Il Daisy Chain Fields di Olivia Rodrigo è solo un'altra prova del suo attivismo

Solo pochi mesi fa, ospite del podcast Popcast del New York Times Olivia Rodrigo ha spiegato che cosa significa per lei fare attivismo: «Come artista», ha detto, «sento che è semplicemente ciò che si fa. Fa parte del mio lavoro». Per la pop star ventitreenne tenersi fuori dalle questioni politiche non è mai stata un'opzione e Rodrigo sta continuando a battersi per le cause in cui crede, non solo a parole ma con i fatti, anche in un clima di regressione sul fronte del progressismo e dei diritti.

C'è stata una fase - ormai ufficialmente conclusa con il ritorno di Trump alla Casa Bianca - in cui esporsi sembrava l'unica opzione e alle celeb d'alto profilo veniva chiesto di prendere posizione su temi di attualità e battaglie di giustizia sociale e diritti civili. In molti l'hanno fatto, ma forse in pochi ci credevano veramente. A oggi risulta ormai chiaro chi continui a vedere la propria esposizione e la propria fama come necessariamente legate alla filantropia e all'attivismo: in questo, Olivia Rodrigo rispecchia l'attivismo della sua generazione.


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L'impegno di Olivia Rodrigo

In questi giorni si è parlato molto della prima edizione del Daisy Chain Fields, un festival dedicato alle donne organizzato dall'artista al Great Park di Irvine, in California. Ha attirato 45.000 persone e raccolto 10 milioni di dollari (raddoppiati a 20 milioni grazie a Melinda French Gates), da distribuire a 10 organizzazioni no-profit tra cui Baby2Baby, che distribuisce beni di prima necessità a bambini e genitori bisognosi e il National Women's Law Center che si occupa di difendere i diritti delle donne, Planned Parenthood e il Johns Hopkins Center for Indigenous Health. Ma se il festival è riuscito a risultare autentico è per via della coerenza che Rodrigo ha sempre dimostrato nell'impegnarsi per cause umanitarie, politiche, spesso anche scomode.

Quando la sentenza Roe v. Wade è stata ribaltata dalla Corte Suprema nel 2022, mettendo a rischio la libertà di abortire per moltissime donne negli Stati Uniti, Rodrigo aveva solo 19 anni ma è stata tra le prima condannare la decisione dei giudici, direttamente dal palco di Glastonbury cantando "Fuck You" ai giudici della Corte Suprema assieme a Lily Allen. Si è sempre schierata pubblicamente contro le politiche dell'amministrazione Trump e, quando un suo pezzo è stato usato in un video che invitava gli immigrati senza documenti a lasciare il Paese, ha espresso chiaramente il divieto di usare la sua musica per la «propaganda razzista e piena di odio» del governo. Nel 2024, poi, la popstar ha lanciato, in occasione del suo GUTS World Tour, Fund 4 Good, un'iniziativa globale per raccogliere fondi a partire dalla vendita dei biglietti per donarli a organizzazioni benefiche legate ai diritti delle donne. Ha sempre sostenuto anche la comunità LGBT+ e, in particolare, le persone trans prese di mira negli ultimi anni da leggi restrittive e minacce di esclusione.

Anche su Gaza Rodrigo non è rimasta in silenzio, pur essendo un argomento considerato da molte personalità pubbliche troppo divisivo e rischioso per la propria carriera. Lei ne ha parlato apertamente, ha denunciato su Instagram come «madri, padri e bambini a Gaza stiano morendo di fame, disidratati e privati ​​dell'accesso alle cure mediche di base» durante i continui bombardamenti di Israele. Al Daisy Chain Fields ha anche indossato un abito del brand palestinese Nöl Collective.

Il Daisy Chain Fields Festival

Olivia Rodrigo prende sul serio l'attivismo e questo è testimoniato anche dalla sua scelta di inserirsi in un filone ben preciso, guardando al passato e alle donne che hanno saputo trasformare la propria arte in una forma di denuncia. Questo è stato evidente durante il Daisy Chain Fields Festival, chiaramente ispirato ai movimenti di protesta dei decenni passati, in particolare all'attivismo degli ambienti punk rock femministi come il movimento Riot Grrrl e il leggendario festival itinerante per sole donne Lilith Fair, organizzato da Sarah McLachlain che è salita con lei sul palco. Rodrigo legge libri femministi, si informa, studia e si ispira a chi è venuto prima costruendo un'estetica che racchiude significati e lotte: dai partner no-profit presenti al festival, alle spille che decoravano i palchi, fino alla fanzine disponibile con una donazione e a una mostra curata sui movimenti di protesta musicale globali. Il risultato è un attivismo Gen Z che non rinnega ma fa proprie le forme di protesta creativa degli anni '60 e '90 rendendole estremamente contemporanee.

Al festival si sono esibite gratuitamente tantissime artiste che condividono con Rodrigo lo stesso impegno politico. Oltre a Chappell Roan e Doechii, sono salite sul palco le iconiche Bikini Kill, uno dei gruppi più rappresentativi del movimento Riot grrrl, Stevie Nicks e Alanis Morissette mentre Rodrigo ha cantato "Serena Joy", nuovo brano che si ispira a Il racconto dell'ancella di Magraret Atwood. Non sono mancati anche omaggi e collaborazioni con importanti artiste come Yoko Ono, di cui è stato ricreato il famoso Albero dei Desideri chiedendo ai partecipanti di annotare le proprie speranze per il futuro su piccoli cartoncini bianchi da appendere ai rami, Jenny Holzer, con una sua opera affissa che esorta il pubblico a trovare frammenti di gioia nella lotta per la sopravvivenza, l'artista Cheyenne Jordan Craig e le Guerrilla Girls, il noto collettivo anonimo di artiste femministe che nel 1985 ha denunciato il sessismo, il razzismo e la corruzione nel mondo dell'arte.

Rodrigo ha detto di aver ideato e realizzato tutto questo come segnale in un momento in cui è evidente una «regressione dei diritti delle donne» ed è importante mantenere viva l'attenzione su certi temi. Per farlo ha seguito un approccio femminista: ha creato legami, sinergie, ha condiviso il palco e dato spazio ad altre donne. «È proprio per questo che mi sono innamorata del nome 'Daisy Chain'», ha detto venerdì, «Mi ricorda come le singole parti possano unirsi per creare qualcosa di forte e indistruttibile».