Abbiamo insegnato all'AI a parlare come noi. Valeria Fossatelli: «Il rischio è che, per comodità, cominciamo tutti a parlare come lei» (o lui)

Valeria Fossatelli è una professionista della comunicazione politica, istituzionale e strategica. Co-creatrice di Francesca Giubelli, la prima influencer artificiale, cioè realizzata con l'AI, Fossatelli analizza con noi il momento attuale. Tra le grandi opportunità che potremo sfruttare e i pericoli che starebbe correndo l'umanità e che dobbiamo fare assolutamente in modo di evitare. «Abbiamo reso le macchine capaci di usare il nostro linguaggio. Ora dobbiamo evitare di impoverire il nostro per assomigliare a loro», dice l'esperta in questa intervista per Vanity Fair.

Valeria Fossatelli, quanto la preoccupa davvero l’idea che l’intelligenza artificiale possa sfuggire al controllo dell’uomo?
«Penso a Stanley Kubrick in “2001: Odissea nello spazio”, quando HAL si rifiuta di obbedire. Il punto è la delega. Gli interrogativi di Dario Amodei di Anthropic vanno ascoltati. Non possiamo disinventare la lavatrice: una tecnologia che esiste va governata».

E il dibattito che coinvolge Anthropic, Musk, Trump?
«Dimostra che l’AI non è più un argomento solo per informatici: è politica industriale, sicurezza, geopolitica. La domanda è: chi ha il diritto di stabilire la velocità del futuro? Le aziende, gli Stati, il mercato?».

Valeria Fossatelli

Valeria Fossatelli

Lei, però, all’intelligenza artificiale arriva dalla linguistica.
«Sono nata come linguista e anglista: in un blog analizzavo il discorso politico attraverso linguistica, semiotica e i principi della politeness. Oggi mi torna utilissimo nei prompt: un prompt non è una lista della spesa, è un atto linguistico. Pensare che tutti sappiano usare l’AI perché possono aprire ChatGPT o Claude è come dire che tutti abbiamo una penna, ma non tutti sappiamo scrivere».

È anche da questa riflessione che nasce Francesca Giubelli?
«Francesca nasce quasi tre anni fa per capire dove sarebbe potuto arrivare l’uso di massa dell’AI. Il progetto è nato con Emiliano Belmonte, responsabile media, e Francesco Giuliani, responsabile tecnico. Io lavoro su identità, prompt, voce e linea editoriale. Non volevamo un avatar neutro: Francesca è romana, credente e legata a valori tradizionali».

Poi avete provocato anche la politica.
«Sì, prima con l’ipotesi delle elezioni europee, poi con la candidatura a sindaco di Roma. Era ovviamente una provocazione, ma non fine a se stessa. Con Francesca abbiamo estremizzato il meccanismo: che cosa rende oggi credibile un’identità pubblica? Un curriculum, un corpo, una comunità, una narrazione?».

C’è poi un altro aspetto che avete intuito: l’estetica artificiale.
«All’inizio ci chiedevano: “Perché Francesca è così bella?”. Oggi è l’essere umano che tende verso quell’estetica. Filtri e sistemi generativi uniformano i volti. È un ribaltamento quasi semiotico: costruivamo il virtuale perché assomigliasse all’umano; oggi rischiamo di modificare l’umano perché assomigli al virtuale. Francesca è stata citata in tesi universitarie e nelle scuole abbiamo parlato di deepfake».

È questo il pericolo maggiore dei deepfake? Non distinguere più il vero dal falso?
«Mi inquieta di più arrivare a non credere nemmeno al vero. Se posso generare un volto, clonare una voce o costruire un video plausibile, posso mettere in dubbio anche un contenuto autentico. Il problema è il patto con il pubblico: se dichiaro l’artificio, offro una chiave di lettura; se lo nascondo, produco una falsa percezione di realtà».

L’intelligenza artificiale ci renderà più competenti? Cosa dobbiamo aspettarci in futuro?
«L'AI ha alzato il pavimento delle competenze, ma rischia di abbassare il soffitto. Nel marketing e, ahimè, anche nella comunicazione politica, vedo stessi aggettivi, strutture e claim: una lingua franca dell’AI. L’AI può darti una risposta, non gli anni di esperienza per valutarla. Il rischio è che, per comodità, cominciamo tutti a parlare come lei».

Dove metterebbe allora il limite?
«Nel punto in cui l’efficienza comincia a sottrarci esperienza. Uso l’AI continuamente, ma non voglio che ogni spazio della vita diventi qualcosa da ottimizzare. Il tempo perso, la noia, una conversazione senza telefono sembrano improduttivi, eppure ci costruiscono. La vera sofisticazione sarà decidere quando non usarla».