Altro che Loch Ness: la leggenda del drago che viveva nel cuore della Lombardia

Tra l’Adda e il Serio, la leggenda racconta di un enorme drago che infestava le acque del Lago Gerundo. Si chiamava Tarantasio e la sua storia si intreccia con il Biscione dei Visconti, uno dei simboli più riconoscibili di Milano

Prima che la Pianura Padana diventasse il territorio ordinato che attraversiamo oggi seguendo autostrade, campi e centri abitati, tra l’Adda e il Serio esisteva un paesaggio completamente diverso, fatto di acqua, acquitrini, depositi alluvionali e zone paludose che la memoria collettiva avrebbe trasformato in un enorme lago chiamato Gerundo. Ed è proprio in quelle acque, secondo una leggenda che attraversa da secoli il Lodigiano, il Bergamasco e il Cremonese, che viveva una creatura capace di far sembrare quasi innocuo il mostro di Loch Ness: Tarantasio, un drago o enorme serpente che attaccava le imbarcazioni, si nutriva di uomini e soprattutto di bambini e possedeva un alito talmente pestilenziale da rendere irrespirabile l’aria intorno alle rive.

Il dettaglio più sorprendente, però, non è tanto che la Lombardia abbia avuto il proprio Nessie molti secoli prima che la creatura scozzese diventasse un’icona della cultura popolare, quanto ciò che accadde dopo. Perché Tarantasio non sarebbe rimasto confinato nelle storie raccontate intorno al Gerundo: una delle tradizioni vuole che a ucciderlo sia stato un antenato dei Visconti, la dinastia che avrebbe governato Milano, e che proprio dalla vittoria sul mostro sarebbe nato il celebre Biscione, il serpente raffigurato con una figura umana tra le fauci che ancora oggi associamo immediatamente alla storia milanese.

È una storia perfetta. Talmente perfetta, in realtà, da dover essere raccontata distinguendo ciò che appartiene alla leggenda da ciò che sappiamo con maggiore certezza.

Il lago scomparso della Lombardia

Il primo mistero riguarda lo stesso Lago Gerundo, che nell’immaginario viene descritto come un enorme specchio d’acqua disteso tra Adda e Serio, ma che probabilmente non deve essere immaginato come un lago dalle rive perfettamente definite. Il paesaggio era piuttosto un sistema mutevole di paludi, acquitrini, corsi d’acqua ed estese aree periodicamente sommerse, abbastanza impressionante da lasciare una traccia profonda nelle comunità che lo abitavano e da diventare, con il passare dei secoli, un vero e proprio «mare» lombardo nella tradizione popolare.

L’acqua progressivamente arretrò attraverso un processo nel quale ebbero un ruolo sia l’evoluzione naturale del territorio sia le opere di drenaggio, canalizzazione e bonifica che modificarono profondamente questa parte della pianura. Nella leggenda, però, la spiegazione era infinitamente più spettacolare: il lago era scomparso insieme al suo mostro.

Tarantasio rappresentava tutto ciò che di quella terra risultava minaccioso e incomprensibile. Le paludi producevano esalazioni sgradevoli, la nebbia copriva il territorio, le acque potevano essere pericolose e malattie delle quali non si conosceva l’origine colpivano gli abitanti; fenomeni che, molto prima che esistessero strumenti scientifici per interpretarli, potevano facilmente essere riuniti nella figura di una creatura il cui respiro avvelenava l’ambiente. La tradizione dell’«alito pestilenziale» potrebbe infatti avere una spiegazione molto più terrestre del drago, legata alle esalazioni delle zone paludose.

Il mostro dava così un corpo alla paura: se qualcosa rendeva malsana l’aria, distruggeva una barca o faceva scomparire qualcuno nell’acqua, da qualche parte sotto la superficie doveva vivere Tarantasio.

Chi uccise Tarantasio?

Come accade con le leggende che sopravvivono per molti secoli, anche quella sulla morte del drago cambia a seconda di chi la racconta. C’è chi attribuisce l’impresa a un santo, chi la collega a Federico Barbarossa e chi fa entrare in scena un antenato della famiglia Visconti; proprio quest’ultima versione è diventata inevitabilmente la più affascinante, perché sembra offrire una spiegazione perfetta a uno dei simboli araldici più celebri d’Europa.

Il cavaliere avrebbe sconfitto il mostro che terrorizzava la popolazione e, dopo averlo ucciso, ne avrebbe assunto l’immagine come emblema della propria famiglia. Il Tarantasio sconfitto sarebbe diventato così il Biscione visconteo, la grande creatura serpentiforme che tiene tra le fauci una figura umana, tradizionalmente interpretata in modi diversi, dal bambino al saraceno.

