I 50 migliori birrifici artigianali d'Italia del 2026

In rigoroso ordine alfabetico, i 50 migliori birrifici artigianali d'Italia secondo Dissapore. Una selezione basata su costanza produttiva, identità, sostenibilità, materie prime e comunicazione.

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I 50 migliori birrifici artigianali d’Italia del 2026

La birra artigianale ha un’anima gastonomica potentissima, in potenza. Veicola una cultura storica e geografica abnorme, ad esserne curiosi. Sa essere buonissima, trasversale, perfetta al ristorante, più “beverina” delle solite birre industriali, se si sa quali birrifici bere.

E nonostante in Italia sia arrivata solo trent’anni fa, gli italiani sono bravissimi a farla. Ma nella Babele dei birrifici della Penisola, sono tanti i produttori che della birra artigianale possono giusto vantare il titolo, in virtù della loro indipendenza, della quantità “contenuta” di birra prodotta – sotto i 200.000 ettolitri annui – e del fatto che non pastorizzano né microfiltrano, così come stabilisce la legge che nel 2016 ha sacrosantamente normato un settore frustrato dai tentativi dei colossi birrari d’appiopparsi la loro piccola fetta della torta.

Quindi, un po’ perché vorremmo che almeno voi, lettori di Dissapore, consideraste la birra come una componente imprescindibile della gastronomia e un po’ per risparmiarvi d’andare per tentativi che, statisticamente, potrebbero condurvi a un pessimo ricordo della birra craft, abbiamo fatto una scrematura.

Ci abbiamo preso la mano, fino ad arrivare a una selezione di 50 birrifici imprescindibili. Quelli che bisogna conoscere, provare, per cui è il caso di fermarsi in taproom se si passa in zona. Quelli che devono balzare all’occhio nella tap-list di un pub. E ce ne sono tanti altri, credeteci. Ma è un buon punto di partenza per appassionarsi, un quadro completo di tutto ciò che l’Italia brassicola sa fare, virtuosamente, interpretando stili di matrice estera e facendoli propri con la creatività che dell’Italia è proverbiale. Addirittura identificando “stili” propri nonostante, è bene ripeterlo, la sua giovane età.

Non è una classifica, perché a trovare uno stile comune per poter paragonare i 50 ci saremmo annoiati parecchio e avremmo dovuto escludere fuoriclasse che, legittimamente, non sono campioni in un determinato genere. Insomma: non avrebbe proprio avuto senso. I criteri, però, sono chiari e pubblici, così come la forte propensione al settore di questa redazione, a partire da sue firme storiche come Stefania Pompele ed Elena Bellusci.

In rigoroso ordine alfabetico, godetevi, non appena avrete l’occasione, i migliori birrifici artigianali d’Italia:

Alder

Chiedete a un beer geek di farvi il nome del suo idolo birrario e con ogni probabilità vi risponderà Marco Valeriani. La sua carriera è apparsa da subito quella di un predestinato: competenza altissima maturata nel percorso da tecnologo alimentare e un’ossessione per la tecnica ormai leggendaria anche per gli addetti ai lavori, un mix che ne ha fatto uno dei birrai più premiati d’Italia, e il suo progetto solista, Alder, ha creato immediatamente un hype che dal 2019 non sembra essere mai scemato. La prima ispirazione è quella degli Stati Uniti, evidente da approccio alla produzione, immagine e anche taproom, luogo di pellegrinaggio per gli appassionati, e tra le IPA c’è sempre l’imbarazzo della scelta: dalla storica Rockfield, alla potente e velata Boss Robot, compendio di virtuosismi sul luppolo, o l’americanissima Point Loma. Marco è riuscito a dire la sua anche sugli stili teutonici con piccoli capolavori come la Hering pils o la Karpfen in stile zwickel, e anche sulle scure c’è da divertirsi, con una gamma di golosissime porter e stout con cioccolato, caffè, avena o lattosio.

Altavia


Fondato nel 2015 a Sassello da quattro amici, Giorgio Masio, Emanuele Olivieri, Daniele Masio e Marco Lima, Altavia è il primo birrificio agricolo della Liguria, un’identità che non viene presa alla leggera, ma che si esprime in tutta la – cortissima – filiera produttiva.
Ad occuparsi della parte agricola è Emanuele, che si occupa della coltivazione diretta dell’orzo a Mioglia e del luppolo a Sassello, allevando anche le api nel Parco del Beigua per il miele, mentre tra i fermentatori lavora Giorgio, birraio che non fa mistero della sua passione per gli stili tedeschi: la Badani è una delle pils imperdibili d’Italia (anche gluten free) e anche la pulitissima Tersè lager o la Deiva bock sono all’altezza. Il legame col territorio non si esprime solo coi nomi dialettali, ma è raccontato attraverso birre come la Monte Rama, scottish ale col miele autoprodotto, o la Scau, birra affumicata con la buccia delle castagne essiccate Calizzano e Murialdo, presidio SlowFood, il tutto con una produzione alimentata per gran parte a energia solare.

Alveria

Nato nel 2015 a Canicattini Bagni, nel Siracusano, Alveria è un birrificio caparbio per vocazione, tanto da scegliere un asino stilizzato come simbolo della propria identità, anche grafica. Gabriele Siracusa e Ivan De Gaetano interpretano gli stili classici senza inseguire le mode, privilegiando equilibrio, bevibilità e sperimentazione. Birre che spaziano dalle bitter di ispirazione britannica alle ale americane, passando per Saison, Stout e fermentazioni acide. Il legame con la Sicilia è nel frumento tenero Maiorca nella Centobocche Pacific, gelso nella variante Mulberry, mosto di Moscato di Siracusa nella Wild IGA Regola Zero, ma anche nelle collaborazioni virtuose con le realtà brassicole locali. Una territorialità mai folkloristica, ma declinata attraverso una sensibilità brassicola contemporanea.

Baladin


Teo Musso ha fatto la storia della birra prendendone le distanze. Lo fece nel ‘96, iniziando a produrre a Piozzo (CN) ale di ispirazione belga in un’Italia completamente avulsa dalla cultura brassicola e anzi abituata ad associare il prodotto alle lager industriali, precipuamente l’opposto della Blonde, della Ambréè e della Super, prima birra in bottiglia di quello che sarebbe diventato il più grande e conosciuto birrificio artigianale italiano. E lo fece con quella stessa bottiglia, di ispirazione enologica, la silhouette elegante e la ceralacca a sigillare il sughero, che avrebbe fatto scuola sul concetto di posizionamento, al di là della birra. “Al di là della birra”, altro che altro che “Birra viva”, potrebbe essere il claim di un’azienda che si è incaricata di ideare – insieme a Lorenzo Dabove (detto Kuaska), probabilmente il più celebre esperto di settore – quello che oggi è il calice universalmente associato alla degustazione della birra, il Teku – da “Teo e Kuaska per l’appunto. Se non fosse che nella vastità dell’universo Baladin, dal birrificio ludico con vecchia cascina trasformata in riferimento gastronomico ai pub Open in piena espansione, ci sono grandissime birre. In primis le barley wine Xyauyù, di una complessità disarmante, sfidanti per i palati di chi sostiene l’idea di birra di Baladin, a suon di malti, rotondità e speziature, sia desueta. Non lo sono, certamente, le meravigliose birre analcoliche della casa: un ventaglio aromatico completo che guarda al futuro con coraggio.

