Euro 2032, l'Italia ha già gli stadi: peccato siano del secolo scorso

Organizzeremo gli Europei insieme alla Turchia, ma dopo venticinque anni di promesse il nostro Paese continua a inseguire infrastrutture che altrove sono diventate normali. Sei nuovi stadi in diciotto anni, impianti vecchi e progetti che avanzano più lentamente delle dichiarazioni dei dirigenti.

Il calcio italiano ha trovato un modo piuttosto originale per affrontare il problema degli stadi: continuare a parlarne. Da almeno un quarto di secolo si organizzano convegni, si presentano progetti, si commissionano studi di fattibilità, si annunciano investimenti e si mostrano immagini digitali di impianti meravigliosi, possibilmente illuminati di notte. Poi arriva la domenica e si torna a giocare negli stessi stadi, con le stesse tribune, gli stessi problemi di accessibilità e, qualche volta, gli stessi bagni di quando il telefono aveva ancora il filo.

Nel 2032 l’Italia ospiterà insieme alla Turchia l’Europeo di calcio. La candidatura è stata assegnata dalla UEFA il 10 ottobre 2023, quando mancavano nove anni alla manifestazione. Un tempo che in altri Paesi può bastare per programmare e realizzare infrastrutture. Da noi, evidentemente, serve anche per discutere se sia davvero il caso di costruirle.

Il paradosso è che non abbiamo bisogno di scoprire quanto sia grave la situazione. Lo sappiamo già, lo scriviamo nei rapporti ufficiali e lo ripetiamo a ogni occasione pubblica. Quello che manca non è la diagnosi, ma la cura.

Sei stadi in diciotto anni. La Turchia ne ha costruiti più di trenta

Il ReportCalcio 2025 della FIGC offre un quadro che dovrebbe essere sufficiente a chiudere qualsiasi discussione sulla presunta competitività delle nostre infrastrutture. Tra il 2007 e il 2024 in Europa sono stati realizzati 226 nuovi stadi, per un investimento complessivo di 25,3 miliardi di euro. La Turchia, proprio il Paese con cui organizzeremo Euro 2032, ne ha costruiti oltre trenta. Altrettanti la Polonia. La Germania diciannove. L’Italia sei.

Sono gli impianti di Juventus, Udinese, Frosinone, AlbinoLeffe, Südtirol e Atalanta. In termini di investimenti abbiamo intercettato appena l’1% del totale europeo. E non stiamo confrontando il nostro Paese con realtà economicamente irraggiungibili, ma con nazioni che hanno considerato gli stadi parte integrante della propria politica infrastrutturale. L’età media degli stadi di Serie A è di 56 anni, quella della Serie B sale a 74. Soltanto il 22% degli impianti della massima divisione utilizza fonti energetiche rinnovabili. Nel calcio professionistico appena l’8% degli stadi non è di proprietà pubblica. Non significa automaticamente che ogni impianto comunale sia inefficiente, ma racconta un modello nel quale responsabilità, investimenti e gestione finiscono spesso per dipendere da soggetti diversi.

Per comprendere quanto siamo rimasti indietro basta osservare gli stadi europei costruiti o riqualificati negli ultimi vent’anni. Non sono semplicemente luoghi dove guardare una partita. Sono infrastrutture utilizzabili durante tutta la settimana, integrate nei trasporti, progettate per garantire servizi, accessibilità, sicurezza e ricavi. In Italia continuiamo a considerare eccezionale quello che altrove è diventato ordinario.

Eppure, mentre il divario aumentava, il linguaggio del calcio italiano è rimasto straordinariamente ottimista. Si parlava di opportunità, investimenti, accelerazioni. Mai di immobilismo, almeno finché i numeri non hanno cominciato a rendere le parole difficilmente sostenibili.

Michele Uva e quel qualcosa che si stava muovendo

Il 20 marzo 2023 Michele Uva, già direttore generale della FIGC e poi dirigente UEFA, intervenendo a Radio Anch’io Sport, spiegava che per rinnovare gli stadi serviva soprattutto un cambiamento culturale. Aggiungeva però una considerazione rassicurante: «Mi sembra che qualcosa si stia muovendo».

Una frase interessante, perché nel calcio italiano qualcosa si muove sempre. Il problema è stabilire se siano le ruspe oppure le presentazioni PowerPoint. Un mese dopo, il 27 aprile, Uva riconosceva che sugli impianti l’Italia si era fermata agli anni Novanta e invitava a studiare le esperienze europee. Nel novembre 2025, parlando di Euro 2032, avrebbe insistito sulla necessità di una politica di sistema e di un cambiamento di mentalità.

Sono osservazioni condivisibili. Sarebbe ingeneroso attribuire a Uva la volontà di nascondere problemi che, nelle sue stesse dichiarazioni, ha più volte riconosciuto. Ma è proprio questa alternanza tra lucidità diagnostica e ottimismo istituzionale a raccontare un limite della classe dirigente sportiva italiana: denunciare ritardi strutturali senza che il sistema nel suo complesso riesca a superarli.

