Lo scontro è arrivato come un fulmine a ciel sereno. Dopo la frase pronunciata da Donald Trump il 19 giugno ("Meloni mi ha implorato per una foto"), la premier si è detta "allibita" e ha risposto che l'Italia "non implora mai". Ma lo choc è stato duplice. Se da un lato Giorgia Meloni ha sempre enfatizzato, in questi anni, il rapporto privilegiato con Washington, considerandolo un elemento essenziale della strategia per "tenere unito l'Occidente", dall'altro il governo italiano ha promosso iniziative che hanno ulteriormente rafforzato i legami economici tra le due sponde dell'Atlantico, favorendo di fatto gli investimenti e l'espansione di alcuni grandi gruppi americani dell'industria e della finanza. Andiamo con ordine.
I nuovi impegni per la difesa e gli ordini per le aziende Usa
Partiamo da uno dei temi più delicati degli ultimi anni: la difesa. Da tempo gli Stati Uniti chiedono agli europei di aumentare la spesa militare e, nel vertice Nato dell'Aja del giugno 2025, gli alleati hanno assunto l’impegno di destinare entro il 2035 il 5 per cento del Pil alla difesa e alla sicurezza: almeno il 3,5 per cento per le spese militari in senso stretto e fino all’1,5 per cento per infrastrutture, resilienza e investimenti collegati. Un incremento che potrebbe tradursi in maggiori commesse per i grandi gruppi americani della difesa, soprattutto nei settori in cui l'industria statunitense mantiene una posizione dominante: aerei da combattimento, sistemi missilistici, difesa antiaerea, munizioni, droni, software e tecnologie satellitari. Se l'aumento delle spese militari significa anche maggiori ordinativi per due aziende a partecipazione pubblica come Leonardo e Fincantieri, il governo Meloni ha destinato ingenti risorse anche all'acquisto di sistemi prodotti dall'industria americana della difesa.
Secondo i dati dell'Osservatorio Mil€x sulle spese militari, dal 2023 il Ministero della Difesa ha approvato finanziamenti per quasi 2 miliardi, a fronte di un costo complessivo previsto superiore a 4 miliardi. Considerando anche i programmi statunitensi già in corso, la spesa programmata tra il 2023 e il 2027 sale, secondo Mil€x, a circa 4,4 miliardi. Tra i programmi figurano lanciamissili, droni, aerei spia, bombe di vario tipo e mezzi destinati alle forze speciali. Il conteggio, tuttavia, non comprende l'acquisto di altri 25 caccia F-35 approvato dal governo, il cui costo è stimato in almeno altri 7 miliardi di euro.

Non solo. Anche i principali gruppi della difesa italiana attraggono sempre più l'interesse dei grandi fondi d'investimento statunitensi, anche grazie alle ottime performance registrate in Borsa. Nel settembre 2024 il governo Meloni, nell'ambito della procedura di golden power, ha autorizzato BlackRock a superare il 3 per cento del capitale di Leonardo, la nostra più grande azienda della difesa. Pochi giorni dopo l'amministratore delegato del fondo, Larry Fink, è stato ricevuto a Palazzo Chigi. Sul tavolo non ci sarebbero stati soltanto i progetti legati alla costruzione di data center e di infrastrutture chiave, ma anche il tema delle future privatizzazioni di aziende pubbliche, un settore nel quale il fondo, come vedremo, è sempre più presente.
Gas Gnl: così gli Usa sono diventati i nostri primi fornitori
Il gas è un altro nodo strategico che avvicina sempre di più Europa e Stati Uniti. Il gas naturale può essere trasportato in due modi: allo stato gassoso, attraverso i gasdotti, oppure come gas naturale liquefatto (Gnl), dopo essere stato raffreddato fino a diventare liquido. Le esportazioni statunitensi di Gnl sono passate da circa 5,2 miliardi di metri cubi all'anno nel 2015 a 155 miliardi di metri cubi i metri cubi di gas naturale equivalente nel 2025: un incremento del 2.900% in meno di dieci anni, trainato in larga parte dall'abbandono del gas russo da parte dell'Europa dopo l'invasione dell'Ucraina. Una crescita che ha permesso agli Stati Uniti di diventare il primo esportatore mondiale di Gnl. Nello stesso periodo il titolo di Cheniere Energy, colosso del gas naturale con sede a Houston e tra i principali esportatori americani di Gnl, è salito di circa il 236% negli ultimi cinque anni.