Barley

Se la birra artigianale italiana è nata nel 1996, interpretando stili esteri, possiamo affermare che solo dieci anni avrebbe assunto uno stile tutto suo. Letteralmente. Siamo a Maracalagonis, alle porte di Cagliari, dove Nicola Perra e Isidoro Mascia fondarono il birrificio Barley. L’ambizione fu quella di creare birre gastronomiche, pensate nella prospettiva dell’evoluzione in bottiglia, capaci di dialogare con il cibo alla pari di un vino. Quello stesso dialogo porterà Perra a fondere il concetto di vino e birra attraverso la BB10, un’imperial stout arricchita con sapa cotta di uve cannonau della propria vigna, e poi un’intera linea dedicata alle uve auoctone. È anche grazie a quell’intuizione se nel 2015 l’organismo internazionale di riferimento degli stili – BJCP, Beer Judge Certification Program – ha inserito nelle sue linee guida l’Italian Grape Ale, ovvero la birra realizzata con aggiunta di uva, bucce, vinacce o mosto d’uva. Oltre alle IGA, il consiglio è quello di provare gli altri pilastri di Barley, come la bière de garde Sella del Diavolo, la Friska, la strong ale Toccadibò e la suadente Zagara con miele d’arancio. Tutte rigorosamente rifermentate in bottiglia, argomentano la scelta di bere birra in un grande ristorante.

Batzen


Si consideri il concetto di taproom – il locale annesso al birrificio – rigorosamente dopo essere stati a Bolzano. Da Batzen la birra si produce, si spilla e si mangia nello stesso ecosistema. Il progetto nasce nel 2012 per iniziativa di Robert “Bobo” Widmann, che dopo le prime esperienze nel mondo della birra guarda alle culture brassicole di Dublino, Amburgo e Bruxelles, fino a costruire un’identità propria, tra tradizione altoatesina e approccio craft contemporaneo, storia e ricette di confine. Da provare la loro prima etichetta, magnifica interpetazione di Vienna Lager, stile storicamente diffuso in Alto Adige quando il territorio a sud del Brennero faceva ancora parte dell’Austria. Da lì il catalogo si è allargato parecchio, passando dalle Bock alle IPA, fino a Barley Wine e birre maturate in legno. Nell’osteria sono disponibili 16 spine, accompagnate da una cucina regionale squisita, pensata anche in funzione dell’abbinamento con le birre della casa.

Bibibir

Nato a Castellalto dall’esperienza di Flaviano Brandi, il birrificio Bibibir ha costruito la propria identità attorno a un’idea apparentemente elementare: la birra deve essere buona e piacevole da bere. Dietro questa semplicità ci sono però tecnica e scelte peculiari, come l’uso di luppoli in fiore e l’impianto a fiamma diretta. Dal 2022 il progetto è diventato un birrificio agricolo, coltivando in proprio parte dell’orzo e usando luppolo abruzzese a chilometro zero. Le etichette attraversano stili diversi, ma consideriamo imperdibili le suggestioni belghe: la Vedo Triplo è un limpido esempio di belgian triple dall’attacco morbido, con luppolatura erbacea e decisa e un finale pulito quanto amaro. C’è un affascinante fil rouge, tra l’equilibrio e la caratterizzazione con le materie prime del territorio, nell’approccio agli stili angoloamericani: è quanto accade con la splendida Witaly, witbeer impreziosita da bergamotto e limone.

Birra dell’Eremo

È il 2012 quando Enrico Ciani, birraio formato al Centro di Ricerca per l’eccellenza della Birra dell’Università di Perugia, e Geltrude Salvatori Franchi, fondano ad Assisi Birra dell’Eremo, ispirandosi all’Eremo delle Carceri, luogo di meditazioni di San Francesco. Un’immagine di umiltà monacale che non deve ingannare: Quello di Enrico e Geltrude è un birrificio vivace, ambizioso e dal portamento internazionale, sempre sostenuto da una grande ricerca tecnica, come quella sui lieviti non convenzionali, che si è meritato menzioni accademiche. L’immagine è audace e riconoscibile (e intelligentemente declinata sulle diverse linee), e la produzione è in grado di spaziare da stili ed ed esecuzioni classiche, come la golden Ale Nobile o la splendida tripel Fuoco, fino agli estremi del loro “Creativity Lab” o gli abbinamenti e le fermentazioni miste della linea “Bootleg”. Da provare Aria, una agile session IPA che è un buon punto di partenza per conoscere il birrificio, e la Yaki, IPA più decisa, con il carattere del luppolo in primo piano e una bevuta diretta.

Birra Mastino

A pieno titolo nella compagine di realtà che hanno reso nota e premiata l’italia delle basse fermentazioni, la storia di Birra Mastino comincia nel 2007 in appena quaranta metri quadri grazie a Mauro Salaorni, birraio meticoloso che nel 2015 unisce le forze con Christian Superbi, trasformando il marchio scaligero in uno dei birrifici più affermati dello Stivale. Orzo e luppoli coltivati in azienda, unite a un rigore che non cede il passo a mode passeggere, sono il leitmotiv che caratterizza la filosofia di casa Mastino: lunghe lagerizzazioni in serbatoi orizzontali per birre che negli anni hanno inseguito l’unico dettame della costanza produttiva, con un’evidente predilezione per stili di matrice teutonica e ceca. Birre come la sempre ottima Pils 1291, la helles Cangrande e la Monaco, amber lager di rara finezza, ne sono diretta espressione.

Birra Perugia

Birra Peugia è riuscita nel doppio intento di dare finalmente lustro a un marchio di birra strettamente legato a una città e nell’ancor più difficile compito di recuperare un marchio storico: quello della Fabbrica della Birra Perugia, nata nel 1875 e chiusa nel 1927 in seguito all’assorbimento da parte di un gruppo industriale (impareranno mai?). La rinascita avviene nel 2013 grazie alla passione di un gruppo di amici guidato dalla birraia Luana Meola e dal giornalista gastronomico Antonio Boco, insieme al mastro birraio Luca Maestrini e al socio Matteo Natalini. Il team rilancia l’attività mantenendo immagine e comunicazione coerenti ma proponendo una gamma di birre moderne ma riconoscibili nella loro schiettezza: si provino la Calibro 7, American Pale Ale luppolata considerata l’ammiraglia del birrificio, e la Chocolate Porter ingolosita da fave di cacao. Non mancano esperimenti più arditi, come l’Isterica, caratterizzata dal lievito brettanomyces, o la linea ILA, scotch ale in botti di whiskey.