Del resto, già quando era direttore generale della FIGC, Uva firmava la prefazione alla versione italiana della Guida UEFA agli stadi di qualità, sottolineando la necessità di passare dallo stadio inteso come costo a quello capace di generare ricavi. Un indirizzo corretto, rimasto per troppi anni più convincente sulla carta che sul territorio.

Nel 2025 lo stesso Uva sarebbe arrivato a indicare nell’Allianz Stadium della Juventus l’unico impianto italiano già in possesso dei parametri richiesti per Euro 2032. L’affermazione, riportata durante il Social Football Summit, riguarda i requisiti complessivi della manifestazione, non l’agibilità degli altri stadi. Ma è difficile immaginare un giudizio più severo sullo stato delle infrastrutture di un Paese appartenente al G7.

La verità è che in questi anni non sono mancate le persone capaci di spiegare cosa si dovesse fare. Sono mancate le condizioni per farlo davvero. E una federazione sportiva, pur non potendo sostituirsi ai proprietari degli impianti e alle amministrazioni, dovrebbe interrogarsi anche sulla distanza tra le proprie strategie e i risultati ottenuti.

Quattordici dossier, cinque stadi. E la soddisfazione per le pratiche consegnate

Il 30 settembre 2026 la FIGC ha comunicato di aver trasmesso alla UEFA i dossier relativi a tredici città e quattordici stadi candidati a ospitare Euro 2032. Quattro degli impianti proposti devono ancora essere costruiti. La selezione definitiva delle cinque sedi italiane avverrà dopo le verifiche di conformità della UEFA, articolate in undici aree tematiche e 120 requisiti operativi.

Giovanni Malagò si è dichiarato soddisfatto del numero e della qualità dei dossier, parlando di partecipazione, competenza e visione. Il tutto mentre l’Italia si presenta a un appuntamento internazionale con progetti che, in alcuni casi, esistono ancora soltanto nella documentazione tecnica.

Naturalmente rispettare una scadenza amministrativa è importante. Ma in un Paese nel quale le opere pubbliche vengono spesso raccontate attraverso il numero dei progetti approvati, anziché quello dei cantieri conclusi, bisognerebbe evitare di confondere la presentazione di un dossier con un risultato infrastrutturale. Un dossier non ha fondamenta, non ospita spettatori e non risolve i problemi di mobilità. Può rappresentare il primo passo di un progetto serio, ma resta il primo passo. Misurare il successo dalla qualità della documentazione è un po’ come giudicare una squadra dalla bellezza delle maglie prima ancora di averla vista giocare.

Il confronto con la Turchia aggiunge una certa dose di imbarazzo. Secondo quanto riportato dall’ANSA nell’agosto scorso, Ankara ha presentato dieci impianti già pronti tra i quali scegliere i cinque destinati al torneo. L’Italia, invece, ha presentato un insieme di stadi esistenti, progetti di riqualificazione e nuove costruzioni ancora da realizzare.

La differenza non riguarda soltanto le disponibilità economiche. Riguarda la capacità di trasformare una strategia in un’infrastruttura. La Turchia ha investito negli stadi quando non aveva ancora ottenuto l’organizzazione degli Europei. L’Italia sembra aver bisogno degli Europei per convincersi che gli stadi siano necessari; come accaduto, malamente, per Italia ‘90.

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Gli stati costruiti

San Siro, la metafora perfetta di un Paese immobile

San Siro rappresenta probabilmente l’esempio più evidente di questa contraddizione. Uno degli impianti più conosciuti del mondo, carico di storia e di memoria, è diventato per anni il centro di un confronto nel quale si sono intrecciati interessi economici, vincoli urbanistici, tutela del patrimonio, conflitti politici e progetti industriali.

Il 5 novembre 2025 Inter e Milan hanno acquistato dal Comune di Milano lo stadio e le aree circostanti per 197 milioni di euro. Il 6 ottobre 2026 il Tribunale amministrativo regionale ha respinto o dichiarato inammissibili cinque ricorsi contro la vendita, consentendo al progetto del nuovo impianto di proseguire. Restano distinti da queste decisioni gli accertamenti della Procura milanese sulla procedura di compravendita, rispetto ai quali non esistono responsabilità penali accertate.

Non siamo più, dunque, alla completa immobilità degli anni precedenti. Ma non siamo neppure davanti a uno stadio costruito. È questa la distanza che andrebbe raccontata ogni volta che una società presenta un rendering accompagnato da parole come sostenibilità, innovazione e rigenerazione urbana. Il caso milanese dimostra anche quanto sarebbe superficiale attribuire ogni responsabilità alla burocrazia. La tutela del patrimonio pubblico, la trasparenza amministrativa, la valutazione dell’impatto urbanistico e il diritto dei cittadini di contestare le decisioni non sono fastidiosi ostacoli da eliminare. Sono elementi essenziali di uno Stato di diritto. Il problema nasce quando le regole non riescono a convivere con procedure comprensibili, tempi prevedibili e decisioni sostenibili.

