
di Marina Verdenelli
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martedì 15 settembre 2026, 03:15
ANCONA Doveva stare ai domiciliari a scontare una pena per maltrattamenti in famiglia ma al controllo della polizia non aveva risposto al citofono. Per gli agenti che erano andati sotto casa sua si era trattato di una evasione. Per il diretto interessato invece no, stava solo dormendo. Un sonno profondo il suo, così intenso da non fargli sentire il campanello, rapito dalle braccia di Morfeo. Questa peculiarità del suo dormire ha giocato a favore in un processo che è arrivato a sentenza ieri mattina davanti alla giudice Alessandra Alessandroni. L’imputato, 36 anni, anconetano, è stato assolto dal reato di evasione perché non è stata raggiunta la prova.
Il problema
La difesa, rappresentata dall’avvocato Antonella Devoli, ha fatto leva su un problema al limite della malattia per spiegare che il suo assistito non ha mail lasciato l’abitazione, al controllo stava solo dormendo.
Il 36enne infatti soffrirebbe di un sorta di letargia, non del tutto conclamata e nemmeno certificata ma confermata dai familiari con cui l’uomo vive. Quando prende sonno non lo svegliano nemmeno le cannonate.
Il 17 maggio del 2024, era mattina, attorno alle 10, sono arrivati sotto casa sua due agenti della questura per il controllo della detenzione ai domiciliari, in una via nel quartiere di Posatora. Il 36enne infatti doveva scontare gli ultimi due mesi di una pena dopo una condanna definitiva per maltrattamenti in famiglia. Quella mattina sarebbe stato nel suo letto, stando all’arringa della difesa, in casa era da solo perché la madre, poi sentita nel processo come testimone, era appena uscita per delle commissioni e ha ricordato che lo aveva lasciato «che ancora dormiva nel letto». I due agenti hanno suonato solo al citofono del palazzo e non sono andati fino al portone di casa. Un dettaglio rilevante per la difesa che ha sostenuto come «l’intensità del campanello del citofono è molto più bassa del campanello alla porta». Stando alle accuse la polizia aveva anche chiamato l’imputato al cellulare che però non aveva risposto. Gli agenti avevano fatto partire la denuncia per evasione che ha poi portato l’anconetano a processo.
La giustificazione
Tre ore dopo la stessa pattuglia era tornata a casa del 36enne e lo avevano trovato nella sua abitazione. «Stavo dormendo profondamente - aveva risposto agli agenti - non vi ho sentiti». Ieri il procedimento si è concentrato solo sulla discussione delle parti e la sentenza. Per la giudice non c’era abbastanza materiale per procedere a una condanna. La versione dell’imputato è stata ritenuta plausibile e nel dubbio, con mancanza di prove, è stato assolto. Nella precedente udienza erano stati sentiti i due poliziotti intervenuti e anche la madre del 36enne. Quest’ultima aveva spiegato come suo figlio si addormentava spesso anche con le cuffiette alle orecchie.
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