“Avrei potuto richiudere l’anta dell’armadio, fare finta di niente” - Lorraine de Foucher

Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Jeanne, 35 anni.

Il primo giorno

“Sono da poco uscita dall’adolescenza, piena di complessi e molto romantica. A differenza delle mie amiche che hanno una visione più semplice dell’amore, io non metto molta leggerezza nelle cose. Ho appena chiuso una relazione strana con una persona ancora più complicata di me, che mi lasciato malamente. Per consolarmi, un’amica mi propone di andare a una grande festa di una business school a Lille.

Arriviamo supercariche a casa di un amico che convive con altri. Andiamo tutti in un bar per un aperitivo. Lui è lì, Alexandre, con il suo maglione giallo. È magnetico, mi si avvicina e mi spiega che studia tedesco, io sono in piena fase Good bye, Lenin! e muoio dalla voglia di andare a vivere a Berlino. Cerco di curare il mio ego ferito dal ragazzo precedente, ma non ho voglia di mettermi con qualcuno. Finito l’aperitivo, rientriamo per prepararci per la serata. Bisogna essere eleganti.

Scendo le scale della casa dei miei amici come una ragazzina al primo appuntamento, nel mio vestito nero a pois bianchi. Di sotto c’è lui, bellissimo nella sua camicia. Proclamo, sfacciata, che vado alla festa con il più bello, e lo indico. Lo provoco spudoratamente, voglio solo vedere se funziona. Del resto lo ammetto, anzi lo rivendico davanti a lui: ‘Ci provo con te, ma non ti bacerò’. Che stronza. Arrivati alla festa, siamo incollati l’uno all’altra come in una bolla. Beviamo, balliamo e volteggiamo. Lui si prende cura di me.

Finiamo per baciarci come due studenti molto ubriachi che si girano intorno da tre ore. Ha questo sguardo serio, tenebroso. Un’aria traumatizzata e segnata. Nel mezzo della festa si ferma e mi racconta delle cose molto dure che ha vissuto da piccolo, che non ha mai detto a nessuno. Immagino che dipenda anche dal fatto che non ci conosciamo, che ci possiamo raccontare tutto, che non importa, tanto non ci rivedremo.

Scappiamo dalla festa e ci perdiamo per le strade di Lille. Torniamo a casa dei nostri amici, dormiamo nello stesso letto. Non facciamo l’amore, sono fiera della mia conquista, di questa serata intensa e rasserenante ma senza futuro. La domenica, torno a Parigi. Lui riparte per la sua città. Ci scambiamo comunque i numeri. Non me ne importa molto, non voglio una relazione.

Mi chiama quasi subito. Vuole rivedermi. ‘Va bene, se vuoi che ci rivediamo organizzati, vieni a Parigi domani alle 15’. Viene, e da allora non ci lasciamo più. Ci innamoriamo pazzamente l’uno dell’altra. Ho l’impressione di aver incontrato l’uomo della mia vita, di vivere qualcosa di totalizzante, che siamo programmati per stare insieme. Questo incontro ci rende più sereni. Non sono più sola al mondo. Colma il mio senso di smarrimento, ecco, finalmente qualcuno mi capisce. Prima di lui, non c’era niente. Apre il campo delle possibilità. La nostra coppia diventa una bolla che ci permette di affrontare il resto del mondo”.

L’ultimo giorno

“Tra due giorni i caffè, con i loro tavolini all’aperto, riapriranno segnando l’uscita dal lockdown. Nonostante i nostri due figli e il nostro matrimonio, i suoi demoni ci raggiungono di nuovo. Fino a quel momento non ho mai creduto alla separazione. Per me c’è sempre una soluzione, se ne può uscire. Quel giorno prendiamo la decisione di cominciare una terapia di coppia.

Un amico ci chiama per passare a trovarci. I bambini sono a letto. Bevo una birra con il nostro amico in terrazza. Vedo Alexandre passare come un’ombra in cucina per prendere un bicchiere, una bottiglia di Coca Cola e dei cubetti di ghiaccio. Dice che va in camera, che deve mandare alcune email. Ritorna e ha un’aria strana, si sciacqua la bocca e se ne va di nuovo. Sembra assente.

Colta da un’intuizione, vado in camera nostra. C’è un grande armadio con otto ante. È interessante l’inconscio: scelgo subito quella giusta. La apro e trovo una bottiglia di whisky, come ne ho viste decine negli ultimi anni. Quell’armadio è la separazione tra finzione e realtà, e mi arriva tutto dritto in faccia. ‘La realtà è il più forte degli allucinogeni’, scrive Emile Ajar in Pseudo. Torno e davanti al nostro amico facciamo finta di niente, ma Alexandre ha capito che ho capito. L’amico se ne va, e comincia un’altra discussione. ‘Cosa facciamo?’, gli chiedo. Mi parla del mostro che ha dentro.

Aveva problemi di dipendenza da alcol e farmaci. Pensavo che li stesse risolvendo, che non potessi lasciarlo perché garantivo il benessere psichico della famiglia. Quell’anta dell’armadio mi fa capire che è finita, che almeno io devo salvarmi, non posso fare niente per lui.

Ho già abortito il nostro terzo figlio. Ho rinunciato ad averlo, pensando che prima avremmo dovuto ricostruirci, che lui dovesse superare le sue difficoltà e che dovessimo stare bene in quattro. Io ho rinunciato, lui no. Non ha rinunciato alle sue dipendenze. E il legame si è rovesciato. Alexandre non può proteggermi da tutto, anche se era questo il patto iniziale. Non voglio diventare quella madre ansiosa che lo controlla durante le serate con gli amici e lo tiene d’occhio quando sta con i bambini.

Passo la notte sul divano. È il mio primo gesto di rottura. Il giorno dopo si alza presto, indossa il completo ed esce per andare a lavorare alle 8, promettendomi che tutto cambierà. Non ci credo più. Lo esorto, dopo un mese, ad aiutarmi a lasciarlo, a uscire dalla nostra bolla diventata una prigione. Capisce che dobbiamo tirarci fuori da questa situazione, dalle sue crisi.

In estate uno psichiatra gli diagnostica un disturbo bipolare. Questo verdetto è un doppio naufragio: certo, è malato, ma anch’io ho sofferto molto. Tutte le persone intorno a me pensano che, ora che lo so, potremo rimetterci insieme. Si mobilitano per trovargli bravi medici, centri, farmaci, ma sono stufa che ci si occupi solo di lui e della sua malattia, esisto anch’io.

In realtà questa diagnosi non cambia nulla, ho il cuore a pezzi. Avrei potuto richiudere l’anta dell’armadio, fare finta di niente. Ma aprendola, la casetta di pan di zenzero che avevo costruito è crollata. Ho capito che sarei rimasta sola al mondo a gestire tutto questo. Allora ho dovuto lasciarlo, come ultimo gesto di salvezza, come prova d’amore estrema: sapersi lasciare la mano quando ci si fa più male che bene”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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