Il braccio destro del fondatore di Exodus racconta gli anni di impegno accanto agli ultimi e ripercorre le trasformazioni della storica fondazione

Il tempo dei ricordi e della continuità. La figura di don Antonio Mazzi, il sacerdote ed educatore fondatore della Cooperativa Exodus scomparso nei giorni scorsi, continua a vivere attraverso la voce di chi ha condiviso con lui decenni di impegno sul campo. A Gallarate, lo ricorda la voce di Roberto Sartori, che per lunghi anni è stato suo braccio destro nel lavoro accanto agli ultimi.
«Ero con lui ieri mattina», racconta Sartori ripercorrendo l’inizio di un legame inaspettato.
L’incontro nel 1999
Il primo incontro risale al 1999 a Milano, grazie all’intermediazione di Angela Tremonti, sorella del ministro e molto vicina al sacerdote. All’inizio – ammette Sartori senza filtri – il sacerdote non suscitava in lui grande simpatia, complici la sua forte esposizione televisiva e la sua nota fede calcistica per l’Inter.
Eppure, il primo colloquio cambiò radicalmente la prospettiva: «mi ha detto che non potevo buttare via la mia esperienza, “saresti perfetto a dirigere una sede”».
Da quel momento è iniziato un percorso che a Gallarate ha visto l’apertura di numerosi spazi e punti di riferimento per la cittadinanza. Dalla prima sede di via Mercanti a via Roma, passando per villa Calcaterra, il complesso di via Mameli e via Gorizia.
In quegli anni, l’attenzione era rivolta soprattutto al disagio giovanile e alla lotta contro le dipendenze.
«C’erano ancora in giro i “dammi cento lire”, lavoravamo con loro», ricorda Sartori parlando del lavoro nei punti di ascolto. «Avevamo il presidio in stazione che era importante, perché era il ricettacolo di tutti, arrivavano da Milano su su fino allo Svizzera. Dormivano tra la stazione e Sciarè».
Quella struttura fu la prima a intervenire su un fenomeno complesso, affrontato con un approccio globale: «di quel fenomeno pericolosissimo, una questione di legalità, di sicurezza, di educazione».
Un progetto che univa tutti
Un tratto distintivo dell’operato di don Mazzi era la capacità di unire persone di estrazione politica opposta attorno a un obiettivo comune. «Riuscivamo a tenere nello stesso progetto persone come me, di estrema sinistra, e Fabio Castano di estrema destra», sottolinea Sartori.
Senza don Mazzi? «Non sarà più come prima»
La scomparsa del fondatore lascia un vuoto incolmabile nella comunità e nella gestione quotidiana delle attività. «Non sarà più come prima – ammette Sartori –. È come avere un lampadario senza una lampadina: quell’uomo aveva una risposta per tutti e tutto».
Nonostante il dolore, l’eredità morale e organizzativa rimane solida. La rete di Exodus guarda ora al domani, consapevole che le sfide sociali sono profondamente mutate rispetto agli anni passati. «Oggi Exodus ha tante sedi – conclude Sartori –, ci ha tracciato una strada per il futuro. Sapendo che oggi i problemi non sono quelli del “dammi cento lire!”, sono diventati più complessi e nascosti».
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