Chiedi a Settantasette se non sai come si fa [1977-2027] – Parte I: Il futuro era già finito

Credit: Aykhan Zayedzadeh, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Nel 1977 il futuro aveva smesso di essere una promessa. O, almeno, aveva smesso di esserlo per una parte della gioventù britannica che, cresciuta tra le aspettative del dopoguerra e le prime contraddizioni del benessere occidentale, si ritrovava davanti ad un mondo incapace di mantenere le proprie promesse. Le fabbriche chiudevano, la disoccupazione cresceva, l’inflazione erodeva i salari e le istituzioni governative parlavano una lingua che molti giovani non riconoscevano più.

Il punk non inventò quella frattura. Le diede un suono.

Le distorsioni dei Sex Pistols, le rivendicazioni dei Clash, l’urgenza dei Damned non furono soltanto una reazione agli eccessi del rock progressivo, ai virtuosismi delle grandi band dell’epoca o alla distanza, sempre più evidente e profonda, tra le rockstar planetarie e il pubblico. Furono anche il rumore di una generazione che non voleva più aspettare il proprio turno per poter prendere, finalmente, la parola.

Sex Pistols – Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols (1977)

Il 1977 è diventato, oggi, una data simbolica da celebrare, una sorta di mitico anno zero, ma, in realtà, non fu né l’inizio del punk, né un’esplosione improvvisa. Le sue radici attraversavano già il garage-rock americano degli anni Sessanta, il minimalismo rumoroso dei Velvet Underground, l’aggressività degli Stooges e degli MC5, la teatralità scandalosa dei New York Dolls. Nel 1975 Patti Smith aveva pubblicato l’album “Horses“, mentre l’anno seguente, nel 1976, i Ramones avevano condensato, con il primo omonimo album, il rock’n’roll primordiale delle origini in canzoni brevi, velocissime, selvagge e svincolate da ogni ornamento inutile e superfluo.

Eppure, il 1977 conserva una sua irripetibile centralità emotiva. Non perché tutto cominciò allora, ma perché molte tensioni, fino a quel momento disperse un po’ ovunque, trovarono una forma riconoscibile, un linguaggio condiviso, un’estetica propria e una dimensione pubblica. Quell’anno uscirono “Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols” dei Sex Pistols, il primo album omonimo dei Clash, “Damned Damned Damned” dei Damned, “Pink Flag“ dei Wire, “Marquee Moon“ dei Television. Dischi diversissimi, persino incompatibili tra loro, che, però, oggi, vengono ricondotti alla medesima stagione. E proprio questa diversità dovrebbe metterci in guardia dall’idea che il punk sia mai stato un genere musicalmente davvero uniforme.

The Damned – Damned Damned Damned (1977)

Il punk era già molte cose, prima ancora di diventare una definizione. Era la provocazione e l’irriverenza dei Sex Pistols, era l’impegno e la coscienza politica dei Clash, era il romanticismo nervoso e metropolitano dei Buzzcocks, era la poesia cruda e tagliente dei Television, era la decostruzione post-industriale e futurista dei Wire. Era anche l’inizio di un nuovo protagonismo femminile, che avrebbe messo, finalmente, in discussione non soltanto le convenzioni musicali dell’epoca, ma anche il sessismo insito nella cultura rock. La sua forza non stava nell’offrire una soluzione comune, ma stava nel rendere possibile una molteplicità di visioni e risposte differenti.

Cinquant’anni dopo, mentre ci avviciniamo al 2027, vale la pena domandarsi che cosa sia rimasto di quella frattura. Perché molte delle condizioni che alimentarono il punk sembrano, oggi, sorprendentemente familiari. Ma anche perché, nonostante questa somiglianza, la rabbia contemporanea fatica, sempre più spesso, a trasformarsi in un linguaggio collettivo altrettanto potente e riconoscibile.

