Il vero sconfitto delle elezioni regionali tedesche è Friedrich Merz. Non soltanto perché la sua Cdu è stata travolta in due Lander decisivi, ma perché il voto del 20 settembre mette insieme tre segnali che riguardano direttamente il cancelliere: la crescita dell'AfD, la perdita di consenso del centrodestra e la difficoltà della maggioranza di governo di offrire una risposta convincente alla crisi economica e sociale del Paese.
Una situazione di cui non può che approfittare la co-leader dell'AfD, Alice Weidel, che all'indomani del voto mette il dito nella piaga: «Non crediamo che la Cdu possa continuare così, vedremo cosa succederà nelle prossime settimane ma la Germania ha urgente bisogno di riforme ed è in una situazione di stallo». «Di conseguenza siamo pronti con un vantaggio di dieci punti nei sondaggi a livello nazionali e come forza di gran lunga maggiore nella Germania dell'Est».
«La sconfitta della Cdu del cancelliere Friedrich Merz alle elezioni locali in Germania è conseguenza dell'aggravamento della situazione economica nel Paese, legata al rifiuto da parte dei vertici governativi delle economiche risorse energetiche russe». Lo ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Constatiamo che, in gran parte, il calo della competitività dell'economia tedesca è dovuto al fatto che la Germania ha smesso di acquistare il gas russo a basso costo e ha iniziato ad acquistare gas molto più costoso, a volte anche diverse volte più caro, sul mercato da altri Paesi, in particolare dagli Usa», ha affermato Peskov.
Elezioni regionali Germania, Merz il vero sconfitto
I numeri per il cancelliere tedesco sono impietosi. In Meclemburgo-Pomerania la Cdu si è fermata al 4,9%, sotto la soglia del 5% necessaria per entrare nel Parlamento regionale: è il peggior risultato del partito in un'elezione regionale dal dopoguerra e, soprattutto, la prima volta che i cristiano-democratici restano fuori da un Landtag. Nello stesso Land l'AfD ha raggiunto circa il 38%, mentre la Spd della governatrice Manuela Schwesig si è attestata al 35,5%. A Berlino la Cdu è arrivata seconda, con circa il 19%, dietro alla Linke, prima con oltre il 25%. L'AfD ha superato il 16%, mentre la Spd è precipitata intorno al 12%.
Il dato politico, quindi, va oltre la fotografia dei singoli Lander. La Cdu di Merz perde terreno contemporaneamente verso destra e verso sinistra, mentre il voto si frammenta e diventa sempre più difficile per i partiti tradizionali costruire maggioranze. Reuters sottolinea proprio questo elemento: l'avanzata delle forze più radicali rende più complicata la formazione di governi stabili e aumenta il ricorso a coalizioni a tre.

Merz: «È un disastro, ma io resto»
La reazione del cancelliere è stata altrettanto significativa del risultato. In una mossa inconsueta, Merz ha parlato già nella serata elettorale dalla sede della Cdu, proprio mentre si alimentavano le indiscrezioni su un possibile passo indietro. Non si è dimesso e non ha annunciato alcun cambio ai vertici del partito. Al contrario, ha rivendicato la volontà di restare sia cancelliere sia presidente della Cdu.
Merz ha definito «un disastro» il risultato in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e ha riconosciuto che anche quello di Berlino è «difficile». Ma la conclusione è stata opposta a quella che molti si aspettavano: assumersi la responsabilità e andare avanti. La sua risposta alla crisi è una nuova accelerazione sulle riforme economiche, fiscali, sanitarie, previdenziali e sulla riduzione della burocrazia.
È una scelta di resistenza politica, ma anche un azzardo. Perché il problema di Merz non è soltanto quello di aver perso due elezioni regionali: è che la sua strategia non sembra finora riuscita né a rilanciare il consenso della Cdu né a fermare l'avanzata dell'AfD. Il precedente è quello della Sassonia-Anhalt, dove appena due settimane fa l'AfD aveva ottenuto un risultato storico, arrivando al 44% e relegando la Cdu molto più indietro. Il voto di domenica trasforma quindi quella che poteva essere considerata una battuta d'arresto in una tendenza politica molto più ampia.
Il problema è anche dentro la Cdu
È qui che si apre la partita più delicata. Merz può decidere di non mollare, ma non può impedire che all'interno della Cdu si apra una discussione sulla sua leadership. Prima del voto erano già circolate ipotesi su possibili alternative. Tra i nomi discussi ci sono il presidente del Nord Reno-Westfalia Hendrik Wüst e figure della Csu come Markus Söder. Lo stesso Söder, tuttavia, nei giorni precedenti al voto aveva escluso un intervento della Csu contro Merz e aveva ribadito il proprio sostegno al cancelliere.
