Antidiva – La vita e l’arte di Liliana Cosi arriva in una versione cinematografica inedita di 82 minuti: il 14 ottobre al Cinema Rosebud di Reggio Emilia e il 21 ottobre all’Ariosto Anteo Spaziocinema di Milano. Diretto da Camilla Ferranti, il documentario ripercorre la vita dell’étoile milanese, dalla Scala al Bolshoi, dai 137 spettacoli in Unione Sovietica al sodalizio con Marinel Stefanescu. Il ritratto di una grande artista rimasta sempre lontana dal culto della diva
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«O corpo che ondeggia alla musica, o sguardo che si accende, come distinguere il danzatore dalla danza?» Si chiude così, con una domanda che non pretende risposta, Among School Children di William Butler Yeats (siamo nel 1928, la raccolta è The Tower), e da allora quell'interrogativo non ha smesso di girare su sé stesso, come una ballerina che non sa, o non vuole, fermarsi.
Giacché la danza, a differenza della pittura o del romanzo, non concede all'opera di sopravvivere separata da chi la compie: il quadro resta appeso alla parete anche quando il pittore è uscito dalla stanza, il balletto invece svanisce nell'istante esatto in cui l'interprete si arresta. Le immagini possono conservarne la memoria, mai restituirne interamente il respiro.
Ogni grande danzatore si trova così, prima o poi, davanti a un bivio: farsi riconoscere a ogni costo, oppure lasciarsi assorbire dal gesto fino a scomparirvi dentro. La prima strada conduce dritta al mito della diva; la seconda, assai più impervia, è quella che ha percorso Liliana Cosi.
Una bambina di Milano al Teatro alla Scala
Nata a Milano il 15 agosto 1941, Liliana Cosi entra giovanissima all'Accademia del Teatro alla Scala. Il racconto cinematografico, però, non comincia dall'inizio: prende le mosse dal presente, da una donna che osserva il proprio archivio — fotografie, filmati, costumi, oggetti — e lascia che ogni immagine diventi una soglia.
Di là dalla porta c'è l'infanzia milanese, c'è la disciplina quotidiana (quella sbarra che ogni mattina ricomincia da capo, indifferente agli applausi della sera prima), c'è soprattutto la scoperta di una vocazione vissuta non tanto come carriera quanto come ricerca di bellezza e di senso.
Il ponte sopra la Cortina di Ferro
È questo uno degli snodi centrali della vicenda di Liliana Cosi, il punto in cui la biografia privata incontra le grandi contraddizioni del Novecento.
In piena Guerra Fredda attraversa ripetutamente la Cortina di Ferro, divide la propria carriera tra Est e Ovest e lavora con alcuni dei massimi protagonisti della danza internazionale: Nureyev, appunto, e poi Vladimir Vassiliev, Marius Liepa, Marinel Stefanescu.
L'arte smette così di essere soltanto spettacolo e diventa un ponte gettato tra paesi che la politica vorrebbe irrimediabilmente lontani.
Il sito specializzato Gramilano ricorda, fra l'altro, come la ballerina portasse clandestinamente in Russia le lettere di Nureyev alla sua famiglia. Lui, che nel 1961 aveva chiesto asilo politico in Occidente, non poteva più tornare liberamente nella propria terra.
Un dettaglio minuscolo, quasi da romanzo di spionaggio, che dice più di molti trattati sul potere dell'arte di aggirare i muri. In quelle buste viaggiavano parole, affetti, nostalgia. Non c'erano soltanto un ballerino e una ballerina, ma due esseri umani che, per qualche istante, riuscivano a sottrarsi alle geometrie della Guerra Fredda.
Una stella danzante sotto il cielo di Mosca
«Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante», ammoniva Nietzsche nel prologo di Così parlò Zarathustra; e la lingua del balletto, che chiama étoile chi arriva al vertice, pare essersi presa la briga di dargli ragione.
Nel 1963 Liliana Cosi è tra le ballerine italiane inviate al Bolshoi di Mosca, dove si perfeziona con maestri come Asaf Messerer e Galina Ulanova. Lì danza Giselle nel 1966 e, l'anno seguente, La bella addormentata, in un'Unione Sovietica per molti versi chiusa al resto del mondo.
Pochi anni dopo diventa étoile ospite a Mosca: tra il 1968 e il 1977 calca le scene sovietiche in 137 spettacoli. Nel 1970, intanto, la Scala la nomina étoile, dopo averla promossa prima ballerina nel 1968.
A Milano danza più volte con Rudolf Nureyev, che le diventerà amico, ed è tra le interpreti della prima scaligera del suo Schiaccianoci, nel 1969, nel ruolo di Clara.
Due capitali della danza, due sistemi politici contrapposti, un unico linguaggio capace di attraversare le frontiere. E una ballerina italiana che, senza proclami né manifesti, riesce dove spesso la diplomazia fallisce: mettere in comunicazione mondi che la Storia aveva separato.
Reggio Emilia, la bellezza alla portata di tutti
Poi una scelta che somiglia a un nuovo inizio, più che a un congedo.
Nel settembre 1977 Liliana Cosi fonda a Reggio Emilia, insieme al ballerino e coreografo romeno Marinel Stefanescu e a Louise Ann Smith Stefanescu, l'Associazione Balletto Classico. Nel settembre dell'anno successivo nasce la scuola, destinata a diventare un importante centro di formazione e produzione artistica.
