Antibiotici: quanto a lungo prenderli? Una ricerca rivaluta i ‘cicli brevi’

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A volte i cicli più brevi sono più sicuri, altre volte quelli più lunghi sono i migliori. L’indagine e la necessità di approcci personalizzati

Finisci sempre la tua cura a base di antibiotici, senza lamentarti di terapie prolungate giudicandole più efficaci? Ebbene, questa non sarebbe più la prassi medica migliore per tutte le patologie. Sorpresi? Non siete i soli. Se finora abbiamo sempre raccomandato di completare l’intero ciclo di antibiotici, senza smettere quando ci si sente meglio, la realtà sembra essere più complessa. A volte i cicli più brevi sono più sicuri, altre volte quelli più lunghi sono i migliori. A sostenerlo è un’indagine pubblicata su Open Forum Infectious Diseases.

Il lavoro sottolinea la necessità di una migliore comunicazione tra medici e pazienti su ciò che è più salutare, quando parliamo di questi farmaci. “Le principali organizzazioni sanitarie e i medici da tempo raccomandano con fermezza di completare sempre il ciclo di antibiotici”, afferma Alistair Thorpe dell’University of Utah Health, primo autore dello studio. “Ora, stiamo assistendo a un crescente numero di prove che dimostrano che non è sempre così. E che, spesso, cicli di antibiotici di durata più breve sono altrettanto efficaci e sicuri di quelli più lunghi”. Un tema interessante, perché proprio lo scorretto utilizzo di questi potenti farmaci è fra le cause dello sviluppo di batteri resistenti.

L’indagine su pazienti e antibiotici

Il team ha intervistato 1.475 persone in tutti gli Stati Uniti riguardo alle loro opinioni sulla durata delle terapie con antibiotici. Ai partecipanti è stato chiesto se si sentissero più a loro agio con cicli di tre-cinque giorni in caso di polmonite, come raccomandato dalle ultime linee guida, o se preferissero una terapia di una settimana o più, come raccomandato da linee guida obsolete. Sebbene terapie più brevi siano altrettanto efficaci e più sicure per la polmonite rispetto a quelle più lunghe, circa il 60% degli intervistati ha dichiarato di preferire la durata maggiore.

La forza di un mantra

Una delle principali ragioni era l’aver ricevuto l’indicazione di “terminare sempre la terapia con antibiotici”: l’88% degli intervistati aveva sentito questo mantra e lo condivideva. La maggior parte se lo era sentito dire dal proprio medico e molti ricordavano campagne di salute pubblica ad hoc.

Eppure, sostengono i ricercatori, numerose evidenze scientifiche dimostrano ormai che, per molte infezioni comuni, cicli di antibiotici più brevi sono efficaci quanto quelli più lunghi e presentano una minore probabilità di effetti collaterali. Tuttavia, in alcuni casi, come la tubercolosi, i cicli più lunghi risultano più efficaci.

Come regolarsi? Gli autori dello studio suggeriscono che, con l’accumularsi delle evidenze scientifiche, le raccomandazioni sanitarie possono cambiare. Ai pazienti a cui sono stati prescritti antibiotici, Thorpe raccomanda di parlare apertamente con il proprio medico della durata più appropriata del trattamento e del piano di aderenza, per ottenere consigli specifici per la propria situazione.

Antibiotici e istruzioni per l’uso

La soluzione? Nell’era del dottor Google e dell’AI torna con forza il rapporto medico-paziente. “Discutete con il vostro dottore su quale sia  la durata giusta per voi e quando è il momento opportuno per interrompere la terapia”, afferma Thorpe. “Ricevere un consiglio diretto da un medico è la strada giusta da seguire”.

Insomma, occorre fidarsi del consiglio del camice bianco, che aggiorna il proprio approccio in base alle evidenze. E se questo lavoro può essere un po’ destabilizzante, lo stesso Thorpe sottolinea che le raccomandazioni in continua evoluzione sono un risultato positivo dell’aumento delle conoscenze.

“Le evidenze scientifiche e le linee guida sull’uso degli antibiotici sono in costante crescita, il che rappresenta un buon segno del nostro impegno per migliorare l’assistenza sanitaria. Le nostre conoscenze sul modo migliore di utilizzare gli antibiotici sono cambiate, ma questo è dovuto al fatto che stiamo imparando di più, ed è fondamentale comunicare efficacemente al pubblico” questa conoscenza, conclude. Nell’ombra, infatti, c’è sempre lo spettro dell’antibiotico resistenza.