di Alberto Pileri*
Ho letto con attenzione e interesse l’articolo di Paolo Coletti, pubblicato su Umbria24, dal titolo «All’Umbria serve davvero il 93° Comune?». Gli argomenti illustrati e richiamati — economico-finanziari, gestionali, tecnici, il difficile equilibrio fra entrate, gettito fiscale e uscite, i costi fissi e rigidi che non lasciano margini per garantire l’erogazione dei servizi — sono fondati, importanti e degni di attenzione. Sono espressi e formulati da una persona competente, di qualità professionale e umana, e risultano rispettabilissimi e da tenere in grande considerazione per chi ha responsabilità amministrative e politiche. Valgono tanto a livello basso, nei piccoli comuni, quanto per i grandi comuni, le città metropolitane, le regioni e lo stato centrale.
Il “debito cattivo” — in Italia arrivato al 137 per cento del PIL — è un macigno e una zavorra che inchioda il nostro paese, impedendogli la possibilità di crescere, avanzare e svilupparsi nella giustizia ed equità sociale e territoriale. Il costo del servizio del debito, contratto e cresciuto a partire dagli anni Ottanta, è di circa 85-90 miliardi all’anno: un piombo nelle ali che impedisce di volare. Pur rispettando gli argomenti espressi da Coletti, ho un’altra idea e un’altra posizione riguardo al tema che ha trattato, che provo a mia volta ad illustrare.
Innanzitutto non bisogna chiedersi cosa serve all’Umbria, ma cosa serve ai cittadini delle città della nostra regione per percepirsi, sentirsi e soprattutto essere considerati tali: cioè soggetti attivi della vita democratica, non consumatori e spettatori passivi, spinti all’angolo, messi fuori gioco. Si auspica una democrazia partecipata, non diretta, mediata dai soggetti politici, dai partiti, aperti alla società civile che lavora, studia, si impegna, produce cultura, conoscenza, sapere e ricchezza, e che consenta loro di essere protagonisti coscienti e responsabili.
In primo luogo serve il diritto — non astratto, non il “dirittismo” che va tanto di moda — alla democrazia e alla rappresentanza, coniugato con i doveri del cittadino e di chi lo amministra. Altrimenti cosa devono fare, cosa rimane ai cittadini che non hanno gli strumenti per affermare in maniera civile, pacata e tranquilla le proprie esigenze, bisogni e necessità? A chi devono rivolgersi, al notabile di turno, ricorrere alle raccomandazioni, diventare cliente di Tizio o Caio? L’alternativa è astenersi e abbandonare lo spazio della politica democratica, come avviene da tempo, lasciando che questo spazio sia ampiamente occupato dai digital social media, follower, imbonitori e arruffapopolo. C’è un’altra possibilità, un’altra strada da percorrere?
La soppressione dei consigli di circoscrizione è stata una decisione politica compiuta dai governi e dalle maggioranze negli anni 2011-2013, al tempo dello spread schizzato a livelli stratosferici. Tale scelta fu motivata dal contenimento dei “costi della politica”, così come quella del ridimensionamento delle competenze, funzioni e ruolo delle province. Insieme ai comuni, le province sono le istituzioni locali e territoriali storiche più importanti dall’unità d’Italia fino al 1970, e poi fino al 2012-2013. Le regioni, contemplate dalla nostra costituzione e nate nel 1970, hanno da poco superato i 50 anni di vita e forse avrebbero bisogno di un profondo resettaggio, di un ripensamento, di una manutenzione straordinaria e di fare un tagliando per farle uscire da una lunga crisi che si fa finta di non vedere.
Il mio pensiero è che siano stati compiuti gravi errori politici che hanno contribuito a indebolire la democrazia nel nostro paese. Si è trattato di errori per aver privato i cittadini residenti nei quartieri esterni e periferici delle città, come Terni (lo stesso dicasi per la città di Perugia e per i comuni con popolazione fra i 100.000 e i 250.000 abitanti), di opportunità, spazi e strumenti di rappresentanza e partecipazione democratica popolare. Così come aver indebolito le province ha incrinato e minato l’architettura istituzionale basata sulla triangolazione comune-provincia-regione, che insieme allo stato centrale e alla UE forma un pentagono istituzionale.
