Presidente Emilio De Vizia, il suo mandato alla guida di Confindustria Campania ormai in scadenza è coinciso con il consolidamento della crescita economica del Sud. Pensa che il trend durerà ancora?
«L’incremento del Pil del Sud oltre la media nazionale non può essere un fatto episodico ma ha motivazioni evidenti. Dalla centralità del Mezzogiorno e dei suoi porti in un Mediterraneo sempre più strategico per l’economia mondiale, alla spinta della Zes, sia grazie al credito d’imposta sia, ancor di più, grazie alla semplificazione; dai vecchi incentivi, prorogati dal Governo (bonus Sud, giovani e donne disoccupati, nuovi assunti) all’impatto dei lavori del PNRR. Certo, la conclusione di quest’ultimo apre punti interrogativi sull’immediato futuro anche se gli ultimi dati incoraggianti dell’automotive, il settore più in crisi anche in Campania degli ultimi anni, fanno ben sperare».
La sfida resta insomma resta quella di rendere strutturale la crescita, è così?
«Esattamente. Ma bisogna ragionare anche su altre indicazioni utili a individuare gli interventi necessari per rendere strutturale la crescita. Ad esempio, la presenza al Sud di molte unità produttive di aziende con sede legale in altre zone del Paese, iniziando proprio dagli stabilimenti automobilistici, rende sottostimato il dato del Pil meridionale. E poi resto dell’idea che parlare in modo generico di Sud non sia utile alla causa. Nel senso che non è un caso che nelle aree del Mezzogiorno, dove a partire dagli anni ‘70, si è investito in infrastrutture, la maggiore presenza di imprese ha contribuito alla crescita di quei territori».
Si riferisce ai ritardi delle aree interne in termini di sviluppo industriale?
«Proprio così. È accaduto lo stesso in Campania dove peraltro la diffusione di aziende industriali di eccellenza in settori anche ad alto contenuto tecnologico e digitale è molto più ampia di quanto si possa credere. Insomma, il nesso tra infrastrutture, servizi e imprese è decisivo e solo insistendo in questa direzione potremmo davvero ridurre il gap con il resto del Paese. Per questo, assumono grande importanza le opere ferroviarie dell’alta velocità in fase di realizzazione, a partire dalla Napoli-Bari: si avvicinano città, province e regioni le cui aree interne sono tra quelle che hanno perso il maggior numero di abitanti, spesso giovani».
È la risposta all’emigrazione che unita al calo demografico rischia di frenare ogni prospettiva delle aree interne?
«Un territorio cresce se crescono le imprese e le attività in generale: io non conosco ricette diverse, quindi, iniziamo dalle aziende di Stato, che peraltro sono tra i principali datori di lavoro di tanti giovani che lasciano il Sud. Trasferiscano nel Mezzogiorno, e soprattutto nelle aree interne meglio infrastrutturate, intere divisioni aziendali; e prevediamo incentivi fiscali per chi fa la stessa cosa, penso al mondo delle Big Four delle revisioni contabili e fiscali. Sono sempre convinto che le politiche industriali dovrebbe essere al centro del dibattito politico e se ciò non avviene da troppo tempo in Italia bisogna chiedersi perché. Forse dovremmo essere più incisivi sulla comunicazione, a prescindere dal colore politico dei nostri interlocutori».
Ma la Zes unica non è una strada incoraggiante?
«La Zes è stato un vero volano per la crescita del Sud, in termini di velocizzazione delle procedure e di incentivi agli investimenti. Ritengo proprio per questo che allargare il suo perimetro all’intero territorio nazionale, oltre a snaturare il ruolo dello strumento, sia un grosso rischio per i nostri territori. Basterebbe introdurre procedure di semplificazione amministrativa (tipo Zes) per autorizzare nuove attività o ampliamenti/modifiche delle vecchie, lasciando la Zes nella configurazione attuale. Piuttosto credo che tutte le Associazioni imprenditoriali del Sud su tale questione debbano assumere una posizione unica, per fare fronte comune. Nella mia esperienza da presidente di Confindustria Campania, ho dovuto constatare diverse volte la poca compattezza del sistema associativo del Sud su diversi temi fondamentali. Un punto che unitamente al poco peso in termini di quote associative su scala nazionale ci rende spesso scarsamente determinanti nelle decisioni da intraprendere. A mio parere, Napoli e la Campania, la regione del Sud con il maggior numero di imprese e il Pil più alto, dovrebbero invece guidare un simile processo. Ci ho provato anche io ma senza successo, eppure la strada rimane quella di sempre: la tutela delle imprese e dei loro diritti e doveri senza deroghe di qualsiasi genere. Ripartire da qui è la scelta vincente».