19 luglio 2026
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Oggi l'Italia ricorderà, come sempre, Paolo Borsellino ed i suoi 5 angeli custodi, la sua scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Fabio Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Il più giovane aveva solo 22 anni. Fatti a pezzi nell’inferno di via D’Amelio.
A volte sembrano retorica e sinanche ipocrisia quelle celebrazioni, quando si vuole dimenticare il clima vissuto da Giovanni Falcone prima e da Paolo Borsellino in quei cinquantasette giorni che separarono le due stragi più drammatiche della nostra storia. Una storia che soprattutto «i giovani devono avere la possibilità di conoscere da testimoni credibili». Il monito di Lucia Borsellino, la figlia di Paolo chiamata due giorni fa a Palermo a ricordare suo padre. E chi sono i testimoni credibili? Perché c'è una frase che Giovanni Falcone sembra aver voluto lasciare ai posteri, ma che oggi conserva una straordinaria attualità, Proprio perché non è servita a nulla. Nel pieno delle polemiche che lo investivano, rispondendo alle accuse e alle insinuazioni rivoltegli pubblicamente di Leoluca Orlando e che gli costarono persino un procedimento davanti al CSM ammonì: «La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, ma l’anticamera del komeinismo». Era il grido di un magistrato davvero indipendente, che vedeva pericolosamente sostituire il metodo della prova con quello dell'insinuazione.
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In quella serata da Maurizio Costanzo, Falcone dovette difendersi anche dall’avvocato Alfredo Galasso che lo accusava di aver accettato l’incarico ministeriale voluto da Claudio Martelli. «Non significa perdere l’indipendenza, ma avere senso dello Stato» aveva replicato Falcone. Nessuna frase ne descrive meglio la statura morale.
Falcone che aveva conosciuto sulla propria pelle cosa significasse essere lasciato solo. Dopo il fallito attentato dell'Addaura, vi fu chi, tra i suoi colleghi, giunse ad insinuare che si trattasse di una clamorosa messinscena. E questo dopo che già il CSM aveva preferito Antonino Meli a lui alla guida dell'Ufficio Istruzione di Palermo, succedendo ad Antonino Caponnetto. Una decisione che Paolo Borsellino non esitò a definire uno spartiacque. «Proprio nel giorno del mio compleanno il Consiglio Superiore della Magistratura ci fece questo regalo, preferì Antonino Meli», ricordò anni dopo Borsellino. Pur dopo quello che definì "uno schiaffo", «Giovanni Falcone continuò a credere nel suo lavoro». Ma lo stesso Borsellino, osservando gli eventi dalla Procura di Marsala, raccontò di avere intuito che «nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto».
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Ma a distruggerlo, dopo l’isolamento vissuto nel Palazzo dei Veleni di Palermo, ci pensò Cosa Nostra, quel 23 maggio 1992. E con la strage di Capaci, Paolo Borsellino comprese che il tempo stava per scadere. Antonio Di Pietro racconterà che, incontrandolo in quei giorni, Borsellino gli disse: «Dobbiamo andare avanti, avanti di corsa, prima che sia troppo tardi». Si riferiva al coordinamento tra Milano e Palermo, perché Mani pulite e l’indagine del Ros Mafia Appalti erano due facce della stessa medaglia. Anzi, come specificherà Di Pietro, «Mafia Appalti, introduce la terza gamba. Cosa Nostra degli affari con imprese e politica». Era la consapevolezza che occorresse comprendere rapidamente non solo chi avesse premuto il telecomando di Capaci, ma anche quale fosse il contesto investigativo nel quale era maturata quella decisione.
Un contesto investigativo sul quale ancora oggi indaga con grande riserbo la Procura di Caltanissetta, come ha ricordato due giorni fa in occasione della commemorazione di Paolo Borsellino al Palazzo di Giustizia di Palermo, il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca.
«Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due magistrati con sensibilità culturali diverse ma accomunati dalla cultura della prova. Condividevano un metodo rigoroso: seguire i fatti e non i pregiudizi ideologici. E anche noi andiamo dove ci porta la prova.
Non portiamo la prova dove pensiamo che debba stare» Ha affermato «in magistratura non vi può essere posto per complottismo, dietrologia o pregiudizio ideologico» perché «il pregiudizio ideologico intossica la ricerca della prova. Come il caso di Mafia-Appalti. Ci arriviamo con un percorso con il metodo della prova» - ha ricordato il Procuratore De Luca.
Già. Quella cultura del complottismo e della dietrologia che invece aveva mosso proprio i tanti amici i tanti amici di Falcone e Borsellino, improvvisamente comparsi dopo le stragi e che oggi dovrebbero porsi delle domande.
