
Roma, 25 set. (askanews) – Dal personale sanitario alle fabbriche, dagli alberghi alla logistica, il Giappone punta sempre di più sui robot dotati di intelligenza artificiale per affrontare una carenza di manodopera destinata ad aggravarsi con l’invecchiamento e la diminuzione della popolazione. Il governo ha fissato un obiettivo ambizioso: arrivare entro il 2040 all’introduzione di circa 10 milioni di robot basati sull’Ia, estendendone l’impiego a 18 settori dell’economia.
Una delle aziende che cercano di trasformare questo obiettivo in applicazioni concrete è la startup di Tokyo Zeals, che ad agosto ha presentato D1, un robot umanoide su ruote alto 129 centimetri e progettato per lavorare negli spazi interni. Dotato di telecamera, può riconoscere i volti e interagire con le persone, mentre le due braccia sono in grado di trasportare oggetti fino a cinque chilogrammi ciascuna.
Il prezzo parte da 5 milioni di yen (27.800 euro). Zeals punta a produrne 100 entro marzo 2027 e, più che sul semplice numero di esemplari venduti, ha deciso di misurare il successo del progetto attraverso il tempo trascorso realmente al lavoro: l’obiettivo iniziale è raggiungere complessivamente 10mila ore di attività sul campo.
L’azienda sviluppa in proprio il sistema operativo e la tecnologia di Ia, ma per il momento acquista componenti negli Stati uniti e in Cina, i due Paesi più avanzati nella corsa ai robot intelligenti. L’obiettivo dichiarato è arrivare in futuro a costruire macchine utilizzando esclusivamente componenti prodotti in Giappone.
Alla fine di agosto D1 è stato sperimentato per tre giorni al Juko Osu Hospital di Nagoya, nella prefettura di Aichi. Il robot è stato impiegato, tra l’altro, per accompagnare i visitatori, trasportare piccoli oggetti, aiutare nella preparazione del tè e nello sparecchiare i tavoli. Il test ha totalizzato 35 ore di attività e si è concluso senza cadute del robot né contatti accidentali con le persone.
“E’ importante raccogliere dati per l’addestramento e verificare che il robot sia realmente utile nelle situazioni concrete”, ha spiegato l’amministratore delegato di Zeals, Masahiro Shimizu. Il passaggio dai laboratori agli ambienti di lavoro reali è infatti uno dei principali problemi della cosiddetta “physical AI”, l’Ia capace non soltanto di elaborare informazioni ma di interagire autonomamente con il mondo fisico.
Anche le compagnie di assicurazione stanno cercando di prepararsi al cambiamento. Mitsui Sumitomo Insurance collabora con Zeals per offrire coperture specifiche agli utilizzatori di D1, considerando rischi che vanno dai danni a persone e cose alle intrusioni informatiche e alla fuga di dati. A luglio la compagnia ha inoltre investito in Noetra, società impegnata nello sviluppo in Giappone di modelli di Ia destinati anche alla robotica, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza della tecnologia e dei nuovi rischi che comporta.
Un altro esperimento arriverà nell’aprile 2027 alla Kakuichi, azienda di Nagano attiva tra l’altro nei prodotti in acciaio e nei sistemi per la gestione dell’energia. La società ha deciso di accogliere un robot umanoide come se fosse un “neoassunto” appena uscito dall’università. Si chiama “Miyazawa Noah”, in omaggio anche allo scrittore e poeta Kenji Miyazawa, ed è un modello G1 prodotto dalla cinese Unitree.
Con il sostegno della società di ricerca Play Robotics, il nuovo “dipendente” non riceverà un incarico fisso ma passerà attraverso diversi reparti, dalla produzione alle vendite, dalla formazione alla sicurezza, imparando progressivamente nuove mansioni attraverso l’esperienza sul campo. “Sviluppare un robot umanoide significa anche formare i dipendenti che dovranno essere capaci di utilizzarlo pienamente”, ha spiegato l’amministratore delegato di Kakuichi, Riu Tanaka.
Il modello scelto dalle aziende giapponesi mostra così uno dei possibili percorsi della nuova automazione: non macchine progettate per una sola operazione ripetitiva, come i tradizionali robot industriali, ma sistemi capaci di imparare mansioni differenti e di lavorare nello stesso ambiente degli esseri umani. Per un Paese nel quale la disponibilità di lavoratori continuerà a ridursi, la sfida sarà capire quanto rapidamente questi “nuovi colleghi” potranno passare dalla sperimentazione a una presenza ordinaria nei luoghi di lavoro.