Billy Kenny: ”L’Everton non si prese cura di me”

Billy Kenny era ancora adolescente quando Manchester United e Liverpool provarono a portarlo via dall’Everton. Scelse di restare nel club per cui aveva sempre tifato e, a 19 anni, sembrava pronto a costruirsi una carriera importante. Peter Beardsley lo aveva soprannominato il “Goodison Gazza”, per il paragone con Paul Gascoigne, mentre Alex Ferguson e Kenny Dalglish avevano già messo gli occhi su di lui.

A 21 anni, però, la sua carriera nel calcio professionistico era già finita: Oggi, a 53 anni, Kenny è tornato su quegli anni in una lunga intervista a The Guardian, raccontando il rapporto ancora irrisolto con l’Everton e una caduta segnata da alcol, droga, depressione e carcere: “Ero solo un ragazzino e non c’era nessuno per me. Sono arrabbiato con l’Everton perché non si è preso cura di me. Non sono un angelo, ho avuto la mia parte di responsabilità, ma non sono stato l’unico responsabile di quello che è successo a Billy Kenny. Ancora oggi, a 53 anni, provo amarezza e frustrazione. È stato uno spreco assoluto di talento”.

Billy Kenny, Everton

Dal derby alla cocaina: la caduta del “Goodison Gazza”

Il momento più alto della sua esperienza all’Everton arrivò nel dicembre del 1992, quando fu tra i protagonisti del derby contro il Liverpool a Goodison Park. Pochi mesi dopo debuttò anche con l’Inghilterra Under 21.

Intanto, però, la vita fuori dal campo aveva già iniziato a prendere un’altra direzione. Kenny racconta che all’inizio bere non gli piaceva affatto, e che le cose cambiarono quando cominciò a frequentare stabilmente la prima squadra di Howard Kendall: “Giocavo con i miei idoli. Kendall voleva sempre che andassimo al Sefton, un pub vicino al campo di allenamento. Come giocatore della prima squadra dovevo andare. Kendall avrebbe dovuto dirmi: ‘Billy, hai 18 anni, vai a casa’”.

In uno di quei primi appuntamenti con la squadra, ricorda di essersi presentato senza alcol: “Ero andato dai ragazzi con il mio ribes nero e limonata e ridevano tutti di me. Un giocatore molto più anziano mi disse: ‘Faresti meglio a prendere uno shandy, figliolo, perché ti venderà se non bevi’. La volta successiva abbassai la guardia”.

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Il rapporto con l’alcol cambiò rapidamente: “Ero soltanto un ragazzino, felicissimo di giocare con i miei idoli. Se i miei idoli mi dicevano di bere qualcosa, lo facevo. Da allora ero sempre ubriaco”. Anche le trasferte, nel racconto di Kenny, erano spesso accompagnate dall’alcol. In una delle prime, dopo una partita a Londra, ricorda di essersi seduto nella parte anteriore del pullman insieme all’assistente Colin Harvey: “Parlavamo di calcio mentre gli altri bevevano dietro. Poi siamo usciti dalla M57 e pensavo: ‘Dove stiamo andando?’. Erano le 11:30 di sera e il pullman entrò nel nightclub Paradox. Quello era Kendall, ci portava nel nightclub più grande di Liverpool”.

“Ti sentirai meglio dopo un paio di drink”

Nel libro The Goodison Gazza, dedicato alla sua storia, Kenny torna anche su una partita del gennaio 1993 contro il Wimbledon di Vinnie Jones. Uscì dal campo con un problema alla caviglia e ricorda così ciò che accadde dopo: “Kendall mi disse che avevo giocato benissimo e che sarebbe stato un peccato perdere la cena cinese e qualche drink. Potevo mettere del ghiaccio sulla caviglia al ristorante. Poi aggiunse: ‘Ti sentirai molto meglio dopo un paio di drink, ragazzo’”.

Poco dopo arrivò anche la cocaina e Kenny racconta di averla provata per la prima volta nelle ore successive a una delle migliori partite della sua carriera. Nel giro di pochi mesi, tra infortuni e vita notturna, le sue priorità cambiarono completamente: “Ho iniziato ad adorare la droga, le ragazze e la musica più di quanto avessi bisogno dell’Everton”.

