella sua crescita. Uno sguardo che si limita ad assecondare senza discernimento, dall'altro lato, rischia di saltare proprio quella funzione di accompagnamento nel tempo che permette al/la bambin* di distinguere, insieme all'adult*, che cosa è esplorazione e che cosa è assestamento. Tra questi due estremi, si colloca il lavoro clinico reale, fatto di ascolto attento, di tempo, di domande più che di risposte precoci. Un lavoro che difficilmente si lascia raccontare in una formula netta; ed è forse proprio questa complessità, più che la contrapposizione tra fazioni, il punto da cui vale la pena ripartire.

Elisabetta Ferrari, referente dell'associazione GenderLens e autrice di libri

Come associazione GenderLens ( www.genderlens.org) abbiamo accolto con favore la Guida di SIP, Oltre lo Sguardo, sui temi che riguardano l'identità di genere, gli orientamenti affettivi e sessuali, le famiglie omogenitoriali e l'accoglienza alle differenze nei luoghi di confronto, di supporto e di cura a cui le famiglie si rivolgono: gli studi pediatrici. Avere a disposizione materiale informativo, con un linguaggio rispettoso e corretto per approcciarsi a questa realtà è un primo passo importante, vista la mancanza di un insegnamento strutturato e obbligatorio della medicina di genere, della salute psico-fisica correlata agli orientamenti sessuali e all'identità di genere nei percorsi universitari Nella Guida si sottolinea giustamente l'importanza dell'"approccio affermativo", un modello di accompagnamento supportato da recenti e acclarati studi scientifici internazionali. Parlare di approccio affermativo non significa affatto definire, spingere una bambina o un bambino all'interno di un percorso rigido già precostituito ma al contrario lasciare a queste giovani persone la possibilità di esplorare ed esprimere se stesse nei loro percorsi di crescita. Per un genitore questo vuol dire mettere al centro soprattutto un ascolto attivo, dare a queste giovani persone riconoscimento e legittimità favorendo spazi sicuri, rispettosi e ampi dove possano manifestare serenamente la propria unicità di persone in crescita. È l'educazione stessa che dovrebbe essere sempre così: accompagnare, sostenere e affermare.