La questione, dunque, non è oggi quella di una successione già pronta. È piuttosto capire quanto a lungo la Cdu potrà sostenere politicamente un leader che porta il partito a risultati così lontani dalle aspettative.
Il rischio per Merz è che la discussione sul suo futuro si trasformi progressivamente da questione personale in questione strategica: perché perde la Cdu? Deve spostarsi ulteriormente a destra sui migranti? Deve correggere il programma economico? Oppure deve recuperare l'elettorato moderato che sta scegliendo altre forze? Sono interrogativi ai quali il cancelliere dovrà rispondere mentre la sua popolarità è già ai minimi. Reuters osserva che il voto ha aumentato la pressione sulla sua leadership proprio mentre cresce il dubbio sulla capacità del governo di rilanciare l'economia e ridurre il costo della vita.
E adesso cosa succede al governo?
Il primo scenario è quello della resistenza. Merz resta al suo posto, la Cdu evita una resa dei conti interna e la coalizione con la Spd prova ad arrivare alla fine della legislatura. È, per ora, lo scenario più coerente con quanto dichiarato dal cancelliere. Ma sarebbe una permanenza tutt'altro che tranquilla. La Spd ha già fatto capire che il risultato impone una riflessione e una correzione della rotta del governo. Il vicecancelliere Lars Klingbeil ha parlato della necessità di analizzare le ragioni della crescente insicurezza nel Paese. La conseguenza potrebbe essere una coalizione ancora più litigiosa proprio sui dossier che Merz considera decisivi: pensioni, tasse, welfare, economia e lavoro.
Il secondo scenario è quello di una crisi interna alla Cdu. Se nei prossimi mesi la pressione elettorale dovesse trasformarsi in una rivolta organizzata del partito, Merz potrebbe essere costretto a lasciare la presidenza della Cdu anche senza dimettersi immediatamente da cancelliere. Sarebbe però una soluzione politicamente molto fragile, perché separare la leadership del partito da quella del governo indebolirebbe ulteriormente l'autorità del Kanzler.
Il terzo scenario è quello di una crisi della coalizione. Se Cdu e Spd non riuscissero più a trovare un compromesso sulle riforme, la maggioranza potrebbe entrare in una fase di paralisi. Non significa automaticamente elezioni anticipate: il sistema tedesco rende infatti molto più difficile di altri Paesi la caduta improvvisa di un cancelliere. Il Bundestag può sfiduciare il cancelliere soltanto eleggendo contemporaneamente un successore con la maggioranza assoluta: è il cosiddetto «voto di sfiducia costruttivo», previsto dall'articolo 67 della Legge fondamentale.
Merz potrebbe inoltre sottoporsi a un voto di fiducia. Se non ottenesse la maggioranza, il presidente federale potrebbe, su sua proposta, sciogliere il Bundestag entro 21 giorni, ma si tratta di un percorso costituzionale preciso e non di una conseguenza automatica di una sconfitta elettorale regionale.
L'analisi: il problema non è soltanto Merz
La lettura degli analisti internazionali va in questa direzione. Già prima delle elezioni Phyllis Berry dell'Atlantic Council osservava che il voto regionale avrebbe potuto indebolire la coalizione federale e rendere più difficili le riforme promesse da Merz. Secondo la sua analisi, anche in caso di forte avanzata dell'AfD una sostituzione immediata del cancelliere non sarebbe stata necessariamente lo sbocco più probabile: il vero rischio sarebbe stato quello di un governo sempre più debole e costretto a ridimensionare le proprie riforme.
È esattamente il punto sul quale il voto di domenica sembra aver fatto un passo ulteriore. Merz può restare, ma governare diventa più difficile. E ogni riforma impopolare può diventare un nuovo test per una Cdu già sotto pressione.
Allo stesso tempo, la crescita dell'AfD non significa automaticamente che l'ultradestra possa trasformare i risultati regionali in potere di governo. Il cosiddetto Brandmauer, il cordone politico che impedisce agli altri grandi partiti di governare con AfD, resta formalmente in piedi. In Meclemburgo-Pomerania Anteriore, nonostante il primo posto dell'AfD, le altre forze hanno escluso una collaborazione con il partito.
Ma proprio questa frammentazione produce un paradosso: più cresce AfD, più diventa difficile costruire maggioranze senza AfD. È questo il problema strategico che Merz si trova ora davanti. Il cancelliere ha scelto di resistere. Ma il voto del 20 settembre gli consegna una Cdu ferita, una coalizione più esposta ai conflitti e un'opposizione radicale che continua a guadagnare terreno.
La sua sfida, da oggi, non è semplicemente arrivare al prossimo appuntamento elettorale. È dimostrare che il governo può ancora produrre risultati prima che la discussione sul futuro della Germania diventi, inevitabilmente, anche una discussione sul suo futuro politico.