Cambio abito lavoro: il tempo tuta va pagato in busta paga?

Il tempo per indossare la divisa è lavoro effettivo solo se il datore decide tempi e luoghi. Scopri quando scatta il diritto alla retribuzione.

Nel mondo del lavoro, ogni minuto ha un valore economico preciso. Molti dipendenti devono indossare divise, scarpe antinfortunistiche o indumenti specifici prima di iniziare il turno. Spesso sorge il dubbio se il tempo speso nello spogliatoio debba essere considerato orario di lavoro retribuito. La questione è molto importante perché, calcolata su base annua, si tratta di una quantità di ore rilevante. La legge non prevede automatismi e la giurisprudenza ha dovuto chiarire i confini tra i doveri preparatori del dipendente e gli obblighi dell’azienda. Non basta indossare una divisa per essere pagati: tutto dipende dal potere di controllo esercitato dal capo. Di qui, il quesito in merito all’argomento “cambio abito lavoro”: tempo tuta va pagato in busta paga?  A riguardo devi sapere che la risposta si basa sul concetto tecnico di eterodirezione. Se sei libero di vestirti a casa, il trattamento economico è diverso rispetto a chi è obbligato a farlo in azienda secondo tempi prestabiliti. Vediamo nel dettaglio come i giudici hanno definito questi limiti per tutelare i diritti delle parti.

Indice

  • Quando la vestizione rientra nell’orario di lavoro retribuito?
  • Posso cambiarmi a casa o devo farlo per forza in azienda?
  • Cosa succede se gli indumenti sono obbligatori per la sicurezza?

Quando la vestizione rientra nell’orario di lavoro retribuito?

Per capire se hai diritto a essere pagato mentre ti cambi, bisogna analizzare il concetto di eterodirezione. Nel rapporto di lavoro subordinato, il tempo necessario a indossare l’abbigliamento di servizio, il cosiddetto “tempo-tuta”, costituisce tempo di lavoro soltanto a una condizione: deve essere qualificato da eterodirezione.

Questo significa che il datore di lavoro deve imporre il suo potere direttivo anche in questa fase. Se manca l’eterodirezione, l’attività di vestizione viene considerata una semplice diligenza preparatoria. Questa attività è inclusa nell’obbligazione principale del lavoratore e serve a prepararsi alla prestazione, ma non dà titolo a un autonomo corrispettivo. In parole povere, se il datore non controlla e dirige questa fase, il tempo impiegato non viene pagato (Cass., sez. VI civ., ord. 7.6.2021, n. 15763).

Posso cambiarmi a casa o devo farlo per forza in azienda?

Per stabilire concretamente se il tempo occorrente per indossare la divisa aziendale debba essere retribuito, occorre guardare alla libertà di scelta concessa al dipendente. Bisogna distinguere due situazioni:

  • se è data facoltà al lavoratore di scegliere il tempo e il luogo ove indossare la divisa stessa, anche presso la propria abitazione prima di recarsi al lavoro, la relativa attività rientra tra gli atti di diligenza preparatoria allo svolgimento dell’attività lavorativa e non deve essere retribuita;

  • al contrario, se tale operazione è diretta dal datore di lavoro, che ne disciplina il tempo e il luogo di esecuzione, la stessa rientra nel lavoro effettivo.

Di conseguenza, il tempo necessario a questa operazione deve essere retribuito se l’azienda obbliga il dipendente a cambiarsi in sede (Cass., sez. lav., sent. 28.3.2018, n. 7738).

Facciamo un esempio pratico: se un operatore ecologico deve necessariamente indossare la tuta nei locali dell’azienda dopo aver timbrato perché non può portarla a casa per motivi igienici o di regolamento, quel tempo va pagato. Se invece un cameriere può arrivare al ristorante già vestito con la camicia di servizio, il tempo impiegato a casa per vestirsi non è retribuito.

Cosa succede se gli indumenti sono obbligatori per la sicurezza?

Molti lavoratori pensano che se l’abbigliamento è obbligatorio per la sicurezza, il tempo per indossarlo debba essere sempre pagato. La giurisprudenza ha chiarito che non è così. Il fatto che l’uso degli indumenti e delle scarpe da lavoro sia obbligatorio per lo svolgimento della prestazione, trattandosi di dispositivi di protezione individuale (DPI), non è una circostanza decisiva.

Anche in questo caso, la retribuibilità è esclusa qualora emerga che i suddetti indumenti possano essere indossati e dismessi anche fuori dal luogo di lavoro. Se ci si può vestire in un ambito sottratto all’eterodirezione, il pagamento non è dovuto. La retribuibilità del tempo dedicato alle operazioni di vestizione e dismissione degli abiti da lavoro dipende, quindi, esclusivamente dall’assoggettamento delle stesse alle regole di impresa (Cass., sez. lav., ord. 9.4.2019, n. 9871).