Queste decisioni furono prese a seguito delle ripercussioni della grande crisi finanziaria mondiale 2008-2009 e dei rischi di sostenibilità del debito del nostro paese, dando in pasto all’opinione pubblica e agli elettori dei capri espiatori. L’indebitamento del bilancio dello stato, delle regioni e dei comuni è proseguito comunque, subendo un ulteriore balzo per la crisi mondiale provocata dalla pandemia di COVID-19. Alla base di quelle decisioni c’è un’idea centralistica, gerarchica e verticistica delle istituzioni e della politica: un orientamento culturale e politico generale prodotto dalla globalizzazione senza governo. Gratta gratta, al fondo c’è una concezione di “democrazia dall’alto”, accorciata in pochi punti di comando, con il guinzaglio corto. Mancando la qualità responsabile del governo e della politica — con un impoverimento culturale, morale e politico palpabile e diffuso in quantità notevoli nell’ambiente e in tutte le forze e gli schieramenti — si pensa di affrontare le criticità, i conflitti e la complessità con soluzioni affrettate, gridate e semplicistiche. Servirebbero riforme vere, strutturali, non i pannicelli caldi e le scorciatoie che restringono lo spazio e l’agibilità democratica.
I comuni di Torre Orsina, Collestatte, Piediluco, Papigno, Cesi, Collescipoli e Stroncone furono soppressi circa 100 anni fa. Il regio decreto legge 2 gennaio 1927, n. 1, “Riordino delle Circoscrizioni Provinciali”, che decretò la loro cancellazione e l’accorpamento al comune di Terni, porta le firme del capo del governo, il cavaliere Benito Mussolini, del re d’Italia, sua maestà Vittorio Emanuele III, e il visto del guardasigilli Rocco. Per tutto il periodo del regime fascista, e poi ancora fino al 1978, le antiche municipalità soppresse ed unite a forza al comune di Terni fra il 1926 e il 1927 non hanno avuto voce in capitolo e possibilità di parlare e rappresentare le loro esigenze e necessità: il sindaco di Terni nominava un suo delegato locale.
Poi arrivò nel 1978, come un raggio di luce di primavera, la legge che istituiva la nascita dei consigli di circoscrizione in Italia, che il testo unico degli enti locali del 1990 confermò e rafforzò per dare ai cittadini dei comuni medi un livello ampliato di esercizio dal basso della democrazia. Dal 1978 al 2011-2012 — circa più di 30 anni — l’attività svolta dalle circoscrizioni ha rappresentato un momento avanzato di democrazia, vita amministrativa e buon esercizio di gestione dei servizi comunali decentrati, offrendo un gancio, una sponda e una possibilità di espressione e rappresentanza. La loro soppressione ha creato una lacerazione, una rottura, un vulnus e un arretramento delle opportunità di riduzione delle distanze fra governati e governanti, senza migliorare il funzionamento, l’efficienza e l’efficacia delle amministrazioni comunali, ridotte a “fabbriche di procedurificio”, pur se digitalizzato.
Il livello circoscrizionale è stato mantenuto per le grandi città, mentre le antiche municipalità si sono trovate ancora una volta declassate: nel 1927 da comuni autonomi a frazioni, dal 2011 non sono neanche più frazioni, diventando terra di nessuno. Queste realtà sopravvissute agli accadimenti non sono solo pietre, mura, edifici e ricordi del passato; sono in tutto e per tutto comparabili ai piccoli comuni della provincia di Terni e di Perugia, sia per le caratteristiche ambientali e territoriali, sia per dimensioni demografiche e particolarità economiche e sociali.
