I progressi e la resilienza dell'economia italiana che abbiamo documentato su queste colonne negli ultimi mesi si possono sintetizzare in cinque "sorpassi", che segnano un fondamentale cambio di passo per il nostro Paese, fino a poco tempo fa considerato fragile, poco credibile e instabile.
Attorno all'Italia oggi ci sono guerre che generano sofferenze, incertezze e inflazione. Ci svegliamo ogni giorno con le ultime giravolte del trumpismo e le relative conseguenze spiazzanti su geopolitica e mercati. Vi sono Paesi cardine dell'Unione Europea come la Francia e la Germania che vacillano paurosamente, alle prese con gravi derive economiche e politiche. Incombono innovazioni di cui è difficile prevedere la portata e le conseguenze (positive e/o negative), come l'Intelligenza Artificiale e l'avvento degli umanoidi. E, non dimentichiamolo, sono passati solo pochi anni da una pandemia che ha scosso profondamente il mondo e le nostre società, lasciando strascichi pesanti.
I cinque sorpassi dell'Italia
Anche l'Italia di quindici anni fa, nel contesto attuale, avrebbe vacillato, forse perfino di più di quanto non vacillino oggi la Francia e la Germania, orfane delle loro precedenti certezze e solidità, anche per i gravi errori dei loro leader passati e presenti, dal duo Merkel-Sarkozy a quello Merz-Macron. Invece il nostro Paese ha fatto riforme, ha gradatamente recuperato competitività e credibilità e oggi gode perfino di una stabilità politica che, guardando fuori dai nostri confini, sembra una rarità.
Un primo "sorpasso" storico dell'Italia riguarda la crescita economica (Grafico 1). Da quando l'Italia è uscita dalla crisi del debito greco e dalla successiva austerità, che avevano entrambe molto rallentato la crescita economica del nostro Paese, il PIL pro capite italiano è tornato ad aumentare in modo significativo. Infatti, negli ultimi dieci anni, cioè dal primo trimestre 2016 (preso come base) al primo trimestre 2026, l'Italia ha progressivamente superato per crescita del PIL per abitante tutti i Paesi del G7 tranne gli Stati Uniti. Negli anni prima del Covid, prendendo come traguardo intermedio il quarto trimestre 2018, l'Italia aveva già superato Francia, Giappone e Canada. Nel periodo post-Covid l'Italia ha poi sorpassato anche Germania e Regno Unito. Solo gli USA restano davanti a tutti gli altri Paesi del G7, soprattutto per l'enorme mole di debito pubblico che stanno pompando nella loro economia e che soltanto essi possono permettersi di fare (fino a che punto, poi, si vedrà).
Il secondo "sorpasso" è quello dell'export dell'Italia ai danni del Giappone (Grafico 2). Questo dato è indicativo della crescente competitività del Made in Italy, che, rispetto a 10-15 anni fa, esporta oggi come leader mondiale non più solo moda, mobili e meccanica ma anche, e in misura crescente, prodotti alimentari, vini, prodotti farmaceutici, cosmetici, yacht, navi da crociera, autovetture sportive e mezzi aerospaziali. Il "sorpasso" del Giappone nell'export è stato vissuto quasi con indifferenza dai media italiani, come se fosse una cosa da niente. Ma è un evento storico. Significa che l'Italia è ormai in grado di esportare di più di una nazione, il Giappone, che è stata per anni il paradigma della competitività, del just in time e della qualità totale e che ha una popolazione all'incirca doppia di quella italiana.
Il terzo "sorpasso" riguarda un indicatore sociale, il tasso di disoccupazione (Grafico 3), che riflette i notevoli progressi del mercato del lavoro in Italia. Infatti, nel 2025 il tasso di disoccupazione in Italia è sceso per la prima volta sotto quello dell'Euroarea e si è mantenuto sotto di esso anche nella prima metà del 2026. Negli ultimi mesi il numero degli occupati totali e dei dipendenti a tempo indeterminato hanno toccato in Italia i loro livelli massimi mentre, all'opposto, il tasso di disoccupazione è sceso ai minimi storici da quando esistono le attuali serie Istat, ampiamente al di sotto dei tassi di disoccupazione di Paesi come Francia, Svezia, Danimarca, Austria, Finlandia, Grecia e Spagna. La crescita dell'occupazione e le misure adottare per contrastare l'erosione dei salari reali dovuta all'inflazione hanno permesso di accrescere il reddito disponibile pro capite delle famiglie (detto altrimenti potere d'acquisto), che anch'esso, come il PIL per abitante, dal quarto trimestre 2019 al primo trimestre 2026 è cresciuto di più in Italia che negli altri Paesi del G7, alle spalle solo degli Stati Uniti.