Birranova

In una Puglia da sempre legata alla cultura del vino, Donato Di Palma è stato tra i pionieri della rivoluzione brassicola regionale. Homebrewer formatosi accanto a birrai italiani e tedeschi, ha dato vita nel 2007 a Birranova, facendosi sempre più riferimento per il settore in Puglia – e oltre -, vuoi per il costante impegno nella promozione della cultura birraria, vuoi per una comunicazione coinvolgente o semplicemente per un prodotto impeccabile, distintivo, tangibilmente regionale. Birre di grande equilibrio e bevibilità riescono a valorizzare materie prime locali (cereali, mostocotto, mosto d’uva) che talvolta si sono fatte simbolo del birrificio stesso. È il caso dell’Arsa, una Schwarz Rauch realizzata con grano arso locale e malto affumicato, delicata ma ricca di personalità, o della Margose, originale interpretazione della tradizionale gose di Lipsia – lo stile sapido, per intendersi – caratterizzata dall’impiego dell’acqua depurata dell’Adriatico.

Birrificio Del Forte

C’è il profumo salmastro della Versilia e il fascino senza tempo della marineria nella storia del Birrificio del Forte. Tutto comincia a Pietrasanta nei primi anni Duemila, quando Francesco Mancini sperimenta da homebrewer e fonda con Carlo Franceschini l’associazione Ars Birraria, coronando un lungo percorso di viaggi e studio con l’avvio della .sala cotte nell’agosto del 2011. La bevuta impeccabile e la grande finezza aromatica, cercate attraverso una gestione maniacale del processo produttivo e del carattere espressivo di stampo belga imprimono lo stampo. A fare scuola è la linea Le Fondamentali: Gassa d’Amante, Meridiano 0, la pluripremiata belgian strong ale La Mancina e la 2 Cilindri, sono tra i prodotti più noti e apprezzati di casa Del Forte. Molto ampia anche la scelta del senza glutine, che ripensa le molte delle birre bandiera in versione gluten free. Completano l’offerta i progetti legati al territorio, come Birrasanta, affinata in botti utilizzate per la produzione di vinsanto.

Birrificio Italiano

Quella del Birrificio Italiano e di Agostino Arioli è una storia dove i primati, cercati o meno, non mancano. Pioniere, padre di quella che sarebbe diventata la prima italian Pilsner della storia, capofila di un saper fare italiano e di uno stile-bandiera appunto, e uno dei primi birrifici a sganciarsi dal concetto stesso di “stile” e dai suoi dettami. Arioli ha saputo creare prodotti unici nel panorama birraio, soprattutto se pensiamo al periodo storico in cui sono stati pensati: birre come Amber Shock e Nigredo sono lì a ricordarci che si può essere compiuti, originali e dirimenti solo quando si padroneggia il processo alchemico, e che a volte se si sa come uscire dai bordi, ci si può divertente di più. Tra i birrifici di quella leggendaria classe del 1996 è sicuramente quello che saputo meglio gestire il delicato equilibrio tra il diventare mainstream, con prodotti storici ormai referenze fisse nella ristorazione, e il mantenere l’affetto degli appassionati della prima ora, grazie a un rigore a un’integrità che hanno fatto del suo fondatore -per quanto proverbialmente schivo- un simbolo del movimento. L’impressione è che Agostino continui a divertirsi, l’avventura con Klanbarrique, di cui oggi rimangono ancora alcune creazioni, gli ha dato modo di dare sfogo al lato più wild della birrificazione, prima di dare vita nel 2024 al progetto spirits: amari, aperitivi e distillati che “seguono la moda per schivarla” come da tradizione in quel di Limido Comasco.

Bonavena

Spiccatamente contemporanei nell’affrontare il desueto, il semi-sconosciuto, l’infrequente. L’identità di Bonavena – Fabio di Folco nel ruolo di amministratore delegato, Roberto Falasca come head brewer e Vincenzo Cillo a supporto della produzione – consta nella potente curiosità che proverete assaggiando una Lichtenhainer, storico stile birrario tedesco ad alta fermentazione, caratterizzato da una spiccata acidità lattica, note affumicate e un corpo leggero, o altri stili assai poco diffusi nel panorama italiano che il birrificio di Faicchio, in provincia di Benevento, affronta con fedeltà e caratterizzazione. Poi le più classiche luppolate, muscolari, intense e identitarie: Hook, Vermont IPA, Match, DDH Pale Ale, e Ring, West Coast IPA.

Bondai

Un po’ di Australia in Carnia. Il nome del birrificio gioca infatti sul ricordo della celebre spiaggia Bondi Beach, unito all’intercalare friulano “Bon dai”, un filo rosso che unisce anche i due protagonisti della storia: il birraio Luca Dalla Torre, trevigiano che nella terra dei canguri ha trovato la sua ispirazione brassicola, e Arianna Matiz, originaria della Carnia, che cura sia la gestione amministrativa che la comunicazione. Siamo a Sutrio, ai piedi del monte Zoncolan, dove nel 2020 è nata questa vivace realtà artigianale, la cui struttura è stata ricavata dall’intelligente recupero di uno storico birrificio locale, che in pochissimi anni è riuscita a ritagliarsi un suo posto nell’affollato panorama birrario italiano. La produzione dà il suo meglio negli ambiti più luppolati, sia nelle alte fermentazioni, come nella APA Point Break, o nella Magic Bus Double IPA, che nelle basse in stile Pacific Lager o New Zealand Pils. Ma Luca è autore anche di un’amatissima porter, la Paura Paura, e di una freschissima berliner weisse ai lamponi e passion fruit, la Lost Paradise.

Brasseria della Fonte

Se volete conoscere le potenzialità del turismo birrario – leggasi, se volete sapere quanto una piccola produzione possa muovere gli appassionati – fate visita alla Brasseria della Fonte. Complice l’agriturismo di famiglia oggi completamente votato alla birra, a partire dalla coltivazione di orzo e luppoli, Samuele Cesaroni è salito salendo rapidamente al gotha dei birrai nazionali. Nerd nel migliore senso del termine, quindi dotato di uno suo spirito di approfondimento e una conoscenza enciclopedica della storia e degli stili, crea birre solidissime, ricche di sfumature e dettagli per chi li sa cogliere, ma piacevoli per tutti, senza mai cedere a eccessi o frivolezze. Ottime e mai banali nella loro essenzialità le birre in stile inglese Traditional Mild, Ordinary e Best Bitter. Ma il rigore di Samuele traspare anche nelle basse fermentazioni in cui, oltre a una rustica Italian Pilsner, l’attenzione è volta alla Repubblica Ceca. Se amate le emozioni forti, la bottaia della Brasseria è il posto per voi: da lì escono birre importanti e preziose, frutto di lunghe maturazioni, attenti blend e dosi generose di grandi materie prime come la vaniglia, vero pallino della casa, che aromatizza imperial stout indimenticabili.

Brewfist

Pochi birrifici italiani si sono guadagnati sul campo il rispetto dei bevitori come la creatura di Pietro Di Pilato e Andrea Maiocchi, che da Codogno hanno reso Brewfist una delle realtà artigianali italiane più conosciute e diffuse anche all’estero, facendo delle loro spine un porto sicuro per ogni appassionato di birra artigianale. Merito di una costanza produttiva ormai proverbiale e della fede incrollabile di Pietro – birraio rigoroso formatosi tra i fermentatori di un’insegna storica come Fuller’s – in birre concrete e senza fronzoli, che negli anni si sono dimostrate impermeabili alle mode. Brewfist è famoso per la West Coast IPA Spaceman così come la sua versione Grapefruit, ma negli anni la produzione ha saputo affiancare alle sue amate birre inglesi anche basse fermentazioni ineccepibili, come la Bassa o la Nina, magari da assaggiare dalla botticella al Terminal 1, il pub del birrificio. Dall’apertura nel 2010 la proposta è ormai molto ampia, e include anche Imperial Stout a ragion veduta stra-premiate, come la Spaghetti Western, e una serie di eleganti saison passate in botte.

