Non voleva smettere di lavorare. Non voleva nemmeno rinunciare alla carriera costruita in sette anni. Chiedeva, soltanto un anno di organizzazione diversa: tre giorni alla settimana con sei ore continuative e due a tempo pieno. Il tempo necessario per poter uscire dal lavoro e andare a prendere al nido suo figlio Riccardo, che non aveva ancora compiuto un anno. Quell'accordo però non è arrivato e alla fine Beatrice Baratto, 33 anni, si è dimessa. «Quello che mi fa più male è proprio questo: io non volevo lasciare il mio lavoro - racconta Beatrice -. Mi piaceva e avevo investito sette anni della mia vita professionale in quell'azienda. Non stavo chiedendo di smettere di lavorare, ma soltanto una soluzione temporanea che mi permettesse di continuare a essere una lavoratrice e, allo stesso tempo, una madre».
La richiesta
Laureata in Lingue, Beatrice ha lavorato nell'ufficio commerciale di un'azienda del settore calzaturiero del Montebellunese, seguendo soprattutto i mercati esteri. Nell'agosto 2025 diventa mamma di Riccardo. A gennaio, avvicinandosi il rientro dalla maternità, propone di lavorare per un anno tre giorni alla settimana per sei ore continuative e due a tempo pieno, in modo da riuscire a prendere il bambino al nido alle 15.30. «Avevo cercato di organizzarmi anche con mio marito per garantire due giornate intere in azienda. Non stavo chiedendo di lavorare meno per sempre, ma solo un periodo che mi permettesse di conciliare il lavoro con un bambino così piccolo».
La soluzione prospettata dall'azienda, invece, sarebbe stata quella di utilizzare le ferie per mantenere quell'orario fino alla fine dell'anno.
Poi la telefonata della consulente delle risorse umane: «Mi disse semplicemente: "Farai le tue valutazioni". Lì ho capito che lo spazio per trovare un accordo era molto ridotto». Beatrice aveva proposto anche lo smart working, già utilizzato in passato, e successivamente si era rivolta alla consigliera di Parità della Provincia di Treviso per tentare una conciliazione. Ma il confronto non ha portato a una soluzione. A pesare, racconta, è stato anche il fatto che il rifiuto diretto sia arrivato da una dirigente donna, madre a sua volta di tre figli.«Forse proprio per questo pensavo che avrebbe potuto comprendere meglio la mia situazione. Invece mi sono sentita non capita. Essere mamma non significa smettere di essere anche una lavoratrice, una moglie o una persona con le proprie aspirazioni».
Poi c'è stato l'ultimo strappo. Dopo sette anni Beatrice non è riuscita nemmeno a salutare i colleghi. «Le mie dimissioni sono passate quasi sotto silenzio e non ho avuto l'occasione di chiudere quel capitolo salutando le persone con cui avevo condiviso tanti anni».
Oggi ha deciso di ripartire iscrivendosi a una laurea magistrale telematica, con l'obiettivo di provare la strada dell'insegnamento. Ma confrontandosi con altre madri ha capito che la sua storia non è isolata. «Ho incontrato altre donne che hanno lasciato il lavoro dopo la maternità perché non riuscivano a conciliare tutto. Poi ci chiediamo perché nascano sempre meno bambini. Se diventare madre significa mettere a rischio il lavoro e la propria indipendenza, l'inverno demografico rischia davvero di trasformarsi in un'era glaciale».
Ultimo aggiornamento: venerdì 11 settembre 2026, 08:31
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