Anche sul fronte della povertà i numeri segnalano alcuni significativi miglioramenti per l'Italia. Infatti, la percentuale di persone a rischio di povertà o esclusione sociale (secondo i criteri di Europa 2030) nel 2025 è stata in Italia pari al 22,6%, un livello inferiore di 2 punti percentuali rispetto a quello pre-Covid del 2019 (24,6%) e più basso di 5,3 punti percentuali di quello del 2015 (28,4%). Il miglioramento tendenziale di questo indicatore in Italia negli ultimi dieci anni è stato dovuto principalmente al forte calo, dal 2015 ad oggi, del suo sottoindice relativo alla percentuale di persone gravemente deprivate, cioè non in grado di soddisfare sette o più dei tredici bisogni personali e famigliari fondamentali identificati dall'Europa. Il numero di persone gravemente deprivate è sceso in Italia dai 7,4 milioni del 2015 (12,1% della popolazione) a 3 milioni (5,2% della popolazione) nel 2025, cioè ad un livello oggi notevolmente inferiore a quelli di Spagna (3,9 milioni, 8,1% della popolazione), Francia (4,6 milioni, 7% della popolazione) e Germania (4,6 milioni, 5,6% della popolazione).
Il quarto "sorpasso" è quello dello spread sui titoli pubblici decennali dell'Italia ai danni della Francia, sceso negli ultimi mesi sotto quello francese (Grafico 4). Un'altra svolta storica, un chiaro segnale proveniente dai mercati finanziari, i quali, grazie agli sforzi dell'Italia nella stabilizzazione dei propri conti pubblici, ritengono il debito di Roma ormai più sicuro di quello di Parigi. Con un po' più di lentezza, anche le agenzie di valutazione hanno proceduto negli ultimi due anni ad innalzare il rating del debito sovrano italiano. Non era affatto scontato. Lo spread tra i titoli pubblici decennali italiani e tedeschi, che alla fine del 2022, cioè poco dopo l'inizio del governo Meloni, era di 213,9 punti, a inizio settembre 2026, si è ormai ridotto a una ottantina di punti, mentre quello con la Francia, che a fine 2022 era di 160,1 punti, oggi si è praticamente rovesciato. Infatti, secondo le serie storiche di World Government Bonds, il 5 settembre 2026 lo spread sui titoli decennali tra Italia e Francia era di -4,5 punti base, dove un punto base equivale allo 0,01%. Ciò indica che il rendimento di un Btp decennale italiano era a quella data inferiore dello 0,045% rispetto ad un analogo Oat decennale francese. Precisamente, il titolo decennale italiano aveva un rendimento del 4,144% mentre quello del bond decennale francese era pari al 4,189%.
Il quinto "sorpasso", infine, per il momento non è ancora un dato reale ma una semplice previsione, peraltro molto autorevole e significativa. Infatti, secondo le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale, nel 2031 il debito pubblico statunitense in rapporto al PIL supererà quello dell'Italia (Grafico 5). Se questo evento si realizzerà, rappresenterà, anche simbolicamente, un rilevante cambio di paradigma. Infatti, l'Italia ha intrapreso da oltre una decina d'anni una strada di serio risanamento delle proprie finanze pubbliche e, se saprà mantenere questa linea disciplinata, che sta portando oggi il deficit sotto il 3% del PIL, si lascerà definitivamente alle spalle l'immagine stereotipata di essere una "pecora nera" del debito mondiale, girando questo scomodo testimone ad altri Paesi. Ciò perché i bilanci statali e i debiti pubblici di altre economie del G7 come Stati Uniti, Francia, Giappone e Regno Unito stanno mostrando nel frattempo peggioramenti molto rapidi e di giorno sempre di più preoccupanti, difficili da correggere in assenza di forti tagli di spesa e riforme radicali. In conclusione, forse l'Italia non è ancora diventata un modello compiuto e unanimemente riconosciuto di equilibrio tra crescita e rigore che altre economie avanzate dovrebbero seguire. Ma, se non butterà alle ortiche i progressi fatti e darà loro continuità, è sulla buona strada per riuscirci.
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