Anche il mix energetico italiano (come del resto quello della maggior parte dei Paesi europei) è cambiato profondamente. Per sostituire le forniture russe, l'Italia ha aumentato le importazioni via gasdotto dall'Algeria che, secondo i dati Arera relativi al 2025, è diventata il principale fornitore del Paese, coprendo oltre il 36% degli approvvigionamenti. Parallelamente sono cresciute anche le importazioni di Gnl dagli Stati Uniti, che nel 2025 hanno rappresentato circa il 46% di tutto il gas liquefatto importato dall'Italia.
Del resto lo stesso ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva parlato di una "strategia transattiva": per riequilibrare il surplus commerciale italiano nei confronti degli Stati Uniti e attenuare il rischio di nuovi dazi, aveva proposto di incrementare gli acquisti in alcuni settori strategici, tra cui proprio gas e difesa. Una linea che riflette anche il nuovo equilibrio economico e geopolitico creatosi tra le due sponde dell'Atlantico.
Il caso Tim ed Enilive
Non ci sono però soltanto difesa ed energia. Ad attirare l'interesse di molti fondi d'investimento americani e delle grandi multinazionali ci sono anche i risparmi delle famiglie italiane e la presenza di aziende a partecipazione pubblica considerate strategiche o particolarmente redditizie.
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Tra le operazioni più rilevanti c'è quella che ha interessato Tim nel luglio 2024. Il governo Meloni ha sostenuto la cessione della rete fissa dell'ex monopolista al fondo infrastrutturale statunitense Kkr, autorizzando l'operazione attraverso il golden power e accompagnandola con l'ingresso del Ministero dell'Economia nella nuova società della rete con una quota di minoranza. L'esecutivo ha difeso la scelta sostenendo che fosse necessaria per ridurre il debito di Tim e rilanciare gli investimenti. Con il completamento dell'operazione, il controllo della rete fissa nazionale è passato al fondo americano (mentre il 20 luglio 2026 Poste Italiane ha lanciato un'opas su Tim).

Kkr non è nuovo agli investimenti in Italia. Attraverso la giapponese Calsonic Kansei, nel 2019 ha acquisito Magneti Marelli, uno dei marchi storici dell'industria automobilistica italiana. Negli anni successivi all’operazione, Marelli è entrata in una profonda crisi finanziaria: oggi sta ristrutturando circa 5 miliardi di dollari di debiti e, una volta conclusa la procedura, il controllo della società dovrebbe passare ai creditori.
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Lo stesso fondo possiede inoltre, dall'aprile 2025, il 30 per cento di Enilive, la società controllata da Eni attiva nei biocarburanti e nella mobilità sostenibile.
Pensioni integrative e fondi di investimento a stelle strisce
Ma anche senza arrivare a vere e proprie acquisizioni, misure come quelle che incentivano i neoassunti a destinare il proprio Tfr ai fondi pensione contribuiscono ad aumentare le risorse gestite dagli operatori finanziari che amministrano la previdenza complementare.