Busa del Briganti

La “Busa” è una grotta sui Colli Euganei, un tempo covo di brigantaggio. Ispirazione territoriale che ha portato Nicola Rosa e Tommaso Corazza a creare la loro Busa dei Briganti nel 2016, secondo il canonico percorso che li ha visti iniziare come beer firm nel 2016 per poi inaugurare l’impianto di proprietà a Cinto Euganeo, tre anni dopo. Un birrificio agricolo che coltiva orzo su circa venti ettari, per venticinque tonnellate maltate in modo esclusivo, oltre a sviluppare un proprio luppoleto. Diversi birrai si sono avvicendati e oggi tra i fermentatori c’è Giacomo Pazzi, che conferma la versatilità della Busa riuscendo ad esprimersi ad alti livelli in un’ampia varietà di stili: dalle IPA moderne e “spinte” come la vigorosa Terremoto, la tropicale session Clean Wave, o la elegante Oceanside. Una finezza e una cura che troviamo anche nella Pils Eva K, giustamente secca ed erbacea, e nella leggiadra Let’s Gose al sale di Cervia, in diverse varianti stagionali alla frutta.

Ca’ del Brado

Era il 2016 quando Luca Sartorelli, Andrea Marzocchi, Mario Di Bacco e Matteo D’Ulisse decidevano di dare corpo ad anni di attivismo birrario nel bolognese, fondando a Rastigano un progetto allora visionario per l’Italia: Ca’ del Brado, una “cantina brassicola” che, non possedendo una sala cotte di proprietà, si faceva produrre i mosti presso birrifici esterni selezionati, per poi concentrare l’intero lavoro in sede su fermentazioni miste, inoculi e lunghi affinamenti in botte. Nel 2021 si sono dotati di un impianto di produzione proprio, ma la filosofia non è cambiata: “Yeast is the new hops” (tradotto, “il lievito è il nuovo luppolo” e bisogna considerarne seriamente il ruolo). Proprio al lievito hanno dedicato studi e ricerche, anche con l’Università di Modena e Reggio Emilia, fino a diventarne interpeti sorpaffini. Un assaggio delle loro birre è una vera masterclass sulle potenzialità delle fermentazioni “wild”. Provate le Piè Veloce, nelle due versioni con ceppi di Brettanomiceti diversi, godete del complesso ed elegante assemblaggio della Invernomuto, scoprite gli esperimenti enologici della linea Intrecci. Non mancano ovviamente birre più classiche e moderne, nelle due linee in lattina.

Canediguerra

Dopo una lunga militanza nelle sale cotte di alcuni tra i riferimenti più celebri del movimento craft italiano, nel 2015 Alessandro “Allo” Gatti decide di fermarsi per mettere a frutto il bagaglio di competenze maturato negli anni in un progetto autorale. Torna ad Alessandria e assieme ai soci Roberto Grassi, Diego Bocchio e Vottorio Sacchi, fonda Canediguerra. La visione è chiara e all’epoca un tantino controcorrente: nessuna moda da inseguire, bensì rimettere al centro il rispetto dei canoni brassicoli tradizionali per offrire birre quotidiane, pulite e di grande beva. Il vestito segue il sorso: grafiche da tabella ottometrica e birre, disponibili oggi sia in vetro che in lattina, battezzate semplicemente con il nome del riferimento stilistico. In sorsi di Bohemian Pilsner, Vienna Lager e Berliner Weisse troviamo una promessa mantenuta, l’interpretazione, là dove presente, non stravolge i dettami, semmai li valorizza. Ma Canediguerra non è solo tradizione: nella linea Objekt le birre di spogliano di qualsivoglia riferimento stilistico per abbracciare l’estro del birraio. A completare l’offerta ampia e sfaccettata, la selezione di stagionali.

Cantina Errante

Quello di Cantina Errante è senza ombra di dubbio uno dei progetti brassicoli più affascinanti del panorama nazionale. Un laboratorio libero, dove tecniche storiche e ancestrali come l’utilizzo della coolship o la fermentazione spontanea sono il punto di partenza per un’esplorazione ampia delle potenzialità della birra come espressione etica e territoriale. Ingredienti biologici, grani antichi, frutta, erbe, botti di vino sono gli strumenti con cui il fondatore Stefano Botto insieme a Marco Benda e Matteo Voliani creano birre che si riconoscerebbero alla cieca, caratterizzate da complessità ed eleganza uniche e interpretazioni sempre originali delle materie prime. Il bevitore più tradizionalista non deve spaventarsi: tecnica e pulizia emergono anche nelle sperimentazioni più ardite. Vista l’ampiezza della gamma è difficile segnalare referenze specifiche, ma cercate le bottiglie della serie Spontanea Blend, nata dalla collaborazione col vignaioli Stefano Amerighi e generosa di capolavori, o la linea KA, assemblaggi di diverse botti e annate, spesso da metodo perpetuo, magari nelle versioni con ginepro o sale di Volterra.

Crak

Nata nel 2015 a Campodarsego dall’evoluzione della beer firm Olmo, la creatura di Anthony Pravato e Marco Ruffa si impone subito come una rottura col passato all’insegna di una creatività senza compromessi. Primi in Italia a volare nella Yakima Valley per selezionare sul campo i singoli lotti di luppolo, hanno puntato con coraggio sulla lattina e su uno stile diretto e incisivo. E proprio con i luppoli hanno firmato birre iconiche come Guerrilla, Mundaka e Giant Step. Nel 2020 la svolta con Crak The Rules: convertire l’azienda in birrificio agricolo investendo sulla filiera, ma anche slegarsi da ogni intermediario per avere un controllo diretto della rete distributiva, quindi su freschezza e integrità del prodotto. Una scelta autarchica che a suo tempo fece particolarmente discutere. D’altronde la freschezza è fondamentale, se la cifra stilistica di un birrificio è l’uso del luppolo. E al di là di esso, l’offerta è oggi ricchissima di proposte, tra birre analcoliche, barley wine e un’intera linea, Cantina, dedicata ad affinamenti in legno e fermentazioni miste.

Croce di Malto

Dietro la pioggia di riconoscimenti di Croce di Malto c’è in primis una scelta di vita coraggiosa. Nata dall’amicizia tra Federico Casari e Alessio Selvaggio a fine anni ‘80 tra il pub Ramlin di Novara e i viaggi in Belgio, l’impresa decolla grazie ad Erica Ferrazzi, moglie di Alessio: le sue cotte casalinghe spingono un informatico e un direttore di produzione a lasciare i vecchi impieghi per aprire nel 2008 a Trecate, in uno spazio compatto ma ad altissima efficienza. Fanno scuola la dubbel Magnus, la saison Temporis e l’acclamata Piedi Neri, russian imperial stout con riso venere novarese e farina di castagne di raro equilibrio e complessità. L’offerta è eterogenea: oltre alle cinque etichette fisse, la linea “speciale” offre sorsi memorabili, come la Cabossa, stout arricchita con fave di cacao.

