Corso d'Italia-Fera, il lato presentabile dell'Autostazione: un'enclave asiatica nella via delle "putìghe"

Pubblicato il: 19/07/2026 – 19:00

di Eugenio Furia

COSENZA Zio Pino ha parcheggiato la sua Opel verde davanti alla fruttivendola e per pranzo aspetta gli amici – come sempre – per la “colazione” sulla panchina di fronte, la bottiglia di vino rosso da litro rigorosamente senza solfiti (e senza etichetta, tappo a corona) è in frigo. Quando il sole si affaccerà dai palazzoni di corso d’Italia si sposteranno tutti nel negozio in penombra, luci spente per alleggerire la bolletta e non aggiungere altro caldo alle temperature già roventi. È una scena romantica nel flusso del traffico cittadino tentacolare fatto di clacson, monopattini e Audi che sfrecciano come su un circuito automobilistico.
Nel frattempo, proprio di fronte a Pino e alla sua gaudente comitiva, il lato B della chiesa di Loreto si sta lentamente trasformando e nell’arco di qualche (altro) mese sfoggerà finalmente la sua facciata est, finora esempio di “non finito” con mattoni a vista per oltre 65 anni (fu inaugurata nel 1959): dove generazioni di cosentini hanno giocato a calcio su un campo prima sterrato poi “privatizzato” sorgerà una struttura per i meno fortunati, con refettorio e sale di accoglienza. 

Dalle putìghe alle pokerie 

Oggi si chiama corso Fera ma non è l’unica mutazione che questo stradone offre di tanto in tanto alla staticità del centro: insegne che aprono (nell’ultima settimana non una ma due nuove pokerie-ramen a distanza di 4 civici, dal lato piazza Fera-Bilotti) e altre arrivate alla terza generazione come lo storico alimentari Manna, una delle ultime “putìghe” coi cartoncini dei prezzi scritti a pennarello e i tempi meridiani mentre vi fanno la rosetta al prosciutto; l’altrettanto storico Riccardo detto “Batman” il fotografo da cui sono passate tutte le mascherine di Cosenza mentre, là dove negli anni 80/90 c’era una delle due librerie “Domus”, oggi una frequentatissima Conad è ospitata tra piccoli distretti come quello delle pelletterie artigianali (Piterà e Mares a pochi metri di distanza), che resistono proprio come il bazar cinese (dopo il Covid la mortalità dei commerci ha interessato anche loro), e quello dei fiorai: è il lascito di ciò che fu nei decenni passati l’indotto delle nascite nella clinica oggi del gruppo iGreco dove sono nat* tant* cosentin* ma da cui adesso escono a decine gli anziani degenti in day hospital con occhio bendato causa intervento alla cataratta: è un simbolo plastico del nostro inverno demografico. La clinica ex Sacro Cuore è, come noto, il luogo che un anno e mezzo fa finì su tutti i notiziari tv e le prime pagine cartacee e digitali per il rapimento sventato della piccola Sofia.
Poco lontano, la presenza di una estetista cinese, se unita all’emporio e ai due ristoranti orientali di cui sopra, rende il luogo una specie di piccola enclave asiatica in pieno centro, tra i più classici bar e pizzerie al taglio, una pescheria e una pasticceria tra le più rinomate, barbieri e parrucchieri, negozi di abbigliamento e profumerie come la mitologica Anna Mary, per e da decenni tempio degli accessori.
Ma per un Bar Italia che oggi è l’unico luogo di “movida” rimasto, mancano altre insegne storiche come Bernasconi, negozio di illuminotecnica (poi Vinti), la libreria Percacciuolo, la rosticceria il Tramezzino che ha cambiato tante gestioni fino a chiudere, la cartoleria Chiarello, il fioraio Interflora di cui resta l’insegna come nostalgico simulacro…

In bici sulla ex via Panoramica

Strada di piste ciclabili (foto in alto) e alberi sempreverdi a cingere marciapiedi nuovi e più ampi della media cittadina, era la via Panoramica – vedi il nome di uno storico quanto compianto bar pasticceria – così chiamata per il suo essere posta su una balconata naturale con vista Sila, prima che «la furia palazzinara degli Anni Sessanta» (la definizione è dell’altrettanto compianto storico Enzo Stancati) coprisse per sempre porzioni di cielo. Rimanendo alla metafora del vinile, è quasi un “lato A” dell’autostazione, di cui è emanazione presentabile e residenziale a contrastare gli spazi sordidi e abbandonati delle vicine corsie degli autobus, e mantiene ancora oggi il carattere di strada di servizio: ospita tra gli altri uno dei rarissimi uffici postali del centro
Periodicamente corso d’Italia-Fera si sottopone a restyling, l’ultimo il mese scorso con il rifacimento dell’asfalto e relativa segnaletica stradale ma anche puntuale petizione contro i parcheggi non più a spina di pesce, e dunque – sottolineano i firmatari – ridottisi drasticamente da quando bisogna posteggiare parallelamente al marciapiedi. Un’altra piccola grande rivoluzione riguarda da qualche giorno l’innesto sud di corso Fera, proprio all’intersezione con piazza Bilotti nonché luogo di ritrovo dei riders, dove, un po’ come ai vecchi tempi del grande display orario della Carical, le auto in transito dalla salita dell’autostazione possono svoltare subito a sinistra e imboccare via Caloprese in direzione via Alimena — ciò che in realtà qualcuno si spingeva a fare anche prima, illegalmente, schivando tornelli più o meno stabili e barriere “jersey” modulari in plastica facilmente rimovibili a differenza di quelle della stessa forma ma in cemento. 

La socialità in mezzo al traffico

Un casino di fine ottocento (foto in alto) incastonato tra questi palazzoni che negli anni 60 erano periferia nord racconta una magnificenza che oggi traspare dai leziosi gabbiotti (vuoti) di portinerie dalle quali – passando a piedi – quasi si vedono scivolare coppie deferenti con guantiere di “pastarelle” per cene eleganti di anni 70 e 80. Di quella stessa socialità oggi alimentata nella penombra da fruttivendoli e banconisti sono figlie le sette panchine in 20 metri (record cittadino) collocate nell’ultimo tratto nord di corso Fera, poco prima di piazza Zumbini e della sua magnolia: sono comode sedute – non ce ne sono due di forma uguale – su cui comitive di pensionati si attardano nel gioco della vilìenza che poi è come l’otium creativo dei romani, una vacanza (vacatio) che dura tutto l’anno e non è vuoto ma al contrario un pieno di vita.

Finita la giornata, quando tutte le saracinesche si sono abbassate e dopo che anche la macchina dello spazzamento di Ecologia Oggi ha fatto il suo lavoro notturno, l’asfalto nuovo e lucido torna a essere pista per i pericolosissimi bolidi di improbabili circuiti cittadini. Qualcuno invoca almeno un paio di dossi in muratura, magari anche uno nel tratto in discesa, come ne stanno sorgendo di simili in un centro città che si fantastica a limite 30km/h, il problema è il costo (13mila euro circa cadauno): magari è il caso di lanciare un’altra petizione. ([email protected])

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  1. Via Isonzo
  2. Corso Plebiscito
  3. Via Trento
  4. Salita di Pagliaro

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