Oggi il patrimonio dei fondi pensione supera i 262 miliardi di euro. Nella maggior parte dei casi si tratta di fondi negoziali nati dagli accordi tra sindacati e associazioni datoriali, ma le risorse raccolte vengono affidate in gestione a banche, compagnie assicurative e grandi asset manager, che percepiscono commissioni sul patrimonio amministrato. Tra questi figurano anche importanti gruppi americani. BlackRock, ad esempio, nel 2024 gestiva oltre 10 miliardi di euro provenienti da fondi pensione negoziali e casse professionali, con una crescita del 21% rispetto al 2022. Oggi è il secondo gestore presente in Italia per masse amministrate, alle spalle di Eurizon.
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Secondo gli ultimi dati disponibili, soltanto circa il 3% delle risorse dei fondi pensione viene investito nell'economia reale italiana. Per quanto riguarda i fondi azionari, appena l'1,4% è destinato al mercato italiano, contro il 17,8% investito negli Stati Uniti. Un divario significativo che contribuisce a indirizzare una quota rilevante degli investimenti della previdenza complementare verso i mercati finanziari americani.
Da Microsoft ad Amazon: gli interessi delle big tech nel cloud per le Pa
Un altro settore strategico è quello della digitalizzazione del Paese. In questo ambito il dialogo tra il governo e le big tech americane è stato costante. Molto si è parlato del rapporto tra Giorgia Meloni ed Elon Musk. A oggi, però, non risulta concluso il grande accordo nazionale ipotizzato per affidare a Starlink le comunicazioni governative riservate. Esistono però già atti di acquisto e procedure della Difesa per sistemi e servizi satellitari Starlink destinati a specifiche strutture militari.
Durante il governo Meloni si è progressivamente consolidata una strategia che ha integrato i principali operatori cloud statunitensi nell'ecosistema digitale della pubblica amministrazione.

Nel 2025 Amazon web services (Aws) ha siglato l'accordo per entrare nel Polo strategico nazionale, l'infrastruttura cloud destinata alla Pubblica amministrazione, affiancandosi a Microsoft, Google e Oracle. Contestualmente il gruppo ha annunciato un piano di investimenti da 1,2 miliardi di euro per ampliare i data center dedicati al cloud e all'intelligenza artificiale.
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L'ingresso nel Polo strategico nazionale consente ad AWS di accedere a uno dei mercati più stabili e redditizi: quello della digitalizzazione della Pubblica amministrazione. Oltre alle infrastrutture cloud, infatti, il gruppo può offrire un ampio catalogo di servizi - dal calcolo all'intelligenza artificiale - attraverso contratti di lungo periodo. Una volta migrate applicazioni e banche dati su una piattaforma, inoltre, i costi tecnici ed economici di un eventuale cambio di fornitore diventano elevati, un fenomeno noto come vendor lock-in.

Parallelamente, nel 2024 Microsoft ha annunciato un investimento da 4,3 miliardi di euro per espandere la propria infrastruttura di data center hyperscale e di intelligenza artificiale in Italia. Pochi giorni prima dell'annuncio il presidente della società, Brad Smith, era stato ricevuto da Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Si tratta del più grande investimento realizzato finora dalla multinazionale americana nel nostro Paese e punta a trasformare la "Cloud region Italy north" in uno dei principali hub europei del gruppo, al servizio non solo del mercato italiano ma anche dell'area del Mediterraneo e del Nord Africa.
L'obiettivo del governo è stato quello di attrarre gli investimenti dei colossi tecnologici americani per accelerare la digitalizzazione del Paese. Per le big tech, però, l'Italia rappresenta anche un mercato estremamente redditizio: una volta realizzati i data center, possono diventare fornitori di riferimento per pubbliche amministrazioni, banche e grandi imprese, offrendo infrastrutture cloud, licenze software e servizi digitali attraverso contratti pluriennali.
E la contraddizione, insomma, è tutta qui. Da una parte c'è la retorica della sovranità e l'orgoglio di un'Italia che "non implora mai"; dall'altra il pragmatismo dei mercati e della geopolitica, dove la sicurezza energetica, la digitalizzazione e la difesa dipendono a doppio filo dalle decisioni prese oltreoceano. E mentre proliferano partiti politici e sigle che presentano il tricolore nel simbolo, settori sempre più ampi e strategici dell’economia italiana restano fortemente dipendenti da capitali, tecnologie e forniture statunitensi. Con buona pace del sovranismo.
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