C'è chi lascia un lavoro perché non ce la fa più, e chi lo lascia anche se lo ama. Lisa Eder appartiene alla seconda categoria: dopo dieci anni di scalata nell'hôtellerie di lusso, fino alla poltrona di direttrice in un gruppo alberghiero di alto livello, ha deciso di licenziarsi per andare a fare la cameriera part-time in un caffè di Sydney. Una scelta raccontata in prima persona a Business Insider, che smonta il cliché del burnout: non era esaurita, non odiava il suo lavoro. Voleva semplicemente qualcos'altro.
Il lavoro dei sogni
Per un decennio quella era stata "la posizione dei suoi sogni", quella per cui aveva lavorato senza sosta. «Amavo lavorare 12 ore al giorno, quasi tutti i giorni della settimana», racconta Eder, che guidava un team di 100 persone e sei capi reparto. Arrivi vip, eventi di alto profilo, sfide continue: «Amavo la responsabilità, il ritmo, il dover essere sempre "on"». L'unico problema, ammette, era che fuori da quel ruolo non restava quasi nulla: «Non avevo molta vita al di fuori del lavoro».
Il trasferimento in Australia
A far vacillare le certezze di Eder è stato un trasloco: nel gennaio 2024 si è trasferita con il marito dall'Austria all'Australia, per il lavoro di lui. È lì che qualcosa è cambiato. «Gli australiani sono generalmente più rilassati riguardo al lavoro», racconta, e vedere quanto le persone attorno a lei si godessero la vita fuori dall'ufficio le ha fatto venire voglia della stessa cosa. Non si trattava di burnout, tiene a precisare: «Non ero esaurita. Non odiavo il mio lavoro. Anzi, ne amavo ancora molti aspetti». Semplicemente, quel ruolo aveva smesso di sentirsi suo: «Non volevo più stare dentro la scatola del mondo aziendale.
Volevo qualcos'altro» — cene col marito senza pensieri, autonomia sul proprio tempo, nuovi interessi capaci di farla sentire di nuovo viva.La scelta di lasciare
Prima di arrivare alla decisione, Eder racconta mesi di dubbi: «Avevo passato anni a lavorare per arrivare dov'ero. Cosa avrebbero pensato gli altri? Stavo mollando? Stavo buttando via tutto quello per cui avevo lottato?». Accanto alle domande pratiche, quelle più profonde: chi era, ora, e quali erano davvero i suoi valori. Il marito, racconta, le ha sempre lasciato piena libertà di scelta, sostenendola una volta capito che faceva sul serio. Così, tra gennaio e marzo 2026, la decisione si è trasformata in azione: prima la scelta silenziosa di dimettersi, poi l'addio definitivo all'azienda. «Vorrei dire che è stato facile», ammette, «ma non lo è stato».
La nuova vita da cameriera
Lasciare un ruolo di leadership per tornare a servire ai tavoli non è stato indolore sul piano dell'identità: «Ho dovuto fare i conti con chi fossi, ora che non ero più una leader nel mondo corporate», racconta, ammettendo anche la fatica di convivere con l'incertezza sul futuro. Ma il lavoro part-time in un caffè di Sydney si è rivelato una sorpresa: «È diventato qualcosa di molto più grande di un semplice stipendio. Mi ha dato gioia».
Tra colleghi, clienti e caffè, Eder ha riscoperto anche lo sport — pallavolo, corsa, tennis — e una nuova passione, quella per il Pilates, che sta studiando per trasformare in professione. «Ho ritrovato me stessa», racconta. Non tutto è pianificato, ammette, e la sua strada non è detto che sia quella giusta per tutti: «Se non sei disposto a fare quel lavoro mentale — mettere in discussione la tua identità, capire i tuoi valori, convivere con l'incertezza — allora lasciare una carriera corporate potrebbe non essere la scelta giusta per te». Per lei, però, oggi la vita è quasi irriconoscibile rispetto a prima. «E non me ne pento», conclude.
Ultimo aggiornamento: giovedì 10 settembre 2026, 20:45
© RIPRODUZIONE RISERVATA