Come si chiama un genitore che perde un figlio?

Ai tempi dei tragici fatti di Crans Montana avevamo riflettuto su un vuoto della nostra lingua. Esistono parole che raccontano alcune delle perdite più profonde della vita: si diventa orfani quando muoiono i genitori, vedovi quando si perde il proprio coniuge. Ma quando a morire è un figlio, esiste un vuoto linguistico.

È un'assenza che da tempo alimenta riflessioni non solo linguistiche, ma anche culturali. Perché dare un nome a un'esperienza significa anche renderla riconoscibile, offrirle uno spazio nel linguaggio e nella società. Come scriveva in quell'occasione Claudia Loiacono, "la nomenclatura del dolore è fondamentale, perché aiuta a definirsi, a riconoscere l'esistenza della propria condizione".

Cosa significa "atèfano" e perché potrebbe entrare nella lingua italiana

Oggi quel vuoto potrebbe iniziare a essere colmato. Il Consiglio regionale della Liguria, raccogliendo la proposta dell'associazione "Rachele Franchelli – Uno sguardo senza confini APS", ha deliberato di sottoporre all'Accademia della Crusca il termine "atèfano", nato su iniziativa di Silvia Ravera dopo la morte della figlia Rachele, scomparsa nel 2024 a soli sedici anni per un raro tumore.

La parola è costruita a partire dall'alfa privativo greco a-, dalla radice téknon ("figlio") e dall'elemento -fano, derivato da orphanós, con l'intento di indicare chi è stato privato della propria prole.

"Mia figlia è mancata all'età di 16 anni e oggi vogliamo essere di aiuto a tutte le famiglie che, come noi, hanno affrontato quel dolore senza nome", ha spiegato Ravera. Per l'associazione, il valore della proposta va oltre il piano lessicale. "Atèfano non cancella il dolore. Ma può aiutare a non sentirsi invisibili", hanno scritto i volontari sui social dopo l'approvazione della mozione, sottolineando come il riconoscimento di una parola rappresenti anche un gesto di ascolto e di vicinanza verso chi vive questa esperienza.

Cosa racconta la storia della lingua italiana

Se oggi si propone una nuova parola, significa che in passato non ne sia mai esistita una? Non necessariamente.

Secondo Gabriele Braggion, esperto di storia della lingua italiana, la questione è più complessa e affonda le radici nell'evoluzione del lessico. "La parola non c'è", spiega. "E la prima più semplice spiegazione è che non ha senso cercare un termine per l’indicibile".

A dimostrarlo è anche la nostra cultura: "persino Fabrizio De André al vertice creativo di Crêuza de mä - uno che si stava prendendo la libertà di inventarsela una lingua - volle scrivere quella parola nel suo genovese-mediterraneo pieno di suoni e colori. È così che la canzone Sidun - lamento di un padre libanese sul bambino che la guerra gli ha letteralmente schiacciato - elenca in poche righe (per chi ha pazienza, vale la pena di decifrare il dialetto con l’aiuto dell’italiano a fronte) immagini e invenzioni terribili, ma non quella. Solo alla fine si dice che la strage (la città di Sidone la subì nel 1982) è stata fatta 'perché di nostro, dalla pianura al molo, non possa più crescere albero né spiga né figlio'. Appunto. Un figlio morto non torna".

Braggion ricorda che il latino conosceva il termine orbus, cioè "privo", "mancante". In origine questa parola poteva riferirsi anche al padre o alla madre privati di un figlio, oltre che a chi aveva perso altri legami fondamentali. "Ma la mancanza singolare e intollerabile incisa nella parola come nei corpi (tanto da essere assimilata alla perdita di un occhio) è proprio quella del padre e della madre privati di un figlio. 'Orbus' e, al femminile, 'orba'" continua Braggion. "Mentre in un italiano non molto corrente e un po’ aulico potremmo quasi sfiorare la parola inesistente se parliamo di 'padre orbato', 'madre orbata' di un figlio/figlia, la vera scoperta è osservare, anche solo in superficie, la nebulosa di parole che risalgono alla stessa radice. 'Orfano' viene dal greco 'orphanòs'. Ma siccome il figlio a sua volta poteva rimanere 'orbus' del padre, 'orbus' indicava anche l’erede. C’erano insomma orbi fortunati e sfortunati. Tra questi, chi non ereditava rimaneva esposto alle durezze del mondo. E la necessità del lavoro (che nell’antichità di Omero, ora al cinema con Christopher Nolan, poteva essere perfino schiavitù) fa in modo che 'Arbeit', lavoro in tedesco, sia della stessa famiglia linguistica. La donna, orbata del marito, tornava sotto la potestà del padre, dei fratelli o dei figli. Lì non c’era problema economico e, di conseguenza, 'orba', cui si affianca 'vidua'/vedova, ebbe, al solito, meno fortuna di 'orbus'."

Secondo Braggion, anche questo percorso racconta qualcosa del rapporto tra lingua e dolore: alcune esperienze trovano un nome destinato a consolidarsi nell'uso comune, altre rimangono ai margini del lessico, pur continuando a esistere nella storia delle parole.

Perché alcune lingue hanno una parola e l'italiano no

L'italiano non è l'unica lingua ad aver affrontato questa difficoltà. In ebraico esiste shakul (al femminile shakula), termine che indica proprio il genitore che ha perso un figlio e che deriva da una radice che esprime l'idea dell'essere privati di qualcosa. Sandro Veronesi lo cita anche nel romanzo Il colibrì, in cui il protagonista, dopo la morte della figlia, viene definito proprio shakul.

Anche il sanscrito possiede una parola specifica, vilomah, il cui significato rimanda a qualcosa che va "contro l'ordine naturale". In giapponese si ricorre al termine gyakuen, letteralmente: “legame invertito”. In greco antico invece la parola Orphanós (ὀρφανός) ha un significato molto più ampio, perché è colui che è privato di ciò che gli è essenziale, quindi applicabile indistintamente sia a chi perde i genitori sia i genitori che perdono i figli, quasi a suggerire un'equivalenza nel peso della perdita.

Questi esempi mostrano come il bisogno di nominare questa esperienza abbia attraversato culture e tradizioni diverse, pur trovando risposte differenti.