De Lab Fermentazioni

Ci hanno messo pochissimo. Sarà la complementarietà della squadra, un mix di eclettismo e visione imprenditoriale e tecnica – Stefano Furlanetto, Lorenzo Padovani ed Enrico Verné, coadiuvati dall’esperienza di Marco Marengo, che iniziò il mestiere ai suoi albori in Italia, al fianco di Teo Musso, e oggi fa un gelato artigianale da classifica – , sarà l’investimento ben riposto, nel 2022, a Diano d’Alba. Un birrificio con enorme taproom e distinta cucina da pub appena fuori da una città che a forza di puntare sul vino s’è dimenticata della birra. Quella fatta bene si intende: la doverosa Druiven, IGA con lievito belga e mosto di Arneis delle Langhe e la sorella Druiven Rood, con mosto di Nebbiolo da Barolo, tra sentori floreali e piccoli frutti rossi. La classica Bitterone, generosa interpretazione di strong bitter e l’irriverente Easy Peasy, Berliner Weisse alla frutta, tra mango, guava e passion fruit. Il tutto custodito in lattine che giustificano l’auto-definizione di “birrai surrealisti”.

Elvo

L’Italia è ormai diventata terra di grandi birre a bassa fermentazione, con buona pace degli specialisti tedeschi. Una fama a cui ha certamente contribuito il Birrificio Elvo, fondato nel 2013 dai fratelli Josif e Raoul Vezzoli a Graglia nel Biellese, che hanno saputo unire l’acqua leggerissima delle fonti locali al rispetto rigoroso dei lunghi tempi di produzione richiesti dalla tradizione brassicola mitteleuropea, per diventarne un punto di riferimento. Le loro interpretazioni di Pils, Märzen e la Doppel Bock sono indubbiamente tra le migliori d’Italia, ma non sbagliano nemmeno quando provano ad ampliare gli orizzonti degli stili classici, magari spingendo un po’ sul luppolo. Se siete appassionati di gastronomia e amate la montagna considerate d’obbligo una tappa nel biergarten del birrificio, a Graglia, o nel pub in centro a Biella, specializzato in barbecue, magari concedendovi una pinta della loro stupenda Schwarz.

Foglie d’Erba

Ispirarsi a una raccolta poetica di Walt Whitman per dare un nome al proprio birrificio è di per sé un manifesto d’intenti. E in effetti le birre di Foglie d’Erba, a Forni di Sopra dal 2008, sono un’essenza di natura, territorio e creatività. Nelle sue Dolomiti Friulane Gino Perissutti punta su materia prima, sperimentazione e soprattutto freschezza. Non esageriamo dicendo che alcune etichette sono diventate cult del panorama brassicolo nazionale: è il caso della Babel, pale ale agrumata con suggestioni tropicali e accenti resinosi che accompagnano una bevuta snella, chiusa da un amaro netto e persistente. O ancora la Hot Night at the Village, una sontuosa brown porter dai sentori fragranti di caffè e cereali tostati, impreziosita da note di vaniglia e cacao puro. Virtuoso l’approccio e l’attenzione all’ambiente: l’acqua calda si produce con gli scarti della segatura delle falegnamerie vicine.

Hammer

Nato nel 2015 a Villa d’Adda dall’intuizione di Fausto Brigati, affiancato dal fratello Roberto e dal padre Angelo, il progetto Hammer unisce le solide radici industriali di famiglia a un’ossessione senza compromessi per la qualità. Forte della regia tecnica di Marco Valeriani, poi passata a Matteo Palmisano e ora a Riccardo Bestetti, il birrificio orobico si è imposto da subito, per poi restare, tra i riferimenti dello Stivale per la levatura delle produzioni. Tra le birre da provare, la Killer Queen Double IPA, muscolare e fortemente luppolata, secca quanto amara, o le iconiche Wave Runner American IPA, splendido equilibrio tra sentori agrumati e resine. O ancora la Bulk, Ispirata alle Porter, con un tocco unico dato dall’impiego di malto torbato e affumicato. E se le pinte di matrice britannica e americana sono un tratto identitario dell’offerta, non mancano rivisitazioni ispirate al mondo teutonico e belga, come Asprilla, berliner weisse arricchita con mango e passion fruit, e Doble, doppelbock che conserva una certa beva nonostante i 7.5 gradi alcolici.

Hilltop

Siamo a Bassano Romano, in piena tuscia viterbese, dove troviamo un’affascinante enclave di tradizione brassicola britannica. Merito della famiglia anglo-irlandese Gallagher-Deeks, che nel 2014 fonda in questo borgo medievale Hilltop Brewery. L’anima produttiva è il birraio Conor, diplomato all’IBD di Londra e formatosi nell’allora artigianale Birra del Borgo, affiancato dal padre Barry, socio e ispiratore delle prime ricette, e dalla sorella Tess, curatrice delle etichette. Ogni pinta delle creazioni di Conor trasuda rara autenticità: birre orgogliosamente fuori moda, generose nell’offrire le molte sfumature del malto, grazie a tecnica e impianto di produzione rigorosamente british, dai contrappunti equilibrati e dalla bevuta seriale. Gli appassionati dello stile si commuoveranno con una pinta della Barry’s Bitter e, passando ai malti scuri, Hilltop propone piccoli capolavori come la Gallagher Stout con la delicata nota salmastra dell’alga dulse irlandese, la Morning Mild, tanto golosa quanto snella come solo una grande mild sa essere, o la Un Americano, opulenta stout al lattosio con caffè e sciroppo d’acero. Le birre dei Gallagher-Deeks hanno una distribuzione principalmente locale, per cui se trovate al pub una loro spina – magari a pompa – non esitate.

Lambrate

Intere generazioni di bevitori si sono formate al bancone di via Adelchi a Milano, e se negli anni Giampaolo Sangiorgi, “Giampa” o “il monarca” per i più, è diventato lo scanzonato testimonial del potere aggregante della scena craft, dai fermentatori sono uscite birre che non solo hanno fatto la storia, ma hanno saputo reinventarsi con coerenza, conquistando a loro volta nuove generazioni di bevitori. Quanto è vero che sono fieri appartenenti alla mitica classe del ‘96, i nostalgici avranno ricordi struggenti della Montestella o della Drago Verde. Ma chi si è avvicinato più di recente si sarà fatto conquistare da nuovi classici come la American Magut o la leggerissima Cicinin. Tanto luppolo, certo, ma non mancano cavalli di battaglia anche in stili più rotondi come la doppelbock Porpora, le scure affumicate Ghise e Imperial Ghisa o la Tiramisù Imperial Stout, tra le birre in stile “pastry” più amate d’Italia.

