Festival di Open 2026, Rkomi: «Non ho mai voluto rappresentare il mio quartiere, ero la voce di me stesso» - Il video

Il confronto a Parma tra il cantante e la scrittrice Sabrina Efionayi sul «coraggio di essere cattivi»

Google Preferred Site

Crescere significa anche cambiare idea, indossare maschere diverse, smettere di essere ciò che gli altri si aspettano. E, qualche volta, anche deludere chi ci ha cresciuto. È stato questo il filo conduttore del panel del Festival di Open 2026 dedicato alla crescita e al «coraggio di essere cattivi». Sul palco, il cantante Rkomi e la scrittrice Sabrina Efionayi hanno raccontato due percorsi diversi attraversati dalla stessa necessità, quella di trovare una propria voce senza lasciarsi definire dal pubblico o dal luogo da cui si proviene.

«Coraggio, per tanto tempo, è stata una parola di cui sono stata allergica», ha raccontato Efionayi. «Ma poi c’è stato un periodo della mia vita, tra i 16 e i 17 anni, in cui non avevo nessun’altra alternativa». Una parola che nel suo percorso si intreccia anche con il rapporto con l’immagine pubblica e con i social, diventati ormai parte del lavoro di chi scrive e comunica. «Passavo mesi in cui disinstallavo Instagram, ma più volte mi è stato consigliato di riaprirlo, anche per il mio lavoro di scrittrice». Poi, però, è arrivata la consapevolezza del rischio di confondere ciò che accade online con la vita reale. «Ho il terrore di essere trascinata dai non mi piace», ha spiegato. «Penso che spesso facciamo difficoltà a riconoscere la vita reale da quella dei social», ha aggiunto.

Le maschere da indossare

Un rapporto con i social che Rkomi ha descritto in modo diverso, quasi come un gioco con cui imparare a convivere. «Non mi sono mai posto dei limiti, soprattutto quando sei giovane. Ho sempre scelto che maschera indossare», ha dichiarato. Anche la musica, secondo il cantante, cambia insieme alle generazioni e non può rimanere ancorata a ciò che piaceva dieci anni prima. «Sui social ci facciamo vedere sempre come persone certe», ha osservato. «Quello che piace ai giovani, anche il tipo di rap e pop, è diverso rispetto a dieci anni fa e così deve essere». E sul rapporto con i social aggiunto che «dovremmo pensarla più come un gioco, anche se cresciamo con i social e rimane tutto lì».

Ti potrebbe interessare

  • Giancarlo Giorgetti al Festival di Open 2026: «Il taglio del bollo sarà strutturale. Ma preoccupa l’aumento dei tassi di interesse» – Il video

  • Sport e inclusione al Festival di Open 2026, Ghiretti: «Basta eroismo e pietismo. Parliamo di tecnica, fatica e campioni» – Il video

Il quartiere di origine

Nel suo percorso, però, c’è anche il rapporto con il quartiere in cui è cresciuto. Rkomi ha raccontato di non aver mai voluto assumere il ruolo di rappresentante di una comunità. «Non ho mai voluto rappresentare il mio quartiere, si è sempre presentato da solo. Ero la voce di me stesso». Da quel contesto, però, dice di aver portato con sé alcune caratteristiche che ancora oggi riconosce come parte della propria identità. «Prendo la mia capacità di adattamento», ha chiosato. Ci sono stati momenti, ha raccontato, in cui ha scelto di allontanarsi proprio per costruire la propria strada senza gli aiuti che avrebbe potuto trovare restando nel quartiere. Oggi continua a frequentarlo e lì sono ancora molti dei suoi amici. Nelle sue canzoni, ha raccontato, cerca soprattutto di trasmettere «capacità di adattamento, curiosità e un po’ di “cazzimma”», quella dose di «spalle» necessaria per andare avanti.