The Clash – The Clash (1977)

Il punk britannico nacque in una società attraversata da una crisi economica e politica profonda. La crisi petrolifera del 1973 aveva contribuito a mettere in difficoltà le economie industrializzate; la combinazione micidiale di inflazione elevata e stagnazione aveva incrinato le certezze della crescita del dopoguerra. Nel 1976 il governo laburista britannico aveva chiesto un prestito al Fondo Monetario Internazionale, accompagnato da severe misure di contenimento della spesa pubblica. Di conseguenza, il patto sociale del dopoguerra, fondato sull’aspettativa di un miglioramento continuo e progressivo delle condizioni materiali di vita, appariva sempre meno solido e sicuro.

Per molti giovani delle città industriali britanniche, il problema non era semplicemente trovare un lavoro. Era immaginare un’esistenza diversa da quella dei propri genitori, senza avere più la certezza di poter raggiungere neppure il loro livello di stabilità. In questo contesto, il “no future“ dei Sex Pistols acquistava un significato che andava, ben oltre, la mera provocazione musicale contro la monarchia britannica e le istituzioni del tempo. Non era un programma politico e non rappresentava tutti i punk. Era, piuttosto, una formulazione brutale della sfiducia di una generazione verso le promesse del proprio governo e della propria classe politica.

Television – Marquee Moon (1977)

Il paradosso più positivo fu che quel nichilismo apparente produsse un’enorme e preziosa quantità di iniziative. Chi dichiarava di non avere un futuro fondava gruppi musicali, organizzava concerti, stampava fanzine, apriva radio ed etichette indipendenti e costruiva reti di distribuzione alternative. La negazione diventava, quindi, una nuova forma di affermazione e il rifiuto di partecipare, secondo le regole vigenti, generava, invece, nuovi modi di partecipazione e condivisione. Il principio fondamentale del movimento punk, il celebre “do it yourself“, non significava, necessariamente, disprezzare le competenze musicali. Significava, soprattutto, rifiutare l’idea che la mancanza di una formazione istituzionale, di denaro o di un contratto discografico, impedisse, alle persone comuni e agli appassionati, di esprimersi liberamente.

Oggi, nel nuovo millennio, la questione del futuro non è affatto risolta. È cambiata la struttura della crisi. La de-industrializzazione ha trasformato radicalmente le economie occidentali, mentre la crescita dei servizi, la globalizzazione produttiva e la digitalizzazione hanno creato nuove figure professionali e nuove opportunità. Ma hanno anche modificato i rapporti di forza tra i lavoratori e le imprese, rendendo più frammentate alcune forme di occupazione e trasferendo parte dei rischi economici sui singoli individui, sempre più soli ed isolati.

Wire – Pink Flag (1977)

Non sarebbe giusto sostenere che i giovani di oggi siano, universalmente, più poveri di quelli del 1977. I livelli di istruzione, le condizioni materiali, l’accessibilità alle conoscenze, le tutele e le opportunità variano, ancora enormemente, tra i diversi paesi e i diversi gruppi sociali. Ma sarebbe altrettanto ingiusto, però, confondere il progresso complessivo odierno con la sicurezza individuale. Le varie organizzazioni che si occupano di lavoro a livello globale continuano, infatti, ad individuare nella disoccupazione giovanile e nelle disuguaglianze di accesso al lavoro i problemi strutturali del mercato occupazionale mondiale.

La differenza più significativa potrebbe, invece, essere un’altra: nel 1977 la crisi economica metteva in discussione un modello di progresso che aveva ancora una forte influenza nell’immaginario collettivo. Oggi, per molti giovani, l’incertezza è diventata una condizione ordinaria e permanente, qualcosa da gestire individualmente, anziché essere affrontata come un’anomalia da superare collettivamente. La società contemporanea si basa, ormai, sull’idea radicata e diffusa che ciascuno debba adattarsi e gestire, individualmente ed egoisticamente, la propria precarietà, cercando di negoziare privilegi e compensi. Il futuro, dunque, continua ad essere sottratto, ad essere negato, ad essere ridotto a un’odiosa mancia con cui “premiare” i più ubbidienti e i più accondiscendenti.