Lametus

La nouvelle vague della Calabria gourmet non passa solo da pizzerie e ristoranti ispirati, ma anche dai birrifici, e Lametus Beer Co. lo dimostra appieno. Nato nel 2019 come beer firm per poi fare il grande salto e dotarsi del proprio impianto produttivo nel 2021, il birrificio di Niccolò Crapis tradisce la sua ispirazione americana, ma si dimostra a suo agio in molti stili diversi. Se siete amanti delle luppolate troverete birre intense ma di grande bevibilità, siano le più classiche American o Double IPA che la più ardita Sour IPA. La lunga maturazione della Keller Pils regala finezza e pulizia a una birra particolarmente riuscita, e la birra bandiera della casa, la Smoked Porter, mantiene le sue promesse di golosità ed equilibrio. Nelle torride estati calabresi non perdetevi la leggerissima (2,5°) Rice Lager, con riso di Sibari, magari durante il Lametus festival o uno dei tanti eventi con cui la taproom anima Lamezia.

Liquida

Il prototipo di un birrificio moderno, caratterizzato da quel dinamismo che vuole essere espresso subito dal nome. È la realizzazione del sogno di 4 appassionati, il birraio Luca Tassinati insieme a Christian Bertoni, Luca Drudi ed Eleonora Manservigi, che nel 2020 iniziano le cotte nel loro impianto ad Ostellato, in provincia di Ferrara. Il marchio si distingue da subito per un’immagine riconoscibile e birre ineccepibili, che nel tempo si sono sempre più affinate dimostrando ricerca e una rara costanza produttiva. Una modernità che passa, ovviamente, per il sapiente utilizzo del luppolo, declinato in diverse IPA stile west coast, di cui la ricca Don Quisciotte è di certo la più celebre, così come nella fruttatissima e tropicale session IPA Chopper, fino alla più estrema Blue Tornado, double IPA morbida e corposa. Non mancano birre in stile tedesco di grande pulizia come la Anghela bock o la Ploner, pils magistrale e ricca di dettagli evocativi. Se passate da Forlì, non perdetevi una tappa al BiFOR, locale di Christian e Luca Drudi, uno dei più belli e accoglienti d’Italia.

Marduk Brewery

La filiera integrata come manifesto brassicolo. Nato dall’iniziativa di Mauro Loddo e Giuseppe Murru, Marduk è uno dei – non pochi – birrifici artigianali di cui i sardi possono andare orgogliosi. Nei campi lungo il Cedrino si coltivano orzo e luppolo, lavorati internamente grazie anche a una malteria aziendale: almeno il 95% delle materie prime è autoprodotto. La caratterizzazione territoriale passa dal brillante impiego di ingredienti autoctoni; nella Sexy Pompìa l’agrume autoctono definisce la cifra di una fruit beer di rara eleganza. Un modello di economia circolare che valorizza le trebbie nell’alimentazione dei bovini allevati in azienda. Fortissima l’identità grafica: guerrieri nuragici, geometrie ispirate ai manufatti sardi e un sistema cromatico che distingue le referenze. Un immaginario arcaico reinterpretato con linguaggio contemporaneo, coerente con una produzione che rivendica la sardità con forza e coerenza.

MC77

Ci sono birrifici che vengono identificati con le birre luppolate, altri con le basse fermentazioni, altri ancora nelle birre belghe. MC-77 riesce ad attraversare tutte queste famiglie stilistiche con curiosità e precisione, imprimendo in ciascuna la propria identità. Ovvero l’equilibrio l’agile eleganza che hanno portato Cecilia Scisiani e Matteo Pomposi, birrai e fondatori dell’azienda marchigiana, a raccogliere riconoscimenti nazionali fino a imporsi come una delle insegne più autorevoli del movimento brassicolo italiano. La Glu Glu è un esempio di german ale dalla bevibilità disarmante e la Bastogne è un’ APA da manuale, mentre ancora la San Lorenzo è tra le migliori interpetazioni nazionali di Blanche/WIT. Imperdibile la Yakima Trip, tributo alla Yakima Valley, leggendaria regione dello stato di Washington in cui si coltiva la stragrande maggioranza del luppolo americano.

Meltz

Un’idea nata in amicizia può diventare un successo, anche nel duro momento che vive la birra artigianale italiana, ormai lungi da ogni illusione. È iniziata appena nel 2024 l’avventura di Meltz, moderno birrificio di Melzo che ha trasformato la passione di Davide Blanc, Cristian Bordonaro, Massimiliano Togni in un progetto imprenditoriale fondato su rigore stilistico, continuità produttiva e una forte identità visiva. Le grafiche, dal taglio pop e immediatamente riconoscibili, anticipano il carattere delle birre: moderne, pulite e dirette. La produzione, pensata esclusivamente per il formato lattina, guarda sia alla tradizione mitteleuropea sia a quella angloamericana. Ne sono esempio la Forest Pils, dalle note erbacee e dal finale secco e amaricante, e la Deep Canyon, interpretazione della West Coast IPA cheacquista ulteriore slancio grazie a un generoso dry hopping.

Mister B

Mauro Bertoletti ha senza dubbio il merito di aver sdoganato l’alluminio nell’Italia brassicola. A suon di “Can(s) be heroes” e generose dosi di luppolo, grazie ad un packaging originale e irriverente, Mauro ha saputo abbattere in poco tempo quel preconcetto culturale che associava la latta a birre cheap (e non a caso la sua attività di mobile canning oggi è più attiva che mai). Pregiudizio che, peraltro, non faceva bene all’ambiente. Cresciuto tra le iniziative del Circolo del Luppolo e il bancone del Teatro delle Birre a Mantova, Bertoletti ha dato vita nel 2017 a Mister B a San Giorgio Bigarello, in provincia di Mantova. La proposta mette al centro il luppolo, elargendo sorsi memorabili sia d’ispirazione anglofona (come Bamba, Bestia e Tafat solo per citarne alcune) che teutonica, come l’ottima Benzina, New Zealand lager in versione gluten free. Il progetto negli anni si è ulteriormente strutturato, e la recente scelta di aprire un’azienda agricola sarà, scommettiamo, premiante.

Mukkeller

Impossibile non innamorarsi della serissima ironia con cui Marco e Fabio Raffaeli, i “fratelli Mucca”, conducono il loro birrificio attivo dal 2010 a Porto Sant’Elpidio, Una leggerezza insita nel naming, che ha suscitato la reazione del noto birrificio danese Mikkeller, in un confronto fortunatamente senza conseguenze. Negli anni Mukkeller si è guadagnato la fama di birrificio autore di birre caratterizzate e dalla grande bevibilità, cosa su cui invece non si scherza. Trovare in un pub una spina della loro birra di bandiera, la Mukkellerina, keller snella e saporita, è sicuramente il viatico per una grande serata, così come per la Mu pils, più secca ed erbacea come da stile. E se l’ispirazione principale è quella degli stili tedeschi, Marco sorprende sfornando anche una delle double IPA più apprezzate d’Italia: la mitica Hattori Hanzo, riuscendo a rendere pericolosamente beverina anche una birra ben più robusta e intensa.

