Per una sera, al Gran Premio di Formula 1® di Monza 2026 non si aspetta il semaforo verde. Si apparecchia: a tavola c'è la "Paddock Family". Una lunga tavola, circa 100 metri, sulla griglia di partenza dell’Autodromo monzese accoglie tutti. Il luogo dell’accelerazione per eccellenza diventa, per qualche ora, quello della sosta e della condivisione. È il paradosso visivo e narrativo da cui prende forma La Tavolata, una maestosa e suggestiva cena-evento dal sapore profondamente italiano, con cui Barilla riunisce intorno allo stesso tavolo la grande famiglia della Formula 1.
Paolo Barilla e il suo benvenuto agli ospiti de La Tavolata
Il cielo è rosa, l’asfalto restituisce ancora il calore del giorno. Al posto del rombo dei motori, una musica suonata senza palco: una band attraversa l’aperitivo, intrattiene gli ospiti cantando tra loro e più tardi percorre la tavolata. Un gesto spontaneo, quasi da vecchia osteria, che porta sulla pista un modo profondamente italiano di accogliere, premiato anche da Unesco per la sua biodiversità culturale.
Anche la mise en place parla la stessa lingua e declina l’italianità nei toni del blu Barilla: tovaglie ispirate agli strofinacci delle cucine di casa, tovaglioli ricamati e sottopiatti a scacchi bianchi e blu. Una rilettura cromatica della bandiera del traguardo, che per una sera abbandona il tradizionale bianco e nero. A scandire la lunghezza della tavola, una sequenza di lampadine ad ampolla sospese, quasi un’installazione luminosa sulla griglia di partenza. Spingendosi verso la sua estremità riemergono i numeri dipinti sull’asfalto. Le posizioni della griglia. Basta guardarli per immaginare, senza riuscirci davvero, il motore che tuona, il corpo immobile per qualche istante e tutta la pista spalancata davanti.
Quasi altrettanto difficile è immaginare che cosa significhi servire proprio lì più di duecento persone contemporaneamente. Soprattutto quando, sulla griglia di partenza della cucina, non deve scendere in pista una semplice cena, ma un menu firmato Massimo Bottura. Curata dallo chef tre stelle Michelin, la cena ha celebrato infatti l'ospitalità italiana attraverso un menù ideato attorno alla pasta Barilla, in collaborazione con DO&CO, fornitore ufficiale del Formula 1® Paddock Club. Anche lo chef modenese, due volte il migliore al mondo per la classifica Fifty Best, come un pilota da Gran Premio, è chiamato a dare tutto: ogni gesto conta, ogni secondo può fare la differenza. È questa l’essenza de La Tavolata Barilla: quasi 100 metri apparecchiati per la grande famiglia della Formula 1 — piloti, team principal, ingegneri, meccanici, strateghi, tecnici degli pneumatici, personal trainer e driver della safety e della medical car — insieme a giornalisti e ospiti del mondo dello spettacolo. La Formula 1 che il pubblico normalmente non vede, quella fatta di centinaia di persone diverse ma unite dalla stessa precisione, che rende possibile ogni giro di pista.
Da sinistra: Paolo Barilla, Massimo Bottura, e Stefano Domenicali
Un desco infinito
Sul palcoscenico della velocità si celebra così l’arte lenta dell’ospitalità italiana. La pasta ne diventa la protagonista naturale: immediata, democratica, veloce da preparare, ma soprattutto capace di riunire tutti. Il messaggio di Barilla è affidato proprio a questo gesto: dietro ogni grande prestazione esiste una squadra e, almeno per una sera, ruoli, divise e rivalità possono lasciare spazio alla convivialità. Lo raccontano anche i volti degli dall'intero ecosistema della Formula 1® - come il pilota della scuderia VCARB Yuki Tsunoda e il suo ingegnere di pista Alexandre Iliopoulos o il grande Nico Rosberg (campione del Mondo di Formula 1 nel 2016). Stasera siedono a questo desco infinito come semplici commensali, l’atmosfera è sorprendentemente rilassata. Sono invitati, ma sembrano sentirsi a casa.
Nico Rosberg
Tra loro anche la pilota Vicky Piria, che è anche un amato volto del motorsport italiano, che nel paddock trascorre abitualmente giornate scandite dalla fretta. «Qui ci sono tante persone che conosco e con cui lavoro, che frequento tutti i giorni. Ma abitualmente siamo tutti di corsa, presi da mille cose. Stasera, invece, possiamo sederci e goderci davvero un momento speciale tra grande cucina e la splendida ospitalità italiana» ci racconta incantata. Per Vicky la cena ha anche il sapore di un rito familiare. Lei, una madre inglese e un padre, Pierpaolo, di origini calabresi, racconta di non avere mai dato per scontato il valore che noi italiani diamo alla convivialità, al radunarci tutti intorno ad una tavola e a gioirne e di amrlo moltissimo: «Quando andavo a trovare i miei cugini a Londra e li vedevo mangiare sul divano, impazzivo. Per me tornare a pranzo significa stare tutti Insieme, riunirci» racconta. Un’appartenenza che in questa serata, ritrova sulla pista: «Avevo un po’ paura di arrivare a cena e non conoscere nessuno. Invece qui c’è tutto il mio mondo, in un clima bello e rilassato».
