I SOLDI, IL COGNOME, IL POTERE (E CHI PARLA CON CHI) Il caso Minardo e la lobby invisibile della Sicilia che conta

Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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C’è una domanda che in Sicilia nessuno ama formulare ad alta voce: quanto conta il denaro nella politica?

Non il denaro della corruzione — quella è materia per i tribunali. Non il finanziamento illecito, non il voto comprato: patologie note, casi clinici del sistema. Il problema di cui parliamo qui è più sottile, e proprio per questo più difficile da raccontare: quanto conta, nella costruzione di una carriera politica, nascere dentro una famiglia che dispone di capitale economico, relazioni imprenditoriali, radicamento territoriale e memoria politica? E quanto conta, soprattutto, che quella stessa famiglia sia interlocutore naturale — per settore, per dimensione, per storia — di qualunque governo regionale, chiunque lo guidi?

È la domanda che la storia della famiglia Minardo pone con una nitidezza raramente così comoda per chi la vuole raccontare.

I due binari

Da una parte Rosario Minardo, detto Saro: imprenditore, fondatore della Giap, oggi presidente del Gruppo Minardo. Dall’altra Nino Minardo, deputato nazionale, presidente della Commissione Difesa della Camera, oggi commissario regionale di Forza Italia. In mezzo, una famiglia. Intorno, una parte della storia economica e politica del Sud-Est siciliano.

Due percorsi distinti — impresa e politica — che non vanno confusi. Ma che non vanno nemmeno raccontati come se non si toccassero mai.

Il radicamento non è un dettaglio

La Giap nasce a Modica nel 1970, molto prima che qualcuno pensasse a una carriera parlamentare per il figlio del fondatore. Già negli anni Ottanta la stampa siciliana se ne occupava: due articoli su I Siciliani del 1985, uno firmato da Claudio Fava, raccontano l’ascesa di un imprenditore del carburante nel Ragusano.

Questo va detto con chiarezza, perché smonta la tentazione più facile — quella di leggere l’impresa come una costruzione recente, cucita addosso alla carriera politica di Nino. Non è così. Il capitale economico è precedente. Il capitale politico si è costruito dopo, sopra un territorio già mappato.

E il capitalismo familiare siciliano, quando attraversa le generazioni, non produce solo ricchezza. Produce radicamento: il gruppo conosce il territorio, il territorio conosce il gruppo, gli imprenditori conoscono gli amministratori e viceversa. Un politico che nasce in quella rete non parte da zero. Parte da un’agenda già scritta a metà.

La macchina economica, oggi

Il Gruppo Minardo, oggi, non è più solo distribuzione carburanti. Giap Holding coordina le società del gruppo nel settore energetico; Zenit (dal 2000) opera nella commercializzazione all’ingrosso e al dettaglio; Filgest — holding industriale della famiglia dal 1987 — presidia immobiliare, turismo e partecipazioni, con sigle come Teleradio Regione, Modica Hotel, Maeco, M Green.

Il bilancio 2024 di Filgest, secondo una banca dati finanziaria che elabora i dati societari, indica circa 57,8 milioni di patrimonio netto e oltre 104,7 milioni di attivo — numeri di una sola società del perimetro, non del gruppo intero, e ancora meno del patrimonio personale di Rosario Minardo. Ma bastano a fissare l’ordine di grandezza.

Nel 2025 la scala cambia ancora: Giap entra nel consorzio di cinque operatori (con PAD Multienergy, Vega Carburanti, Toil e Dilella Invest) che acquisisce la rete italiana ex Esso da EG Italia — circa 1.200 punti vendita, il 6% della rete nazionale. I distributori non sono “dei Minardo”: sono del consorzio. Ma la presenza di Giap in quell’operazione certifica che il gruppo siciliano è entrato in una dimensione nazionale.

Qui la storia smette di essere solo economica

Fin qui, la vicenda potrebbe restare un profilo aziendale. Non lo è, per un motivo preciso: il settore in cui opera il Gruppo Minardo è uno dei più esposti alla regolazione pubblica che esista — carburanti, energia, distribuzione, urbanistica commerciale, concessioni, autorizzazioni turistiche ed edilizie. Ed è regolato, in larga parte, proprio dalla Regione che Nino Minardo — da commissario di Forza Italia in Sicilia — oggi contribuisce a orientare politicamente.

Non serve immaginare scambi espliciti per capire che qui il problema esiste comunque. Esiste come prossimità strutturale: la stessa rete di relazioni, di conoscenza del territorio, di accesso alle stanze decisionali che rende un gruppo imprenditoriale solido, rende quello stesso gruppo — quando condivide il cognome con chi fa politica — un interlocutore privilegiato per definizione, prima ancora che per intenzione.

Il lobbying che non ha bisogno di un registro

In Italia, e in Sicilia in particolare, il lobbying resta largamente informale. Non esiste — se non in forma debole e volontaria — un registro trasparente e vincolante di chi incontra chi, per conto di chi, su quali dossier. Questo significa che il canale più efficace di influenza non è quasi mai la telefonata scorretta o il favore esplicito: è la normalità dell’accesso.

È l’imprenditore che, per la sua storia e la sua dimensione, viene naturalmente convocato ai tavoli di settore. È l’associazione di categoria che lo rappresenta e che dialoga con gli uffici regionali su concessioni e incentivi energetici. È la partecipazione — spesso legittima e persino auspicabile — a cabine di regia, consultazioni, audizioni. È la rete di relazioni che permette di sapere prima, di essere ascoltati prima, di correggere una norma prima che diventi definitiva.