E ci sono anche le responsabilità dei club, spesso pronti a chiedere alle amministrazioni pubbliche condizioni favorevoli per investimenti dei quali conserverebbero gran parte dei benefici economici. Uno stadio moderno può produrre ricavi significativi, ma la sostenibilità di un progetto non si misura soltanto dal bilancio della società che lo utilizza. Conta quello che accade attorno: trasporti, traffico, spazio pubblico, servizi, quartieri e qualità della vita.

A Firenze, intanto, il percorso di riqualificazione del Franchi continua a richiedere soluzioni amministrative e finanziarie. Nel giugno 2026 il Comune ha indicato nel partenariato pubblico-privato una strada per completare l’intervento, ricostruendo un iter avviato nel 2020. Ancora una volta, il problema non è l’assenza di un progetto, ma la complessità della sua realizzazione.

Il commissario straordinario, la soluzione ai ritardi italiani

Per cercare di accelerare il processo verso Euro 2032, il legislatore ha previsto la figura di un commissario straordinario incaricato di coordinare e attuare gli interventi infrastrutturali necessari alla manifestazione. Le opere possono essere considerate di interesse strategico nazionale e beneficiare di strumenti specifici per superare gli ostacoli amministrativi.

È una decisione che risponde a un’esigenza concreta. Ma contiene anche un’ammissione implicita: per realizzare in tempi ragionevoli infrastrutture sportive considerate indispensabili, l’ordinario funzionamento del sistema potrebbe non bastare. Ecco il punto politico, che non riguarda un singolo governo, ma amministrazioni di orientamenti diversi, maggioranze succedutesi nel tempo e una classe dirigente calcistica che ha attraversato stagioni di profonde trasformazioni economiche senza riuscire a modernizzare altrettanto rapidamente le proprie infrastrutture.

Da una parte abbiamo club che competono sul mercato internazionale, fondi d’investimento, ricavi televisivi miliardari e proprietà straniere. Dall’altra, impianti che in molti casi appartengono a un’altra epoca. Si pretende di giocare nel calcio contemporaneo utilizzando strutture progettate per un modello economico e sociale ormai superato.

La questione è tanto più seria perché le potenzialità economiche esistono. Il ReportCalcio 2025 stima che i 31 progetti di nuovi stadi allora in programmazione o realizzazione potessero generare investimenti per 5,1 miliardi di euro, con un impatto aggiuntivo sul PIL di 6,1 miliardi e circa 80mila posti di lavoro. Sono stime condizionate alla finalizzazione degli interventi, non ricchezza già prodotta.

Ed è proprio questa la differenza fondamentale. L’Italia è molto abile a calcolare il valore delle opere che potrebbe costruire. Meno a completarle.

Euro 2032 non dovrebbe essere l’ennesima occasione perduta

Mancano ancora sei anni agli Europei, un tempo sufficiente per completare interventi se progetti, finanziamenti e procedure trovano un equilibrio credibile. Sarebbe sbagliato considerare già fallita un’operazione che può ancora produrre risultati. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile trasformare ogni avanzamento burocratico in una prova di successo. Il rischio maggiore, peraltro, non consiste nell’arrivare al 2032 senza cinque stadi utilizzabili. Le istituzioni calcistiche e politiche faranno quanto necessario per consentire lo svolgimento del torneo. Il rischio è che l’eccezionalità dell’evento produca soltanto un numero limitato di interventi, senza modificare le condizioni strutturali che hanno determinato il ritardo.

Cinque stadi pronti per un Europeo non equivalgono a una politica nazionale dell’impiantistica sportiva. Servirebbero una programmazione pluriennale, procedure certe, investimenti privati realmente sostenibili, amministrazioni pubbliche capaci di tutelare gli interessi collettivi senza trasformare ogni decisione in una trattativa interminabile. Servirebbe anche una diversa cultura della responsabilità, nella quale chi annuncia un progetto venga giudicato sulla sua realizzazione e non sulla qualità della conferenza stampa.

Dal 1990, anno del Mondiale italiano, sono passati trentasei anni. Abbiamo avuto tutto il tempo per comprendere gli errori commessi allora, quando interventi costosi e spesso poco lungimiranti non produssero quella modernizzazione duratura che ci si aspettava. Abbiamo avuto anche il tempo per osservare quello che accadeva nel resto d’Europa.

Eppure continuiamo a comportarci come se il futuro delle infrastrutture sportive fosse un argomento da scoprire al prossimo convegno. Euro 2032 può essere un’occasione importante, ma soltanto se smetteremo di considerare un successo l’annuncio di ciò che dovrebbe già esistere. Gli stadi sono edifici, e come tutti gli edifici hanno bisogno di progetti, soldi, regole e soprattutto di qualcuno che si assuma la responsabilità di costruirli. Il calcio italiano, nel frattempo, può continuare a discutere del proprio futuro. Purché nel 2032 i tifosi non siano costretti a cercarlo seduti sulle gradinate del passato.