Non è una ritirata dalle scene, ma un diverso modo di abitarle. Il prestigio accumulato sui palcoscenici più celebri del pianeta viene messo al servizio di un progetto che vuole avvicinare la danza a un pubblico sempre più vasto.
Il sodalizio umano e professionale con Stefanescu, scomparso a Reggio Emilia il 24 dicembre 2023, diventa il fulcro di una seconda vita artistica, fatta di spettacoli, insegnamento, incontri e nuove generazioni di ballerini.
L'idea è semplice e insieme rivoluzionaria: togliere il balletto dalla teca dei grandi teatri e restituirlo alla gente, nella convinzione che la bellezza non debba essere un privilegio.
In fondo, per Liliana Cosi, il palcoscenico non è mai stato un trono. Semmai una porta da lasciare aperta, affinché altri potessero attraversarla.
Lo sguardo di un'allieva
Un elemento rende Antidiva qualcosa di più personale rispetto a una tradizionale biografia cinematografica: chi sta dietro la macchina da presa è stata, a sua volta, una figlia di quella scuola.
Camilla Ferranti, attrice, autrice, conduttrice e regista, ha infatti approfondito la propria formazione nella danza classica presso la scuola di Liliana Cosi e Marinel Stefanescu a Reggio Emilia, prima di intraprendere una carriera tra cinema, televisione, teatro e radio.
Il documentario, da lei diretto e scritto insieme a Oreste Crisostomi, nasce dunque da un legame artistico e umano che precede il cinema e affonda le radici nell'esperienza stessa della danza.
«Liliana ha rappresentato per me molto più di una grande interprete: è stata un riferimento artistico e umano», ha raccontato Ferranti, spiegando come tornare alla figura della sua maestra attraverso il linguaggio cinematografico abbia significato confrontarsi con una parte importante della propria formazione.
Prodotto da Piano B Produzioni, Andromeda Film e Blacklight Digital Hub, coprodotto con Rai Documentari, con il contributo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo e con il sostegno e la collaborazione della Regione Emilia-Romagna attraverso Emilia-Romagna Film Commission, Antidiva – La vita e l'arte di Liliana Cosi intreccia la voce della protagonista con testimonianze, fotografie, filmati in Super 8 e preziosi materiali d'archivio.
Fra le personalità coinvolte figurano anche grandi interpreti della danza italiana come Luciana Savignano e Oriella Dorella.
Antidiva, le anteprime a Reggio Emilia e Milano e la disponibilità su RaiPlay
Dopo l'arrivo su RaiPlay, dove il documentario è disponibile dal 16 settembre 2026, Antidiva – La vita e l'arte di Liliana Cosi viene presentato in una versione cinematografica inedita di 82 minuti, realizzata esclusivamente per la sala.
La prima anteprima è in programma mercoledì 14 ottobre alle ore 21 al Cinema Rosebud di Reggio Emilia, alla presenza di Liliana Cosi, della regista Camilla Ferranti e dei produttori.
Una seconda anteprima speciale si terrà a Milano mercoledì 21 ottobre alle ore 21.15, all'Ariosto Anteo Spaziocinema, anche in questo caso alla presenza della protagonista e della regista, che introdurranno la proiezione.
Due appuntamenti dal particolare valore simbolico: Reggio Emilia, la città nella quale Liliana Cosi ha scelto di condividere e trasmettere la propria arte, e Milano, dove tutto è cominciato, tra le aule dell'Accademia e il palcoscenico della Scala.
Il contrario della diva
Attraverso la voce di Liliana, le testimonianze di chi ha condiviso il suo cammino e un patrimonio di materiali d'archivio, Antidiva si propone di raccontare una donna rigorosa, spirituale e, a dispetto di ogni possibile stereotipo, sorprendentemente ironica.
Diva, in latino, significa dea: qualcuno che sta in alto, inaccessibile, da contemplare a distanza.
Liliana Cosi in alto c'è arrivata davvero, fino ai vertici della danza mondiale, ma senza mai confondere la vetta con un piedistallo.
Perché forse il vero privilegio di un'artista non è essere guardata, ma insegnare agli altri a vedere. E la sua eredità non si misura soltanto negli applausi ricevuti, nei ruoli interpretati o nei teatri attraversati: sopravvive nei corpi, nei gesti, nelle aspirazioni di chi ha imparato a danzare grazie a lei.
E allora la domanda di Yeats, da cui eravamo partiti, suggerisce una risposta possibile: il danzatore non si distingue dalla danza, e la grandezza di un'antidiva sta proprio nel non pretendere di farlo.
Se fosse un cocktail
Si chiamerebbe, inevitabilmente, Antidiva. Un drink che tiene insieme le tre città di questa vita: Milano, Mosca e Reggio Emilia.
In uno shaker con ghiaccio si versano 4 cl di vodka (omaggio al Bolshoi e agli inverni moscoviti), 2 cl di succo di limone fresco, 1,5 cl di sciroppo di Lambrusco reggiano, ottenuto riducendo a fuoco lento il vino con un poco di zucchero, e mezzo centilitro di Campari, piccolo tributo alla Milano in cui tutto ebbe inizio.
Si agita con energia, si filtra in una coppetta ghiacciata e si completa con un goccio di acqua frizzante, per dare leggerezza, come un salto che sembra non costare fatica.
Niente guarnizione, nessuna scorza, nessun ombrellino: un'antidiva non ha bisogno di ornamenti. Il colore è un rosa tenue da tutù, il gusto è asciutto, preciso, con una punta amarognola che ricorda l'ironia.
Da sorseggiare in piedi, possibilmente sulle punte.