Muttnik

Nato come beerfirm esattamente dieci anni fa, da Eleonora Frisio e Lorenzo Beghelli, Muttnik è cresciuto in modo oculato fino a diventare il moderno birrificio che meritate di conoscere, tra i più freschi e vivaci del panorama brassicolo nazionale, in quel di Sesto San Giovanni (Mi). Il nome riprende ironicamente l’espressione americana – cani inviati nello spazio dall’Unione Sovietica – per indicare la corsa alla conquista dello spazio – birrario -. Un immaginario che ritorna nell’identità grafica e nella semantica. La Damka è una Vienna Lager equilibrata e maltata, la Belka una Saison snella e fragrante, mentre la Laika dimostra quanto una Kölsch apparentemente semplice possa rivelare precisione tecnica e carattere. In un ambiente fatto di mode e talvolta di eccessi, Muttnik sceglie la strada dell’equilibrio. Nello spazio antistante al birrificio, un ampio biergarten che durante la bella stagione si valorizza al massimo con concerti e degustazioni; si completa così un progetto che riesce nell’intento di rendere la birra artigianale accogliente, condivisa e condivisibile.

Nama

Nama Brewing, birrificio e taproom di Treviglio, gioca bene su due versanti: birre a bassa fermentazione di ispirazione teutonica e luppolate americane, coese da un’idea piuttosto personale ed orientate alla scorrevolezza della bevuta. Pochi stravolgimenti, ma attenzione a pulizia e precisione. Tra le birre più rappresentative ci sono la Silver Rocket, hazy pale ale morbida e contemporanea, la Liquid Sky, American IPA, e la Demon Cleaner, cold IPA che spinge sui luppoli senza perdere agilità. Sul versante delle basse fermentazioni il birrificio mostra il suo lato più rigoroso e con l’Imperial Stout Mr Loverman si elevano struttura e complessità, donate dal caffè aggiunto in maturazione. Il risultato è un catalogo moderno ma leggibile, dove la pinta è più importante dell’etichetta.

Ofelia

Difficile trovare un birrificio più gourmet di Ofelia, con le sue eleganti e minimaliste bottiglie da mezzo litro – perfette per la ristorazione – e, soprattutto, con un carattere brassicolo intriso di ricerca e cura nel dettaglio. Merito del grande palato di Andrea Signorini, formato non solo dalla passione per gli stili birrari tradizionali – soprattutto inglesi e belgi – ma anche da grandi calici e grandi tavole. Gli assaggi non possono che partire da due grandi birre in stile british: la Nevermild, mild ale che nasconde sotto il moderato grado alcolico una grande complessità di malto, e la Amitabh, english IPA dal fascino anacronistico. Andando vero il Belgio, La Speltina è una blanche ricca di sfumature, con farro locale e un’originale speziatura con limone, sambuco e pepe, e la Signorina Silvani una dubbel particolarmente rotonda. Prestate attenzione anche alle basse fermentazioni, comprese quelle in lattina, e soprattutto alla Micentina, italian pilsner con luppolo italiano e cereali vicentini.

Opperbacco

Nel 2009 l’agronomo teramano Luigi Recchiuti, insieme alla moglie Arianna Calisti, convertiva una vecchia stalla in un birrificio moderno, incastonato tra il Gran Sasso e l’Adriatico. Alimentata dall’acqua del Gran Sasso, la produzione poggia su un rigore impeccabile e sul rifiuto di ogni convenzione, fondendo la scuola belga e mitteleuropea con le moderne luppolature d’oltreoceano. L’offerta è ampia e curatissima: dalla linea Le Origini nascono pilastri come la 4Punto7, la freschissima Bianca Piperita o la sontuosa 10 e Lode. Magnifica la Rusthell, una Helles che interpreta al meglio i canoni dello stile: pulita, scorrevole e ben equilibrata, con note di pane e miele che incontrano sfumature floreali ed erbacee e un finale asciutto, delicatamente amaro. Il luppolo trova invece massima espressione in birre come la Violent Shared o la Overdose, mentre l’incontro con le vigne locali si compie nel progetto Nature-Terre&Viva, dove Recchiuti esplora il mondo delle fermentazioni spontanee e degli affinamenti in botte, regalandoci alcune delle Italian Grape Ale più eleganti dello Stivale. Il capitolo più sperimentale è custodito nel progetto Abruxensis: farmhouse e wild ale a fermentazione spontanea prodotte con lieviti indigeni – isolati con l’Università di Teramo – arricchite da genziana, fiori, o frutta.

Podere La Berta

Piedi (e braccia) in Toscana e testa e cuore in Romagna, Podere La Berta nasce nel 2015 nell’ambito agricolo del gruppo Felsina, produttori di Chianti Classico e olio di oliva, nonché coltivatori, in quel di Brisighella, d’orzo impiegato per la produzione brassicola. Quelle di PLB sono birre su cui si può sempre contare, che dietro un’apparente semplicità rivelano competenza e pensiero, tanto sugli stili quanto in un approccio senza retorica, che mette la bevuta prima di slogan o ideologie. I birrai Marco Mignola e Gloria De Petri portano sia influenze della tradizione belga che una più moderna visione d’oltreoceano. Potrete assaggiare una delle migliori Saison d’Italia, la Vecc, rustica ma dall’equilibrio millimetrico, o la Acsé, landbier con farro e segale in bell’evidenza. L’esperienza vinicola della casa si esprime nel progetto Colture, legato alla bottaia e a piccole produzioni a fermentazioni spontanea, lavorando con mosti e legni.

Porta Bruciata

Nato nel 2014 in Franciacorta, Porta Bruciata ha radici bresciane e ispirazione brassicola angloamericana, specie alle declinazioni di IPA. Piacevolezza, equilibrio e rispetto degli stili sono elementi che caratterizzano la produzione, dalle più leggere Session IPA fino alle NEIPA. Iconica Orifiamma, American Ipa agrumata, resinosa, dall’amaro persistente. Magnifica e intensa la Larkin Street, ispirata alle West Coast IPA di San Francisco. Nonostante la passione per il luppolo il birrificio valorizza anche stili teutonici, come la Zwickel, bassa fermentazione con malto di Bamberga e luppolo dell’Hallertau, rustica e fragrante. Il tutto attraverso etichette che si fanno suggestioni divulgative, intrise di aneddotica e geografia birraria.

Radiocraft

Nato ai Castelli Romani durante e nonostante la pandemia, Radiocraft è il birrificio dall’approccio contemporaneo di Carlo Mascioli, Marco Turchetta ed Enrico Girelli. Generose luppolature e suggestioni musicali sono il fil rouge che lega la produzione: ogni birra nasce dall’ispirazione di una canzone, in una playlist brassicola che balza dal rock al pop, dal cantautorato italiano alla scena alternativa, in affascinante coerenza con gli stili statunitensi, belga anziché tedeschi. Lo esemplificano etichette come Ace of Spades, Paranoid, Pinball Wizard o Disperata Erotica IPA, omaggio a Lucio Dalla ottimamente attenuata e luppolata.

