L'uomo che sussurrava al cavallo stavolta ha la voce rotta. Giampaolo Minnucci, storico driver di Varenne, l'altra metà di una coppia simbiotica capace di conquistare il mondo a forza di primati e volate, al telefono con l'Ansa è commosso nel confermare quello che sta cominciando a circolare sui social, la morte del "capitano", come tutti nell'ambiente dell'ippica chiamavano il trottatore per il suo carisma. "Si, è vero - spiega Minnucci - c'era una simbiosi tra noi ma il fenomeno era lui, un cavallo di levatura superiore, un agonista. Quando lo guidavo mi sembrava di volare".
Ed effettivamente, al di là delle vittorie, il rapporto tra Varenne ed il suo guidatore ha avuto dall'inizio qualcosa di speciale. "Ho sempre detto - ha raccontato più volte in passato Minnucci - che forse è stato Varenne a scegliere me, ci siamo subito presi. Riconosceva che ero io a guidarlo? Penso proprio di sì". Minnucci si è divertito più volte a snocciolare con orgoglio primati e successi: "Stiamo parlando di un cavallo che ha vinto tutto quello che c'era da vincere al mondo: due Amérique, due Elitloppet, ha fatto il record del mondo a Mikkeli, in America, tre Lotterie...". Anche se porta ancora un segno sulla mano, il driver: "Me lo ha fatto lui - spiegò in televisione - stavamo giocando e io gli ho appoggiato la mano sulla bocca, lui aveva un dente scheggiato ed eccomi qui, altri hanno i tatuaggi, io ho il segno di Varenne".
"Lo andavo a trovare non spesso - raccontava quasi a scusarsi - perché quando venivo via mi prendeva il magone: mi passava la vita davanti e pensavo a tutte le volte che tagliavamo il traguardo, lui per primo e io per secondo. Perché, sia chiaro, era sempre lui in testa, io dico che sono stato abbonato al secondo posto. Però, che meraviglia avere visto un campione del genere: quegli occhi, quel pensiero…". Sarà la suggestione, ma la voce sembra tornata dolce: come quando sussurrava al cavallo.
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