
C’è un’idea sbagliata che portiamo dietro dai banchi di scuola, quella secondo cui la caccia alle streghe sia stata una follia medievale, un residuo di oscurantismo poi spazzato via dai lumi della modernità. Non è così. Il fenomeno esplode proprio quando il Medioevo è già alle spalle, tra il 1450 e il 1750, e raggiunge il suo apice tra il 1580 e il 1630, negli anni delle guerre di religione, della Riforma e della Controriforma. Non un’eredità del passato, dunque, ma un prodotto della paura contemporanea a se stessa.
Gli storici, incrociando i registri processuali conservati negli archivi europei, hanno ricostruito le cifre di quel drammatico fenomeno: circa 100mila processi, tra le 40mila e le 60mila esecuzioni, prevalentemente donne, spesso anziane, sole, ai margini, portatrici di saperi popolari che la comunità non sapeva più leggere se non come minaccia.
Quello che accomuna quelle vicende non è tanto la crudeltà del supplizio, quanto il meccanismo che lo precede. Una comunità spaventata individua un corpo su cui scaricare l’ansia collettiva. Non servono prove, basta il sospetto. Non serve un processo giusto, basta un bersaglio disponibile.
Da un villaggio del Cinquecento a una bacheca Facebook
Il salto tra quel mondo e il nostro sembra enorme, e per molti aspetti lo è. Non ci sono più roghi, non ci sono più tribunali dell’Inquisizione, non c’è più la teologia a fornire l’alibi. Ma il meccanismo psicologico e sociale che porta una comunità a individuare un capro espiatorio non ha bisogno di quell’apparato per riattivarsi. Gli basta una piazza, e oggi la piazza più veloce ed efficace che abbiamo è quella digitale.
In questi giorni Varese ha vissuto qualcosa che, fatte le debite proporzioni, racconta la stessa dinamica. Una donna, cittadina francese di 49 anni, ha manifestato comportamenti di evidente squilibrio in diversi punti della città. Ha tentato per due volte di entrare nell’area del centro estivo comunale di Avigno, senza mai riuscirci e senza che nessun bambino venisse toccato. L’assessora ai Servizi educativi Rossella Dimaggio lo ha detto con chiarezza, «c’è stato tanto spavento ma i bambini non sono stati nemmeno toccati». Dopo il secondo episodio i sanitari hanno riscontrato un quadro clinico compromesso e la donna è stata ricoverata secondo la procedura del trattamento sanitario obbligatorio. Nel frattempo la Prefettura, su segnalazione della Questura, ha emesso un decreto di allontanamento dal territorio nazionale.
Sono fatti. Vanno raccontati, e la nostra redazione lo ha fatto. Ma accanto ai fatti, nelle stesse ore, si è mosso qualcos’altro: gruppi social locali, commenti, condivisioni, appelli sempre più insistenti, il nome e i tratti di una persona in crisi trasformati in materiale di consumo collettivo. Una caccia, appunto, fatta non di torce ma di pollici, non di piazze ma di bacheche, non meno capace, per questo, di travolgere chi ne è oggetto.
Il diritto di essere fragili
Vale la pena dirlo con chiarezza, perché lo hanno già detto le istituzioni competenti con altrettanta chiarezza. L’assessore ai Servizi sociali Roberto Molinari ha ricordato che agli assessorati non risultavano segnalazioni formali, né ai Servizi sociali né alla Polizia locale, e che tutto quanto si sapeva della vicenda arrivava dai giornali e dai social, non dai canali istituzionali. Ha aggiunto che eventuali iniziative spettano alle forze dell’ordine e agli apparati sanitari sulla base dei comportamenti concretamente riscontrati, non della pressione dell’opinione pubblica. E lo stesso testo diffuso dai Carabinieri, insieme a quello dell’assessora Dimaggio, restituisce l’immagine di una persona in difficoltà, non di una minaccia da neutralizzare con gli strumenti del linciaggio digitale.
La sicurezza dei bambini non è negoziabile, ed è giusto che il Comune abbia rafforzato la vigilanza attorno al centro estivo. Ma la sicurezza dei bambini e la dignità di una persona fragile non sono in competizione tra loro, si possono e si devono tutelare insieme. Chi vive un momento di crisi psichica non perde per questo il diritto a essere trattato come essere umano, e una comunità che si limita a puntare il dito, invece di attivare gli strumenti sanitari e sociali già previsti, non sta proteggendo nessuno. Sta solo cercando, come cinquecento anni fa, un corpo su cui scaricare la propria paura.
Informazione, non caccia
Da direttore di un giornale che da quasi trent’anni racconta questo territorio, sento la responsabilità di dire una cosa semplice. Il compito dell’informazione locale non è cavalcare l’indignazione, è restituire i fatti nella loro esattezza, con il contesto necessario a capirli, e senza mai dimenticare che dietro ogni vicenda di cronaca c’è una persona, non un personaggio da dare in pasto ai commenti.
Le streghe di ieri non esistevano. Le paure di chi le accusava, quelle sì, erano reali, e altrettanto reali erano i corpi che finivano sul rogo per pagarne il prezzo. Oggi il rogo non c’è più, ma il prezzo lo paga comunque qualcuno, ogni volta che una comunità sceglie la gogna invece della cura, il giudizio sommario invece dell’attenzione. Varese può fare meglio di questo. Lo deve, prima di tutto, a se stessa.
La foto è falsa, o meglio generata con l’AI.