ADRIA - Meno sacerdoti, sempre più anziani e chiamati a dividersi tra un numero crescente di impegni. È dentro questa realtà che la Diocesi di Adria-Rovigo colloca la scelta destinata a cambiare una delle consuetudini più radicate delle comunità: quella dei funerali celebrati secondo le necessità delle famiglie. Una decisione che ad Adria e Papozze ha inevitabilmente fatto discutere e sulla quale ora interviene don Davide Gasparetto, responsabile dell'Ufficio Comunicazioni Sociali diocesano, spiegando le ragioni che hanno portato a stabilire giorni, orari e modalità precise per le esequie.
Crisi delle vocazioni e conseguenze
«La crisi delle vocazioni sacerdotali e l'innalzamento dell'età media del clero - spiega don Gasparetto - che risultano in un generale calo del numero di preti attivi sul territorio con conseguente aumento delle mansioni e degli oneri pastorali di ciascuno, non rappresenta certo una novità: si tratta di un processo in corso almeno dagli anni Settanta». Un fenomeno che viene da lontano, ma le cui conseguenze diventano sempre più concrete nella vita delle parrocchie, dove attività, celebrazioni e presenza nelle comunità devono essere distribuite tra un numero inferiore di sacerdoti. Ed è in questo quadro che Gasparetto inserisce la decisione assunta per Adria e Papozze: «Davanti alle varie problematiche che si pongono, non esistono soluzioni facili, né immediate, ma si rende necessario procedere per tentativi e sperimentazioni che, pur con i loro limiti, possono aiutare le comunità cristiane a delineare sempre più e sempre meglio uno stile e un ritmo di vita compatibile con la realtà contemporanea».
Una sperimentazione, dunque, alla cui base c'è un problema concreto: conciliare il tempo richiesto dalle esequie con tutto ciò che resta affidato ai sacerdoti: «Il fatto di stabilire con chiarezza e precisione giorni, orari e modalità possibili dello svolgimento delle esequie permette di dare un ordine e un ritmo gestibile ad un ambito dell'impegno pastorale che, per sua natura, tende ad essere estremamente pervasivo». E che, secondo Gasparetto, è destinato a diventarlo ancora di più: «Da qui in avanti lo sarà sempre di più, per una chiara evidenza di carattere demografico», rischiando di andare «anche a scapito di altri ambiti e realtà in cui la presenza e l'impegno dei preti sono preziosi e richiesti».
Funerali, cambiano le regole
Il nodo non riguarda quindi soltanto i funerali, ma l'organizzazione complessiva della vita pastorale. E Adria non rappresenta un caso isolato. «Trovare una modalità per gestire questo delicato ambito pastorale è una sfida con cui si confrontano da anni tutte le comunità cristiane, dentro e fuori la nostra diocesi - spiega il sacerdote -. Realtà diverse stanno sperimentando, in tempi recenti, diverse soluzioni». Non esiste quindi una ricetta applicabile ovunque: «I diversi approcci nel cercare modalità che rendano vivibile per i preti e gli operatori pastorali il loro servizio non può che dipendere anche da fattori che variano da caso a caso, da zona a zona».
Ma la riflessione di Gasparetto va oltre l'organizzazione delle esequie e arriva al modo stesso di vivere la comunità ecclesiale: «L'auspicio è che queste sfide inedite e le sperimentazioni che ne derivano siano occasione per i fedeli stessi per riscoprire sempre più la Chiesa non come un ente erogatore di servizi occasionali, ma come una comunità in cui si condivide la vita alla luce del Vangelo, con i suoi passaggi più gioiosi e con quelli più faticosi, ma soprattutto con una quotidianità che permette nella continuità di tempi dilatati la cura delle persone, lo stabilirsi e l'approfondirsi di relazioni significative, l'accompagnamento reciproco all'incontro e all'amicizia con il Signore».