Ritual Lab

Appena fuori Formello, in Lazio, la famiglia Faenza è riuscita a creare un piccolo fortino dedicato alla birra artigianale, in un’ottica profondamente gastronomica. Ritual Lab nasce ufficialmente come birrificio nel 2015, dopo un periodo di attività come beer firm, e da sempre propone birre intense ed intransigenti, espressione dell’evidente talento e ricerca tecnica del birraio Giovanni, tra i più premiati ed apprezzati anche tra gli addetti ai lavori. Una capacità che si svela con chiarezza in una miriade di stili: la Ritual Pils è tra le basse fermentazioni più celebrate d’Italia, con un amaro presente ma equilibrato, ma è con le IPA che si sono conquistati gli intenditori. Quindi con la fruttatissima Nerd Choice, la muscolosa Tupamaros e la sontuosa Mango Split. Oltre a bock, saison e gose, è il caso di provare la Papanero, imperial stout molto scelta, e a ragion veduta, nei pub e nei beershop non vogliono farsi mancare le etichette imprescindibili. Altamente consigliato anche un menu degustazione nel ristorante di Ritual Lab, Mogano, unica vera esperienza di fine dining birrario in Italia.

Shire Brewing

Un’idea di birra artigianale che guarda soprattutto alla tradizione anglosassone, nella produzione così come nelle suggestive etichette e nei naming, tra scorci londinesi, fascinazioni britanniche e riferimenti musicali. Ne è d’esempio la splendida Selassi Coffee Porter, realizzata con un generoso “dry beaning” di chicchi di caffè interi e parzialmente macinati, tostati a legna. O la Tommy Gun Extra Pale Ale – omaggio ai Clash – a ridotto tenore alcolico (3,8%) con Maris Otter, avena tostata e Caramalt, luppoli Magnum, Ahtanum e Chinook a disegnare un profilo resinoso, appena fruttato e moderatamente amaro. Nato nel Frusinate dalla passione di Mirko Giorgi e Gianluigi Paolone, Shire ha attivato dal 2024 una vivace taproom a Fiuggi, luogo ideale dove provarne la produzione.

Siemàn

Se cercate il punto d’incontro tra il vino naturale e la birra artigianale, la strada porta dritta a Villaga, sui Colli Berici. È qui che i fratelli Marco, Daniele e Andrea Filippini hanno creato Siemàn, in dialetto veneto “sei mani”: le stesse che nel 2014 si cimentavano con le prime vinificazioni di uve autoctone per poi aggiungere nel 2017 anche il progetto del birrificio agricolo. La loro firma è un ritorno alle origini contadine suggestionato Pajottenland: vasche aperte per il raffreddamento notturno del mosto, lunghe maturazioni in botti di rovere e – spesso – fermentazioni spontanee. Tre le linee proposte: Wild sour ale, fermentazioni miste per un risultato nel bicchiere meno naif impattante – come la spensierata Istà – , quella in lattina, Fresh, per birre quotidiane e immediate come la Good Ole Boys – West Coast IPA caratterizzata dall’intensa luppolatura americana – e quella dedicata alle spontanee di “Pajottenlandiana” ispirazione, come la Rive Rosse, 18 mesi in botti di rovere e mosto e bucce di Tai Rosso.

Sorio

Il legame tra la birra artigianale e il vino è sempre stato uno dei tratti che hanno caratterizzato la via italiana alla birra artigianale, ma la cosa non si ferma solo alle IGA: è anche una questione di approccio e savoire faire. È il caso di questo birrificio nato nel 2021 da Mirko Boggian e Giacomo Maule, la cui vocazione agricola parte nei campi di proprietà, dove i due coltivano orzo, farro e frumento senza diserbi né pesticidi, dando vita a birre rustiche, stagionali ma sempre corrette, con i cereali in bella evidenza, come nella Keller Hellmann e la Dark Lager o, se preferite lo stile belga, la Lander, saison essenziale ed evocativa. Vista l’esperienza vinicola di Giacomo, non potevano mancare esperimenti con l’uva come la riuscitissima Gargan-IGA, in cui il tocco salato della gose esalta l’uva Garganega. Da non perdere, quando presente, la Flaming Stones, rarissima steinbier in cui il collegamento al territorio è letterale: sono infatti le pietre di basalto di Gambellara a dare la nota caramellata tipica dello stile.

Vento Forte

Ad essere maliziosi si potrebbe pensare che Andrea dell’Olmo sia uno dei birrai più invidiati dai suoi colleghi: folgorato sulla via della California, ha portato dallo stato dorato la dedizione per il surf, suo principale punto di riferimento tra i fermentatori, riuscendo a mantenere in perfetto equilibrio le due attività. Se vi trovate in un pub romano, non perdetevi le sue creazioni: pinte sempre diverse ma sempre coerenti con il luppolatissimo stile della casa. Considerate in primis le Session “numeriche”, identificate con cancelletto (siamo arrivati alla #100) dal vorticoso alternarsi di luppoli o, se preferite bevute più corpose, le due maestose Double IPA, Follower o Cal. E se Roma è ormai succursale birraria della Franconia, grazie al lavoro del suo storico pubblican Manuele Colonna (proprietario del Macché Siete Venuti a Fà), anche dell’Olmo si confronta con basse fermentazioni in stile, mantenendo la sua consueta pulizia e beverinità: l’esempio più recente è la Kantiner e altre ne arriveranno, seguendo le onde dell’ispirazione.

War

Luppolo, autoironia e ricette ben assestate. La creatura di Francesco Redaelli nasce nel 2017 a Cassina de’ Pecchi, alle porte di Milano, dall’azienda agricola di famiglia. Da lì ricava oltre l’80% del malto, attingendo da 17 ettari di terreno coltivati, per una produzione totalmente devota alla lattina. Il formato ideale per preservare la freschezza e l’aroma dei suoi stili prevalentemente luppolati. Tra le birre più rappresentative di War c’è Amen, American IPA gluten free e best seller della casa, costruita su agrumi, suggestioni tropicali e un amaro pulito e persistente. Poi Franco, Pils dal profilo più classico, giocata tra malto e note erbacee, e l’ormai iconica Pesci in Faccia, che fin dal nome pare prendersi gioco della (giusta) ossessione per freschezza e shelf life che accompagna il mondo delle IPA: una luppolata secca e moderna, tra tropicale e agrumi, caratterizzata da Galaxy, Mosaic, Amarillo e Citra Cryo. Se volete testare, vi suggeriamo la taproom del birrificio.

Yblon

Hyblon è il leggendario re siculo che accolse i coloni greci nella Sicilia orientale. Un richiamo territoriale per il birrificio ragusano di Marco Gianino, che si fa portabandiera delle grandi birre del Belgio in Sicilia, valorizzando le materie prime dell’Isola.
Referenza di punta è la Timpa, saison prodotta con grano Russello siciliano, che contribuisce al profilo cerealicolo e rustico, tra note speziate e canonico finale secco. E se la Y-Blond punta sulla bevibilità la Culovra, Belgian strong golden ale, esprime maggiore complessità, mentre la Badessa interpreta perfettamente lo stile Dubbel. Da non perdere la Nopalita, fruit beer al fico d’India che valorizza il frutto mediterraneo con un equilibrio convincente tra componente aromatica, acidità e secchezza, senza derive stucchevoli. La Hop Collysion, American IPA gluten free, completa una gamma che coniuga identità territoriale e pluralità stilistica.

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