Il problema non è più stabilire se un creator possa fare concorrenza a un giornalista. La trasformazione è più profonda: le testate hanno perso il monopolio della distribuzione delle notizie, mentre una parte crescente del pubblico si informa attraverso smartphone, social, podcast e piattaforme digitali. E all’orizzonte c’è già un passaggio ulteriore, con i sistemi di intelligenza artificiale capaci di fornire direttamente risposte agli utenti senza portarli necessariamente sui siti dei giornali.
È su questo terreno che giornalisti, creator ed editori hanno provato a misurare distanze e possibili convergenze durante l’XI Festival del Giornalismo Enogastronomico, nel confronto moderato da Nino Amadore. La questione riguarda linguaggi e strumenti, ma soprattutto il modello professionale ed economico sul quale costruire l’informazione nei prossimi anni.
L’ipotesi emersa è quella di una filiera nella quale competenze diverse possano convivere. Non una sostituzione del giornalismo con i creator, dunque, ma un sistema nel quale verifica delle fonti, responsabilità professionale e capacità di costruire nuovi pubblici possano trovare un punto di incontro.
Regole, piattaforme e nuovi pubblici
Il primo confine resta quello delle regole. Concetto Mannisi, presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia, ha richiamato il ruolo della deontologia, della responsabilità e della tutela delle persone. Il giornalista opera dentro un sistema di norme che disciplina il rapporto con le fonti e con i soggetti coinvolti nelle notizie. Non accade necessariamente lo stesso quando contenuti informativi vengono prodotti da figure esterne all’ordinamento professionale.
Tony Siino ha allargato il campo. Il problema della deontologia sul web, ha osservato, esiste almeno dall’epoca dei blog e non può essere circoscritto a chi non appartiene all’Ordine. Anche il giornalismo deve fare i conti con la qualità dei propri contenuti e con il rispetto delle regole. Intanto la crisi attraversa sia la carta sia l’informazione online. Motori di ricerca e intelligenza artificiale permettono sempre più spesso agli utenti di ottenere ciò che cercano senza entrare nei siti delle testate. Per Siino, proprio per questo, il prossimo confronto potrebbe non essere più tra giornalisti e creator, ma tra giornalismo e intelligenza artificiale.
Il tema diventa allora anche quello della presenza. Giuliana Piazzese, creator e digital strategist, lo ha sintetizzato con una domanda rivolta al mondo dell’informazione: «Perché non siete negli spazi dove ci sono le persone?». Instagram, TikTok, podcast e smartphone non rappresentano più soltanto canali di intrattenimento. Sono diventati luoghi nei quali una parte del pubblico, soprattutto quella più giovane, costruisce il proprio rapporto con l’attualità.
Da qui la proposta di una formazione reciproca. I creator possono trasferire conoscenze tecniche, padronanza delle piattaforme e capacità di utilizzare linguaggi differenti. I giornalisti possono mettere a disposizione metodo, verifica delle fonti e cultura professionale. Un modello che potrebbe modificare anche il racconto di eventi e territori, affiancando alla produzione giornalistica un flusso digitale in tempo reale.
Ma c’è un limite organizzativo. Alfredo Pecoraro, giornalista dell’ANSA, ha indicato uno dei problemi interni alle redazioni: una parte dell’informazione continua a parlare soprattutto agli addetti ai lavori, mentre fatica a intercettare le generazioni più giovani. Le redazioni, inoltre, sono diventate più piccole, i carichi di lavoro sono aumentati e resta poco spazio per sperimentare formati diversi. La questione non è quindi soltanto capire quali strumenti utilizzare, ma trovare il tempo e le risorse per farlo senza sacrificare verifica e profondità.
Assia La Rosa ha raccontato un percorso che procede nella direzione opposta alla separazione tra vecchi e nuovi media. L’esperienza recente nell’insegnamento universitario le ha permesso di osservare direttamente dove passa l’informazione delle nuove generazioni: Instagram, TikTok e altri ambienti digitali. Da qui la scelta di lavorare con podcast, video e montaggio, adattando il metodo giornalistico ai nuovi strumenti. «Non faccio altro che pensare al cambiamento», ha spiegato. Alcuni contenuti prodotti direttamente per Instagram e TikTok hanno raggiunto decine di migliaia di visualizzazioni; uno, dedicato alla storia di un prodotto siciliano, è arrivato a circa 200 mila visualizzazioni.
La partita economica dietro l’alleanza
Il cambiamento dei linguaggi, però, intercetta una questione ancora più strutturale: come finanziare l’informazione. Per Biagio Semilia, imprenditore ed editore, il rapporto tra le due professionalità è ormai legato alla sostenibilità stessa del settore. «Creator e giornalisti devono lavorare insieme», ha sostenuto.
La pubblicità programmatica e il modello costruito sulla corsa alle pagine viste hanno perso forza. In questo scenario tornano centrali due beni difficili da costruire e altrettanto difficili da sostituire: credibilità e reputazione. Una testata può trasferire autorevolezza al contenuto realizzato da un creator; chi conosce linguaggi e dinamiche delle piattaforme può invece permettere agli editori di raggiungere fasce di pubblico che hanno progressivamente abbandonato i canali tradizionali.
È qui che il confronto tra giornalismo e creator smette di essere una disputa sulle professioni e diventa una questione industriale. Le redazioni hanno bisogno di raggiungere nuovi pubblici senza perdere affidabilità. I creator hanno capacità distributiva e relazione diretta con le proprie comunità, ma operano in un sistema nel quale non valgono necessariamente le stesse regole professionali del giornalismo.
La possibile convergenza deve quindi risolvere contemporaneamente tre problemi: distribuzione, credibilità e sostenibilità economica. Senza questa saldatura, il rischio per le testate è continuare a produrre informazione verificata in luoghi digitali sempre meno frequentati direttamente dagli utenti. Per i nuovi produttori di contenuti, invece, resta aperto il tema delle regole e della responsabilità quando il racconto entra pienamente nel terreno dell’informazione. Semilia intravede anche un possibile cambio di fase. Dopo anni dominati da velocità e immediatezza, potrebbero tornare ad acquistare valore profondità, lentezza e qualità della relazione con il pubblico, anche attraverso formule ibride tra carta e digitale.
La vera partita, dunque, non sembra essere quella tra vecchi e nuovi media. È capire se competenze nate in mondi differenti possano costruire un modello capace di tenere insieme autorevolezza giornalistica, capacità distributiva e sostenibilità economica. E soprattutto farlo mentre un terzo attore, l’intelligenza artificiale, sta già modificando il modo in cui le persone cercano e consumano informazioni.