Queste realtà soffrono da decenni una condizione di obiettiva decrescita, decadenza e marginalità, senza che si intraveda un’inversione di rotta, una prospettiva o un lumicino di speranza. Questa emarginazione è riconducibile ai limiti, all’indifferenza e alla trascuratezza tanto del comune cui sono state aggregate, quanto di altre istituzioni come la provincia e la regione, che le ignorano del tutto. I cittadini che vi risiedono vedono e toccano con mano che a pochi chilometri di distanza dai luoghi in cui vivono, i comuni piccoli e delle stesse loro dimensioni demografiche — se non più ridotte, come Polino, Ferentillo, Montefranco ed Arrone nella Valnerina ternana, oppure Vallo di Nera, Scheggino, Cerreto, Preci ed altri nella Valnerina perugina — si trovano in condizioni di gran lunga migliori. Non c’è paragone e partita: c’è chi viaggia a piedi e con il somaro, e chi in auto e con l’aereo.
I residenti si chiedono perché debbano rassegnarsi a un destino di marginalità e perché non possano beneficiare dei fondi comunitari, del Pnrr, dei canoni idrici e delle concessioni idroelettriche. La risposta che si danno è che si trovano sospesi nel limbo, nella terra di nessuno, privi di voce in capitolo per l’assenza perdurante di interlocuzione, relazioni istituzionali e rappresentanza.
Alcune di queste antiche municipalità, e nella fattispecie quella di Collestatte e Torre Orsina, si trovano a un tiro di schioppo dalla Cascata delle Marmore (sia detto per inciso, fino al 1926 tanto il belvedere superiore che quello inferiore erano territorio del comune di Collestatte). Le 1.750 anime residenti che la abitano e vivono tutto l’anno, dando vita alla costituzione del comitato popolare, hanno deliberato nel corso di affollate assemblee pubbliche aperte che è arrivato il momento di intraprendere il difficile e lungo cammino della ricerca dell’autonomia comunale democratica. Non sarà una passeggiata facile, indolore e lineare, ma altre strade sono precluse e non percorribili, anche perché alternative credibili non vengono offerte, avendo la giunta comunale e il consiglio comunale di Terni respinto di nuovo qualche mese fa la proposta avanzata da un gruppo di opposizione di istituire i consigli decentrati per le antiche municipalità: un comportamento e una decisione arrogante, di chiusura e miope.
Nel 1927 fu soppresso anche il comune di Stroncone, che però nell’immediato dopoguerra riconquistò lo status di comune, mentre negli anni Settanta nacque il comune di Avigliano Umbro per distacco dal comune di Montecastrilli. La democrazia non si fa con i grandi e grandissimi numeri, per aggregazioni e unificazioni forzate. Alcuni anni or sono i cittadini dei comuni di Giove ed Attigliano furono chiamati alle urne per esprimersi con il voto sulla proposta avanzata dai sindaci e dalle amministrazioni di quei comuni per unirsi in un solo ed unico comune, e gli elettori dissero a larga maggioranza di no.
La democrazia comunale non si fa con le aggregazioni e le unioni forzate per diventare sempre più grandi, come per le grandi aziende e i grandi gruppi bancari. Altrimenti dovremmo dedurre, per analogia, che in Umbria 92 comuni sono eccessivi, troppi, e che la strada da percorrere sarebbe quella di un unico grande comune dell’Umbria di 840.000 abitanti, destinato per la tendenza in atto a scendere a 750.000 fra 10-15 anni. Allora la domanda da porsi non è se un nuovo comune — come quello per cui si battono i cittadini di Collestatte e Torre Orsina che, insieme alle associazioni di volontariato culturale, sociale, sportivo e ai partiti presenti nel territorio, hanno dato vita a un comitato promotore — serve all’Umbria, bensì è l’Umbria che deve servire ai cittadini.
La domanda vera da porsi è cosa serve ai cittadini per sentirsi tali nella nostra cara democrazia costituzionale, per contare con libertà non di meno ma di più, e per avere quel minimo di servizi che hanno i cittadini loro simili che sono guardati con invidia perché hanno la fortuna di stare e vivere nei limitrofi comuni piccoli.
* Alberto Pileri, originario di Terni, è un amministratore locale ed esponente politico del territorio, avendo ricoperto in passato l’incarico di assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Terni. Attivo nel dibattito pubblico e politico umbro, si occupa storicamente di questioni legate alle infrastrutture, alle autonomie locali, alla sanità pubblica, al decoro urbano e alla salvaguardia del patrimonio storico e culturale della sua città.