Daniele “Bucetto” Petrucci, classe 1980, è quell’ex pugile che negli anni duemila, senza arrivare mai alla vittoria del titolo europeo assoluto, è riuscito ad entrare nel cuore del pubblico della boxe, soprattutto di quello romano, che per lui impazziva, riempiendo i palazzetti come non è più successo in Italia da allora. Dopo la scomparsa del suo allenatore e mentore Carlo Maggi, fa ormai da dieci anni il maestro.
Allena sempre nella sua storica palestra?
Sì, la palestra dove sono cresciuto a San Basilio è stata trasferita a Pietralata. Oggi si chiama Boxe Roma Carlo Maggi. Facciamo solo dilettanti.
Ha trovato un suo erede?
No, spero un giorno di trovarlo, ma al momento i ragazzi sono ancora un po’ acerbi.
È più difficile combattere o stare all’angolo?
Meglio combattere, tutta la vita! Lì ragioni solo con la testa tua: ti allenavi, davi tutto e poi andavi a casa a dormire. Adesso che alleno ho cento cervelli diversi a cui pensare, e quando torno a casa sto ancora là con la testa, a pensare a tutti loro.
Che tipo di allenatore è?
Insegno ai ragazzi e mi ritrovo a pensare a quello che mi avrebbe detto il mio vecchio maestro. A volte mi escono proprio le sue frasi. Sì, a volte sono un po’ volgari, ma mi vengono spontanee. Io sono nato e cresciuto là, non ho mai cambiato maglia. Oggi invece… oggi sono “zoccole”. Con tutto il rispetto, ma basta una discussione, una parola fuori posto, e cambiano palestra. Prima si accettava tutto quello che veniva: parolacce, cazziatoni, complimenti. Il maestro era il maestro. Veniva subito dopo il padre. Anzi, a dirla tutta, col passare del tempo diventava pure più importante: tuo padre lo vedevi tre ore la sera, il maestro ci passavi tutto il pomeriggio. Cambiare palestra secondo me fa male al pugile, ti imbastardisce. A me bastava uno sguardo suo per capire. E non gli ho mai dato la colpa di nulla di ciò che è successo su un ring.
Cosa cerca di trasmettere ai suoi ragazzi?
Oltre la fiducia nel maestro, l’inventiva sul ring. Io posso pure gonfiarti i braccioli, ma quando si sgonfiano devi imparare a nuotare da solo. Sul quadrato devi trovare un’alternativa, devi inventare.
La perdita del suo maestro è stato un colpo terribile.
Ho perso tutto, perdendo Carlo. In tre giorni è finito un mondo e mi sono trovato a fare l’allenatore. In realtà era già da un po’ che mi portava alle riunioni, mi faceva stare all’angolo, mi stava preparando… ma non si è mai pronti a un vuoto del genere
Com’è stato entrare in palestra quando ha iniziato lei?
Avevo dieci anni. Mi ci portò un mio parente che poi aprì la palestra proprio con Maggi. All’epoca entravi in palestra e c’erano due strade: o diventavi forte, o diventavi scemo per le botte. Erano tutti cani arrabbiati. O combattevi, o te ne andavi al cinema. Io combattevo pure il 26 dicembre! Oggi invece ti dicono che non possono allenarsi perché devono andare a mangiare la stracciatella dalla nonna…
Oggi ci sono i social network a provare a lanciare i personaggi. Lei che rapporto ha con questo mondo?
Se ci fossero stati i social ai tempi miei, oggi sarei miliardario! Prima si faceva tutto col passaparola. Io sono Bucetto, come me in Italia non ce ne sono. Ma il popolo va conquistato sul campo: la gente vuole che fai a cazzotti, pure se affronti una pippa. Devi essere umile e schietto. Non mi hanno dimenticato, ancora oggi per strada mi salutano tutti. Certo, soprattutto quelli della mia generazione, l’affetto è rimasto intatto.
A proposito di “Bucetto”… da dove viene questo soprannome?
Mi ha chiamato così un amico che purtroppo non c’è più. Avevo ancora il cordone ombelicale attaccato, praticamente. È un soprannome che mi tengo stretto. Diceva che ero fortunato quando da bambino giocavo in porta.
Si sente fortunato?
No, perché tutto quello che ho fatto me lo sono guadagnato con il sangue. Tanti sacrifici, miei e della mia famiglia. Diciamo che è meglio nascere fortunati che ricchi… ma io non sono nato né l’uno né l’altro.
Chi era il suo idolo sul ring?
Julio César Chávez. Il padre, però! No, non è che ci assomigliassi, scherziamo… lui era un mostro.
Il pensiero non può non andare alle sue sfide epiche con Leonard Bundu. Che ricordi ha?
A Roma, davanti a dodici mila persone, sono andato vicinissimo alla vittoria. A Firenze invece no. Lì lui è stato più intelligente, più bravo e più preparato: aveva capito sia i suoi sbagli che i miei.
Erano anche gli anni in cui Roma impazziva per le.
Il mio manager Buccioni mi appiccicava dietro gli autobus! La mia immagine girava per tutta Roma. Oggi mancano i soldi per fare queste cose. Io stesso mi vendevo i biglietti da solo: li finivo in mezza giornata però, poi ne lasciavo cento dal fornaio, cento dall’amico, cento al negozio… C’era un coinvolgimento pazzesco. Sì sì, poi i soldi mi arrivavano.
Dopo Bundu qualcosa si è rotto?
Dopo quei match ero logorato. Ho fatto altri due incontri, ma non c’era più la passione, era finito lo spirito di sacrificio. Un rientro? No, mai. Non ho mai visto nessuno rientrare e tornare più forte di prima.
C’è qualcuno che le piace nel panorama italiano attuale?
Mi piace Eti Qamili, gran bel pugile, che gli vuoi dire? E poi Francesco Paparo, solido, uno che mena sul serio.
Guarda molta boxe in TV?
A me piace fare il pugilato. Quando mi metto davanti alla televisione a guardarlo, dopo un po’ mi annoio, mi alzo in piedi e inizio a tirare colpi a vuoto da solo.