Donna segregata e picchiata, salvata dai carabinieri. Il figlio: «Siete bravi»

Ci sono bambini che, quando hanno paura, cercano la mamma. E ci sono bambini che, dopo aver avuto paura insieme alla loro madre, imparano a riconoscere anche un altro posto dove sentirsi al sicuro. È forse questo il significato più tenero e insieme più doloroso del foglio che un bambino di sei anni ha lasciato ieri mattina nella stazione dei carabinieri di Sant’Antonio Abate. Un foglio bianco, una matita e poche parole scritte con la grafia incerta di un bambino: «Carabinieri grazie, voi mi piacete tantissimo». Sotto, un disegno. Ci sono una donna e un bambino, un’automobile, la strada.

Una scena semplice, tracciata con gli occhi e la fantasia di chi ha appena attraversato qualcosa che un bambino non dovrebbe mai essere costretto a vivere. Il piccolo era tornato in caserma con la madre per alcuni adempimenti burocratici legati alla vicenda che li ha coinvolti. Mentre la donna era impegnata con i militari, lui ha preso quel foglio e ha cominciato a disegnare. Poi ha deciso di lasciarlo lì, come un piccolo dono. Forse per dire grazie a chi lo ha accolto quando, insieme alla madre, è arrivato in caserma in fuga. Forse semplicemente perché, nella sua percezione, quei carabinieri sono diventati le persone che lo hanno aiutato a uscire da un incubo. Perché dietro quel disegno c’è una storia terribile.

LA VIOLENZA

Una storia fatta di violenza, paura e due giorni di segregazione. Una storia che arriva da Sant’Antonio Abate e che ha per vittime una donna di 24 anni e suo figlio di appena sei, avuto da un’altra relazione. Tutto è accaduto nella notte tra l’11 e il 12 agosto. Il compagno, un 28enne del posto, sarebbe stato accecato dalla gelosia e convinto che la donna lo avesse tradito. Porta serrata a chiave, nessuna possibilità di uscire. La 24enne avrebbe cercato di reagire, di ribellarsi, di convincere l’uomo a lasciarli andare. Ma sarebbe stata aggredita ripetutamente, anche con un bastone chiodato. E in quelle ore drammatiche ci sarebbe stato anche il bambino. La madre lo teneva in braccio durante alcune delle aggressioni e anche il piccolo avrebbe riportato graffi. Per quasi due giorni, secondo la denuncia, madre e figlio sarebbero rimasti prigionieri nell’abitazione. Un uomo che prima avrebbe chiesto scusa e poi sarebbe tornato a picchiare. E sempre la stessa ossessione: il presunto tradimento che la donna avrebbe dovuto confessare.

LA FUGA

La liberazione arriva nella mattina del 13 agosto. Il 28enne deve uscire per comprare qualcosa da mangiare e delle sigarette e porta con sé la compagna e il bambino. Sono in auto quando l’uomo si distrae. La donna non aspettava altro. Ha aperto lo sportello, ha preso il figlio e ha corso forte senza voltarsi, con una sola direzione in testa: la caserma dei carabinieri. La fuga ha anche un momento di fortuna. Proprio in quel momento passa in auto il fratello della 24enne. La vede, raccoglie lei e il bambino e li porta in caserma. Quando arrivano, la donna è sconvolta. Piange, è agitata, presenta lividi ed escoriazioni. Anche il bambino ha segni sul corpo. Scatta immediatamente la macchina dei soccorsi. Madre e figlio vengono accompagnati all’ospedale. Nel referto medico vengono indicate «policontusioni con ematomi ed escoriazioni multiple da aggressione». Per la donna la prognosi è di 15 giorni, per il bambino di dieci.

L’ARRESTO

Nel frattempo i carabinieri ricostruiscono quanto accaduto e raggiungono il 28enne nell’abitazione. L’uomo viene bloccato e arrestato. È stato trasferito in carcere e deve rispondere delle accuse di sequestro di persona, lesioni personali aggravate e maltrattamenti in famiglia. Madre e figlio, dopo le dimissioni dall’ospedale, sono stati trasferiti in una struttura protetta. Per entrambi comincia adesso un percorso delicato, lontano dal luogo nel quale, secondo la denuncia, si sarebbe consumato quell’incubo. E ieri mattina sono tornati proprio lì, nella stazione dei carabinieri dove la donna era arrivata correndo con il bambino in braccio. Questa volta non c’erano urla, né paura, né una fuga. C’era quel foglio, quel disegno fatto dal bambino che a suo modo ha raccontato quegli orrori. Un disegno piccolo, dopo una storia enorme. E forse, per un bambino, il modo più semplice per dire che quella volta qualcuno è arrivato davvero dalla parte giusta.