La realtà storica è però più complessa. Treccani collega probabilmente l’insegna della biscia all’antico ufficio di vicecomes ricoperto dai Visconti e al serpente della basilica di Sant’Ambrogio, avanzando inoltre l’ipotesi che la figura umana sia stata aggiunta in relazione alla partecipazione dei lombardi alla spedizione in Palestina del 1100. Non esiste dunque una prova storica che il Biscione sia nato direttamente da Tarantasio: l’uccisione del drago appartiene alla costruzione leggendaria sviluppatasi intorno al simbolo.

Ed è forse proprio questa sovrapposizione tra storia e mito ad aver reso il racconto così resistente. Quando una dinastia utilizza già un serpente come propria insegna e, a poche decine di chilometri, intere comunità tramandano la storia di un enorme rettile che viveva nelle paludi, prima o poi le due storie finiscono inevitabilmente per incontrarsi.

Le «ossa del drago» esistevano davvero

C’è poi un particolare che rende Tarantasio ancora più interessante: per gli uomini del Medioevo e dei secoli successivi il drago non era necessariamente soltanto una storia, perché esistevano persino quelle che venivano considerate le sue ossa.

In diverse chiese lombarde sono state infatti conservate grandi ossa attribuite dalla tradizione al mostro del Gerundo. A Sombreno, nel Bergamasco, una gigantesca «costola di Tarantasio» è stata successivamente ricondotta a un mammut, mentre altre reliquie analoghe sono state segnalate a Pizzighettone e ad Almenno San Salvatore. Treccani ricorda proprio come resti fossili di grandi animali, impossibili da identificare con le conoscenze dell’epoca, abbiano potuto alimentare racconti di creature mostruose.

Immaginare l’effetto prodotto secoli fa dal ritrovamento di un osso lungo quasi quanto una persona non è difficile. Senza paleontologia, musei di storia naturale o una conoscenza dell’esistenza di mammut e grandi animali preistorici, un reperto fuori scala aveva bisogno di una spiegazione, e il drago che tutti conoscevano offriva quella più immediata.

In questo senso Tarantasio diventa qualcosa di più di una semplice favola medievale: è il risultato di un processo attraverso il quale fenomeni geologici, resti animali, paure collettive e trasformazioni del paesaggio vengono messi insieme per costruire una storia capace di spiegare il mondo.

Dal Biscione dei Visconti all’Alfa Romeo

La parte più straordinaria del viaggio comincia però quando la leggenda finisce, perché il serpente dei Visconti sopravvive alla dinastia e diventa progressivamente uno dei segni grafici più potenti legati all’identità milanese.

Occorre fare una distinzione: lo stemma ufficiale del Comune di Milano non è il Biscione, ma lo scudo bianco con la croce rossa, ancora oggi utilizzato dall’amministrazione cittadina. Il serpente è invece l’emblema storico dei Visconti e del ducato e, proprio grazie alla forza che quella dinastia esercitò sulla città, è entrato nel patrimonio simbolico di Milano fino a diventare quasi inseparabile dalla sua immagine.

Basta osservare uno dei marchi italiani più conosciuti al mondo, quello dell’Alfa Romeo: accanto alla croce milanese compare proprio il Biscione, eredità visiva del passato della città. Treccani cita esplicitamente la casa automobilistica fra le realtà che hanno adottato il simbolo visconteo nel proprio marchio.

Anche l’Inter ha costruito negli anni un rapporto strettissimo con il Biscione. Non fa parte del logo attuale del club, ma è comparso più volte nella sua identità visiva, dagli stemmi del Novecento alle maglie e alle campagne celebrative, tanto che la stessa società lo definisce uno dei propri simboli; nel 1960 dominava un emblema ovale nerazzurro e tornò con ancora maggiore forza alla fine degli anni Settanta.

Il serpente medievale si è così trasformato in automobile, calcio, comunicazione e design, attraversando quasi mille anni senza perdere la propria riconoscibilità.

Il drago che la Lombardia non ha mai dimenticato

E Tarantasio, nel frattempo, non è scomparso insieme al suo lago. Nel Lodigiano il mito continua a essere parte dell’identità locale e a Castelgerundo il drago è stato persino recuperato come simbolo del territorio, una sorta di Loch Ness padano capace di raccontare un paesaggio che oggi non esiste più nella forma in cui lo immaginavano gli uomini medievali.

È impossibile dimostrare che sia stato davvero Tarantasio a generare il Biscione dei Visconti e le ricostruzioni storiche suggeriscono anzi origini differenti per l’emblema della famiglia, ma il punto forse più interessante non è stabilire quale versione abbia «vinto». È osservare come una palude malsana, alcune enormi ossa emerse dal terreno, un serpente araldico e secoli di racconti tramandati abbiano finito per fondersi fino a creare una delle leggende più sorprendenti della Lombardia.

Il drago non esisteva, almeno per quanto ne sappiamo. Il suo simbolo, invece, è sopravvissuto così bene che ancora oggi percorre le strade sulle automobili, riappare sulle maglie di una squadra di calcio e continua a raccontare Milano molto tempo dopo che le acque nelle quali avrebbe vissuto sono scomparse.