Al centro, Yuki Tsunoda
Il menu costruito da Bottura segue il linguaggio del circuito: tre portate, tre lap. Il primo giro sono i fusilloni trafilati al bronzo al pesto «che non è il pesto alla genovese!», tiene subito a precisare lo chef. Dentro infatti ci sono le erbe di Casa Maria Luigia, quello che Bottura chiama con ironia «il di tutto e di più delle erbe», insieme a una vellutata crema di piselli e al pangrattato tostato. Il piatto non replica la tradizione ligure: ne prende l’idea, la gioia vegetale e conviviale, per trasportarla dentro l’universo dello chef.
Il secondo lap entra ancora più apertamente nel gioco della velocità: Gran Ruote Cacio e Pepe. Da Roma a Monza, passando però per Modena. Al posto del pecorino, Bottura sceglie infatti una crema di Parmigiano Reggiano; il pepe dà lo scatto finale e la forma della pasta richiama giocosamente le ruote delle monoposto. La velocità, questa volta, non è soltanto una metafora. Le nuove Gran Ruote Barilla Racing Edition cuociono in sei minuti. Un tempo quasi da pit stop che, quando i piatti da servire sono centinaia, diventa una vera sfida tecnica. Bottura accoglie gli ospiti come un padrone di casa, ma la tensione è visibile. Il timore è uno solo: che la pasta non riesca a mantenere il punto di cottura durante un servizio di quelle dimensioni. Sei minuti possono sembrare pochi, ma tra la pentola e il tavolo si apre uno spazio in cui ogni secondo conta.
Prima della cena, però, lo chef ci accoglie per una chiacchierata privata, conclusa con un bicchiere di champagne Moët e racconti divertenti. Bottura sembra già perfettamente a suo agio, come se per un momento avesse dimenticato la responsabilità de La Tavolata e la sfida che lo aspetta in cucina. La pasta, invece, tiene la cottura perfettamente. Le Gran Ruote arrivano al dente e il piatto viene completato con la precisione richiesta dallo chef. Soltanto allora Bottura si rilassa davvero, si ferma tra gli ospiti e la conversazione si dilunga, attraversando cucina, squadra e motori. «Le migliori prestazioni non sono mai uno sforzo individuale», racconta. «Da solo sono Massimo Bottura; insieme siamo la Famiglia Francescana».
Cucina e Formula 1 finiscono così per somigliarsi: il pubblico vede soltanto l’ultimo gesto, un piatto che arriva a tavola, una monoposto che taglia il traguardo, ma alle spalle esistono prove, competenze, fiducia e un lavoro collettivo quasi invisibile. Nato e cresciuto nel cuore della Motor Valley, Bottura è del resto l’interprete naturale di questo paradosso. Arriva da una terra capace di aspettare anni per un aceto balsamico o un Parmigiano Reggiano e, allo stesso tempo, ossessionata dalla conquista di ogni millesimo. Una terra in cui lentezza e velocità non sono contrarie: diventano due modi differenti di cercare la perfezione.
La terza portata cambia direzione e porta la cena verso Sud. L’Essenza del Sole Siciliano riunisce mandorle, pistacchi, caffè, arancia amara, limoni e capperi. Ingredienti che raccontano un’isola modellata dall’incontro tra popoli e culture, dagli arabi ai normanni fino agli spagnoli. Un finale che restituisce l’immagine di un’Italia plurale, attraversata da contaminazioni e memorie.
E poi c’è il paddock. Non più soltanto il territorio quasi inaccessibile dietro ai box, ma uno dei luoghi più desiderati della Formula 1 contemporanea. Un microcosmo itinerante nel quale sport, tecnologia e competizione incontrano relazioni, lifestyle e una nuova idea di hospitality. La Tavolata ne offre un’immagine capovolta. Per una sera, le persone abituate a muoversi in un ambiente scandito da cronometri, urgenze e responsabilità sono finalmente sedute. Parlano, mangiano, brindano. La gara resta fuori dal tavolo e il paddock, più che una macchina perfetta, torna a mostrare la propria dimensione umana.
La cena apre un intero weekend con cui Barilla porta la propria idea di “Domenica italiana” dentro e fuori dal circuito. A Milano, Piazza San Babila accoglie degustazioni, show cooking e un tavolo disegnato seguendo il profilo della pista di Monza; nell’autodromo, l’Ultimate Hospitality mescola masterclass gastronomiche, simulazioni di guida e prove di pit stop. Un incontro che ha anche una storia familiare. Paolo Barilla, oggi vicepresidente del Gruppo, è stato pilota di Formula 1 e nel 1990 ha guidato la Minardi M190. La riproduzione in scala della monoposto, esposta nell’hospitality di Monza, ricorda come il legame tra il marchio e il mondo dei motori non nasca soltanto da una partnership, ma da un’esperienza vissuta in prima persona.
A fine serata, la musica torna ad accompagnare gli ospiti mentre la tavola lentamente si svuota. I sottopiatti a scacchi, con il divertito benestare dei padroni di casa, spariscono uno dopo l’altro. Nessuno sembra avere intenzione di dimenticare il proprio al tavolo. Ricordano la bandiera a scacchi della Formula 1, ma al bianco e nero sostituiscono il bianco e il blu Barilla. Così, felici della serata, gli ospiti lasciano la pista con quei piatti sotto il braccio: una bandiera del traguardo trasformata in ricordo. Il giorno dopo, su quegli stessi numeri dipinti sull’asfalto, torneranno monoposto, strategie, cronometri e millesimi di secondo. Per una sera, invece, Monza ha cambiato la propria misura del tempo: sei minuti per cuocere una pasta, qualche ora per condividere una cena, il tempo indefinibile di una conversazione che si allunga. Nel luogo costruito per correre, il vero lusso è stato fermarsi e gustarsi la serata.