Nessuno di questi canali è, di per sé, illecito. Ma sommati, e sommati a un cognome che siede anche nelle stanze della politica di partito, producono un vantaggio competitivo che nessun concorrente senza quella rete può replicare. Questo è lobbying nel senso più proprio del termine: influenza esercitata sulle decisioni pubbliche attraverso canali diversi dal voto. E non essendo tracciato da alcun registro obbligatorio, resta invisibile ai radar della cronaca — finché qualcuno non si prende la briga di disegnare la mappa.

C’è poi un secondo canale, ancora meno discusso: la presenza in filiera di un asset editoriale, Teleradio Regione, dentro il perimetro Filgest. Un gruppo economico che possiede anche un mezzo di comunicazione locale non fa nulla di scorretto per il solo fatto di possederlo. Ma quel mezzo diventa, potenzialmente, una cassa di risonanza aggiuntiva — per l’agenda economica del gruppo, per l’agenda politica della famiglia, o semplicemente per l’agenda del territorio letta con la sensibilità di chi lo abita anche come imprenditore. È un incrocio che meriterebbe, in una regione con più cultura della trasparenza, una dichiarazione esplicita di conflitto d’interesse ogni volta che il tema è economico o energetico.

La famiglia come rete, non come dinastia

Il quadro familiare aiuta a capire la profondità del fenomeno. Rosario rappresenta il nucleo imprenditoriale. Nino costruisce la carriera politica nazionale — con una traiettoria autonoma: più mandati alla Camera, la presidenza della Commissione Difesa, il passaggio fra Forza Italia, Lega e di nuovo Forza Italia. Raimondo appartiene alla generazione imprenditoriale successiva. Riccardo, fratello di Rosario e zio di Nino, ha sedimentato negli anni un’ulteriore presenza parlamentare, fra Forza Italia e Movimento per l’Autonomia.

Tre generazioni, due filoni — impresa e politica — che non si sovrappongono formalmente ma che condividono lo stesso cognome, lo stesso territorio, e in ultima analisi lo stesso capitale relazionale. Non è una dinastia in senso monarchico. È qualcosa di più moderno e, per questo, più difficile da normare: una famiglia-rete.

Perché la domanda giusta non è “ha i soldi?”

La domanda giornalistica pigra sarebbe: “Minardo ha i soldi per diventare presidente della Regione?” È la domanda sbagliata, e lo è due volte: perché sposta l’attenzione sul patrimonio invece che sui meccanismi, e perché lascia fuori dal quadro il problema reale, che non è quanto vale il gruppo, ma quanti canali di influenza informale quel gruppo può attivare senza che nessuno debba renderne conto pubblicamente.

La domanda giusta è duplice:

 Quanto conta, nella costruzione del potere politico siciliano, appartenere a una famiglia che dispone di un capitale economico, sociale e territoriale di queste dimensioni?

 E quali garanzie — di trasparenza, di dichiarazione dei conflitti d’interesse, di tracciabilità degli incontri con i decisori pubblici — esistono oggi in Sicilia per impedire che quel capitale si traduca in un canale di lobbying parallelo, mai dichiarato e mai verificabile?

Oggi la risposta alla seconda domanda è, semplicemente: quasi nessuna.

Il ritorno di Nino, e il 2027 che si avvicina

Nel 2025 Nino Minardo rientra in Forza Italia. Nel 2026 Antonio Tajani gli affida il commissariamento regionale del partito in Sicilia — non una casella qualsiasi, ma la testa di ponte verso le Regionali del 2027. Minardo non ha annunciato alcuna candidatura alla presidenza. Ma si trova, oggi, nella posizione da cui si osservano, si influenzano e — quando necessario — si ridisegnano gli equilibri del centrodestra siciliano.

E se Schifani non fosse il candidato? È un’ipotesi, non una previsione. Ma se il centrodestra dovesse cercare un profilo capace di attraversare più mondi — Forza Italia, la storia nella Lega, il radicamento nel Sud-Est, l’esperienza romana — quello di Minardo resta uno dei pochi profili davvero trasversali sul tavolo.

La conclusione che conta

Il potere, in democrazia, non si esaurisce nel voto. Si costruisce anche — e soprattutto — nella capacità di essere presenti nella stanza prima che la decisione venga presa, di conoscere il dossier prima che diventi notizia, di avere un canale diretto con chi scrive la norma. Questo è lobbying, che se ne parli o no, che venga registrato o no.

Il caso Minardo non è un’accusa. È un caso di scuola: mostra con chiarezza come, in assenza di un registro pubblico delle attività di lobbying e di regole stringenti sul conflitto d’interesse, il confine fra legittima influenza imprenditoriale e cortocircuito istituzionale diventi impossibile da tracciare — non perché qualcuno lo nasconda, ma perché in Sicilia, semplicemente, non esiste ancora l’obbligo di renderlo visibile.

E questo, più del patrimonio di Filgest, più dei 1.200 distributori del consorzio EG Italia, è il vero numero che manca in questa storia: quello degli incontri, delle interlocuzioni, delle consultazioni che nessuno è tenuto a registrare.

Finché quel numero resterà pari a zero — zero perché non tracciato, non zero perché non esistente — la domanda sui soldi, il cognome e il potere in Sicilia resterà, insieme alla più scomoda delle sue sorelle: chi lobbizza chi, e chi lo verifica.

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