Cominciarono anche le assenze dagli allenamenti e periodi di diversi giorni trascorsi tra droga e feste; Guardando indietro, Kenny torna soprattutto su ciò che avrebbe voluto dire oggi a Kendall: “Howard, avresti dovuto prenderti cura di me. Non avrei dovuto sentirmi come se dovessi bere per giocare per la tua squadra”.

A 21 anni era già tutto finito

Nel 1994 l’Everton rescisse il suo contratto. Kenny ricorda quel momento ancora oggi: “Avevo bisogno di aiuto. Avevo bisogno di sostegno, empatia e guida. Non ho ricevuto nulla”. Il club lo mandò anche in una struttura specializzata nel Cheshire, ma lui racconta di non essersi mai sentito realmente nel posto giusto: “Avevo 19 anni ed ero in terapia di gruppo con alcolisti di 60 anni che nascondevano bottiglie di scotch in giardino. Non riuscivo a relazionarmi con niente di tutto questo”.

Manchester City provò poi a prenderlo, ma l’operazione non andò in porto. Kenny sostiene che l’Everton chiedesse un milione di sterline per il suo cartellino, prima del successivo passaggio all’Oldham. Con Joe Royle provò a ricominciare, ma anche quella esperienza durò poco. In carriera collezionò 23 presenze con l’Everton, quattro con l’Oldham e due con il Barrow ma, a 21 anni, il calcio professionistico era già alle spalle.

Il carcere: “L’unica volta in cui ho avuto pace”

Gli anni successivi furono segnati dalle dipendenze. Kenny venne condannato a nove mesi di carcere, sei per guida in stato di ebbrezza e altri tre per non essersi presentato al processo iniziale. Proprio lì trovò una routine che da tempo aveva perso: “Ho scontato cinque mesi, andavo in palestra e giocavo a calcio a cinque. Niente droga, niente alcol. In un modo assurdo, l’unica volta in cui ho avuto pace nella mia vita è stata quando ero rinchiuso”.

Anni dopo evitò un’altra condanna al carcere in un caso legato alla coltivazione di cannabis nella sua abitazione. In quel periodo sua madre stava morendo. La svolta arrivò proprio dopo la sua scomparsa: Kenny racconta di aver lasciato una pinta sul bancone durante la veglia funebre e di aver deciso di non tornare più indietro: “Ho smesso il giorno del suo funerale e lei mi ha dato la forza di restare sobrio. Non riuscivo a farlo quando era viva, ed è questo che mi distrugge”.

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Oggi dice di essere pulito da circa 15 anni, anche se continua a convivere con la depressione: “Posso avere una grande mattinata, portare fuori il cane, allenarmi, tornare a casa, mangiare bene, e poi torna. Ma non vado al pub. Non telefono a nessuno per la droga. Lascio che faccia il suo corso”.

La differenza, rispetto al passato, è nella frequenza dei giorni buoni: “Adesso ne ho tre o quattro alla settimana. Per 25 anni non ne ho avuta neanche una. O ero chiuso in casa a piangere oppure ero fuori di testa. Ora la depressione può colpire quanto vuole. Ho imparato a conviverci”.

Il rimpianto United e il rapporto con l’Everton

Kenny continua ancora oggi a chiedersi cosa sarebbe cambiato scegliendo Manchester. Da adolescente aveva trascorso alcune settimane allo United e ricorda soprattutto la disciplina di Ferguson: “Penso continuamente a cosa sarebbe successo. Per quanto mi piacesse lo staff del Liverpool e il modo in cui mi trattavano, per me era fuori discussione. Sono nato evertoniano. Ma il Manchester United? Fergie non avrebbe tollerato l’alcol o la mancanza di disciplina”.

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Su Ferguson non ha molti dubbi: “Sarei stato perfetto per Fergie. Lui mi voleva bene e io amavo stare allo United”. Nonostante tutto, Kenny continua ad andare allo stadio per vedere l’Everton. Il rapporto con il club resta però segnato da ciò che accadde quando era poco più che maggiorenne: “Le uniche leggende sono i tifosi. Amo assolutamente gli Evertoniani e sono felice quando la squadra fa bene per loro. Ma vedo l’Everton come il club che non si è mai preso cura di me”.

Più di trent’anni dopo quelle prime partite a Goodison Park, è questo il nodo che Kenny non riesce ancora a sciogliere: l’amore per la squadra per cui tifava da bambino e il rimpianto per una carriera che, secondo lui, avrebbe potuto prendere una direzione completamente diversa.