'Eravamo comunisti': Massimo D'Alema ripercorre la propria storia e quella della sinistra italiana

‘Eravamo comunisti’: Massimo D’Alema ripercorre la propria storia e quella della sinistra italiana

Ci sono personalità nella politica, sempre meno, che divengono personaggi iconici. Negli anni della Seconda Repubblica Berlusconi, sicuramente, a destra più di ogni altro. A sinistra questa casella la riempie Massimo D’Alema.

Sono cresciuto in un’epoca storica in cui tutto, dalle nostre parti, era “colpa di D’Alema”: Ma era proprio così? Di sicuro quello che per un popolo è stato il lìder Massimo ci ha sempre messo la faccia, sia in incarichi di governo – basti pensare al Libano e al Kosovo – sia in quelli di partito: la lista è troppo lunga. E ce la mette anche nel riconoscere gli errori e i fallimenti, politici e personali in un libro prezioso, Eravamo comunisti (Feltrinelli), che non si inserisce nella solita stanca memorialistica dei politici al tramonto. Intanto, perché in D’Alema il tramonto ancora non si vede: conversando insieme appassionatamente e affettuosamente Itaca pare piuttosto ancora un obiettivo. Anche se egli preferirebbe evocare Enea, non certo Ulisse.

E’ diventato proverbiale il morettiano “di’ qualcosa di sinistra”, per ritornare al concetto di icona. Freddure, cinismo, arroganza in qualche caso, sono caratteristiche negative ascoltate mille volte sul conto di D’Alema. Il bambino, il ragazzo, l’uomo ha attraversato una storia straordinaria a cui non mi riferisco per giustificare niente, ma per cercare di inquadrare il contesto e rendere comprensibile la grandezza di certi passaggi di cui a volte si parla con troppa superficialità nel dibattito pubblico. Perché D’Alema era il bimbo “pioniere” che a 11 anni tiene il suo primo comizio al cospetto di Togliatti, era il normalista combattuto fra il movimentismo e figure carismatiche quanto estremistiche come Adriano Sofri da una parte e il suo essere già un dirigente comiunista di altissimo livello in potenza dall’altra.

Poi, le punizioni e gli incarichi di partito, il convivere col fatto di essere il prescelto da parte di un certo Enrico Berlinguer. Reggere questo peso credo sia sottovalutato. Difficile immaginare oggi che cosa potesse significare, quale portata umana, politica, storica, ammesso che questa consapevolezza D’Alema l’avesse fino in fondo. In ogni caso in queste poche righe – congeniali al post di un blog che non annoi e renda accessibile la lettura anche attraverso un piccolo monitor – corre l’obbligo di consigliare la lettura di Eravamo comunisti a tutti coloro che siano interessati alla storia della sinistra italiana, comunque la si pensi e la si sia pensata riguardo i suoi passaggi e le sue mille sfumature.

E’ un libro ovviamente indispensabile per cultori e appassionati della storia del Novecento. E’ un pezzo di noi. E rivela anche dei risvolti umani e perfino teneri di una personalità che si è sempre mossa nel rigore berlingueriano, anche rispetto all’esposizione pubblica e anche a costo di apparire maledettamente antipatico. So già che citando il rigore berlingueriano saranno tirate fuori nei commenti la barca a vela e magari qualche scarpa costosa, perché è sempre un bello sport essere pauperisti sulla pelle degli altri, ma questi non sono argomenti. Invece, Eravamo comunisti permette di scoprire un D’Alema per certi versi sentimentalmente indifeso e scorgere anche una tenerezza malcelata, il che può riportare alla realtà anche certi giudizi negativi troppo frettolosi.

Sul bilancio dell’azione politica di D’Alema ognuno può restare o meno della propria idea, anche se negativa o profondamente negativa, ma scorrere le pagine di Eravamo comunisti val la pena allo stesso modo. Non sono attanagliato da nessun tipo di sentimento nostalgico, ma di sicuro noto che nell’agone politico, ad anni ruggenti e personalità di alto profilo, si sostituiscono oggi anni deprimenti e personaggi senza prospettiva.