In tre mesi il virus ha causato oltre 2mila morti, mentre un nuovo studio ne ricostruisce la possibile origine.
«È una velocità di propagazione eccezionale, che non avevamo ancora mai osservato». A dirlo è Jean-Jacques Muyembe, il virologo congolese che ha co-scoperto il virus Ebola, intervistato da Le Monde. Negli ultimi tre mesi l’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo ha provocato oltre 2mila morti, arrivando in poco tempo a numeri che ricordano quelli registrati durante l’epidemia del 2018, che però si era protratta per circa 18 mesi. Secondo Muyembe, il ritardo nell’individuazione dei primi casi avrebbe permesso al virus di diffondersi rapidamente nelle comunità, mentre la risposta sanitaria avrebbe mostrato gravi difficoltà di coordinamento.
Una risposta «lenta e inefficace»
Secondo Muyembe, direttore dell’Istituto nazionale di ricerca biomedica di Kinshasa, il virus potrebbe aver iniziato a circolare già a gennaio, ma la presenza dell’Ebola sarebbe stata «individuata e confermata soltanto ad aprile-maggio». Un ritardo che, secondo il virologo, avrebbe dato al virus il tempo necessario per entrare nelle comunità e moltiplicare le catene di trasmissione. In pochi mesi, le aree sanitarie interessate sono passate «da tre a 53 e le province coinvolte da tre a cinque». La diffusione ha inoltre raggiunto una delle zone più densamente popolate del Paese, dove la presenza di conflitti armati e attività minerarie rende più difficile controllare gli spostamenti della popolazione e intervenire tempestivamente sui focolai.
Un sistema sanitario sotto pressione
Per Muyembe, una delle cause dei ritardi è la difficoltà attraversata dal sistema sanitario congolese. Secondo il virologo, la capacità di sorveglianza delle epidemie si sarebbe indebolita anche a causa dei cambiamenti nei programmi di cooperazione internazionale e, in particolare, dello smantellamento di parte dei programmi dell’Usaid, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, deciso dall’amministrazione Trump all’inizio del 2025.
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A questo si sarebbe aggiunto un problema di coordinamento interno. La gestione della risposta alle epidemie è stata affidata all’Istituto nazionale di salute pubblica, creato nel 2022 e ancora in fase di consolidamento. Secondo Muyembe, la nuova struttura non avrebbe ancora avuto l’esperienza accumulata negli anni dall’Istituto nazionale di ricerca biomedica, che in passato aveva gestito le principali emergenze epidemiche del Paese. Il risultato, secondo il virologo, è stata una risposta «lenta e inefficace», arrivata quando il virus aveva già avuto modo di diffondersi in un’area molto più ampia.
L’ipotesi dello spillover del virus Bundibugyo
A cercare di ricostruire l’origine dell’attuale epidemia è anche un nuovo studio internazionale pubblicato su Nature Medicine, ancora in una versione preliminare. I ricercatori hanno analizzato 22 genomi virali ottenuti da campioni raccolti in pazienti colpiti dal virus Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda. I dati indicano che i campioni appartengono a un gruppo geneticamente distinto rispetto alle varianti associate alle precedenti epidemie del 2007 e del 2012. Secondo lo studio, ci sarebbero elementi compatibili con una trasmissione sostenuta tra esseri umani. L’analisi genetica ha individuato 25 mutazioni all’interno del cluster del virus Bundibugyo del 2026. Nove di queste rappresenterebbero una possibile firma dell’adattamento e della trasmissione dell’ebolavirus nella popolazione umana.
Oltre 4.400 casi e più di 2mila morti
Secondo gli ultimi dati diffusi dal governo congolese, i casi confermati di Ebola sono saliti a 4.449, mentre i decessi sono 2.061. L’epidemia si concentra in particolare nella provincia di Ituri, considerata l’epicentro dell’emergenza. Uno degli elementi che preoccupa di più gli esperti è la disponibilità di strumenti specifici contro il ceppo Bundibugyo. Non esistono infatti vaccini o trattamenti approvati specificamente per questa variante. In Canada e nel Regno Unito sono state autorizzate sperimentazioni sui vaccini, ma i primi risultati potrebbero arrivare solo nei prossimi mesi.
Il rischio per l’Europa e le precauzioni in Italia
Nonostante l’allarme per la rapidità dell’epidemia, il rischio per la popolazione europea resta molto basso, secondo Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc). L’agenzia europea ha comunque chiesto agli Stati di rafforzare la preparazione per individuare, isolare e gestire rapidamente eventuali casi importati. Da parte sua, l’Italia ha introdotto misure specifiche a maggio con un’ordinanza del ministero della salute. Chi arriva dalla Repubblica Democratica del Congo o dall’Uganda, o vi è stato nei 21 giorni precedenti, deve segnalarsi alla propria Asl entro 24 ore.