Perché con il ritorno a Palermo, Borsellino capì subito che sarebbe stato isolato. E quel clima di isolamento lo visse appieno proprio tra i suoi colleghi. E mentre trasmissioni come Report hanno cercato di fare da cassa di risonanza a quelle che parevano solo fantasie ed illazioni del generale Mori, intercettato da Firenze, le testimonianze raccolte da Caltanissetta raccontano una storia vera. Il procuratore aggiunto Vittorio Aliquò ricorderà che Borsellino gli parlava con particolare interesse del rapporto del ROS su "Mafia e Appalti", chiedendogli se ritenesse che quell'indagine potesse essere collegata all'omicidio di Falcone. «Bisognerebbe approfondire e capire veramente che cosa c'è dietro», gli aveva detto. Ma lo stesso Gioacchino Natoli, che si era di recente intrattenuto al telefono con il senatore Scarpinato in insulti irripetibili rivolti a Paolo Borsellino, a sua moglie ed a suo figlio Mandredi, a verbale racconterà che, dopo Capaci, Borsellino «rivisitava mentalmente, e forse anche documentalmente» le indagini che avevano preceduto la strage e gli chiese di poter rileggere gli atti del procedimento "Mafia e Appalti", desiderando «rileggerli con la sua intelligenza investigativa».
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Un grande magistrato, Leonardo Guarnotta che aveva trattato a Palermo un altro filone di Mafia Appalti, quello sulla diga di Piano Campo, affidato alla tedesca Holzmann dal Consorzio di Bonifica per l’Alto e Medio Belice, gestito direttamente da uomini vicini a Riina, ricorderà che Borsellino riteneva necessario approfondire le indagini sui rapporti tra mafia, imprenditoria, politica, mondo economico e massoneria, convincendosi che dietro l'eliminazione di Falcone vi fosse un intreccio di interessi molto più ampio. Vale allora la pena ricordare cosa accadde nella famosa riunione del 14 luglio 1992, a pochi giorni dalla strage? La riunione in cui Paolo Borsellino chiese notizie ai pubblici ministeri che seguivano quel fascicolo, Lo Forte, Scarpinato. Solo anni dopo sarebbe emerso che Borsellino era stato tenuto all’oscuro di una circostanza non banale: il giorno precedente su Mafia Appalti era calato il sipario. Lo Forte e Scarpinato avevano siglato la richiesta di archiviazione per politici ed imprenditori. Una ricostruzione contestata dagli stessi protagonisti.
E davanti alla Commissione Antimafia dell'Assemblea Regionale Siciliana, Antonio Ingroia, rispondendo a una domanda del presidente Claudio Fava sul perché Borsellino non ne fosse stato informato aveva riconosciuto: «Perché, evidentemente, non c'era un rapporto di reciproca fiducia». Tanto che lo stesso Ingroia aveva ricordato una frase ai colleghi rivolta da Borsellino: «Voi non mi raccontate tutta la vera storia sul rapporto del ROS». A chi credere? Ma non sono le uniche testimonianze di magistrati a dare conto di quel clima terribile che precedette il boato di via D’Amelio. Il giudice Lorenzo Matassa ricorderà ai colleghi di Caltanissetta che l’allora Procuratore Giammanco: «Mai ci parlò di quella importante indagine. Mai ci disse che era stata archiviata».
Che all'interno della Procura il clima fosse tutt'altro che sereno emerge anche dalle parole della magistrata Antonella Consiglio, la quale riferirà di avere avuto fin dal suo arrivo la sensazione «che le cose formalmente funzionassero in modo ineccepibile, ma che ci fosse una notevole spaccatura fra i sostituti e non ci fosse nessuna lealtà nei rapporti». Ma ancora più drammatico è il ricordo dei magistrati Alessandra Camassa, oggi Presidente del Tribunale di Marsala, e Massimo Russo. I due magistrati, in passato collaboratori stretti di Borsellino a Marsala, qualche settimana prima della strage trovarono Borsellino profondamente provato. Accasciato sul divano del suo ufficio a Palermo, era scoppiato in lacrime: «Qualcuno mi ha tradito. Un amico mi ha tradito».
Pronunciando poi una frase destinata a rimanere impressa nella loro memoria: «Qui è un nido di vipere». Si riferiva a quella Procura. La Procura di Palermo. Ecco perché in nella commemorazione di due giorni fa il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, l'ufficio che per legge continua a indagare sulla strage di via D'Amelio, ha voluto richiamare il tratto comune a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: la cultura della prova. Seguire fatti e non tesi precostituite. Perché «il pregiudizio ideologico intossica la ricerca della prova». Un principio che continua a guidare anche oggi il lavoro della Procura di Caltanissetta e che li ha portati sulla strada di Mafia Appalti per ricostruire ogni aspetto delle stragi. E allora forse l’idea di far emergere una responsabilità morale non era una paranoia di Mori. Soprattutto se a completare questo mosaico di ricordi, vi sono anche quelli di Agnese Borsellino, la «moglie dell’eroe alla quale avevano dato troppa importanza», secondo i giudizi al telefono di Natoli e Scarpinato. Paolo le aveva confidato mentre passeggiavano sul lungo mare di Carini «Non sarà la mafia ad uccidermi, della quale non ho paura, ma saranno i miei colleghi ed altri a permettere che ciò possa accadere». Quella fu la loro ultima passeggiata. Era il 18 luglio del ’92. Come ieri di 34 anni fa.