Il vino italiano vale 40 miliardi, il 2% del Pil: ricambio generazionale e IA le leve di sviluppo

Voghera (Pavia) – Un mercato da oltre 40 miliardi di euro, pari al 2,1% del Pil, con ampi margini di crescita legati soprattutto al ricambio generazionale e all’intelligenza artificiale, ma ancora alle prese con alcuni problemi strutturali come ad esempio l’alto tasso di invenduto.

Questa la fotografia scattata dal rapporto strategico ‘Visione Vino 2026 – Radici profonde, sguardo lontano’, presentato oggi – venerdì 16 ottobre – al Teatro Valentino Garavani di Voghera, nel cuore dell’Oltrepò Pavese, nel corso del forum conclusivo della prima edizione del Community Visione Vino di TEHA Group,(The European House – Ambrosetti).

La filiera del vino in Italia

Per la prima volta, la Community Visione Vino ha ricostruito il perimetro della filiera vitivinicola estesa, considerando non soltanto agricoltura e trasformazione, ma anche i servizi di supporto alle imprese, l’intermediazione, la distribuzione e la ristorazione. Nel 2025 il settore vitivinicolo in senso stretto genera 16,5 miliardi di euro di fatturato, cui si aggiungono 20,3 miliardi prodotti dalle attività collegate, portando il giro d’affari della filiera estesa a 36,8 miliardi di euro. Il valore aggiunto generato direttamente raggiunge 15,1 miliardi, ma considerando anche gli effetti indiretti e indotti sulle filiere a monte e a valle il contributo complessivamente sostenuto sale a 40,7 miliardi di euro, pari al 2,1% del Pil italiano. Oltre il 10% del valore aggiunto sostenuto dalla filiera agroalimentare estesa italiana è riconducibile al vino. Il comparto può contare su 241mila aziende agricole, oltre 1.500 imprese industriali e 681mila ettari vitati, distribuiti in tutte le regioni italiane.

La Community Visione Vino organizzata al teatro di Voghera

La Community Visione Vino organizzata al teatro di Voghera

La produzione

Nel 2025  la produzione ha raggiunto 44 milioni di ettolitri, mentre le esportazioni valgono 7,8 miliardi di euro, pari al 47% del fatturato del settore. Allo stesso tempo, però, allo scorso giugno le giacenze nelle cantine italiane raggiungevano 46,5 milioni di ettolitri, equivalenti a circa 6,2 miliardi di bottiglie, con un aumento del 6,7% rispetto al 2025. Oltre l’80% delle scorte è costituito da vini certificati Dop e Igp. Nello stesso periodo, il prezzo medio del vino italiano è diminuito del 10% su base annua, mentre le quotazioni dei vini Dop sono scese del 7%, a 1,57 euro al litro. “Si tratta di un disallineamento tra volumi disponibili e capacità di assorbimento della domanda che rischia di trasferire la pressione economica lungo tutta la filiera fino alla componente agricola", commenta Benedetta Brioschi, partner e responsabile Food&Retail di TEHA Group. “Per questo l’internazionalizzazione assume un ruolo centrale: non soltanto per aumentare i volumi venduti, ma per accrescere il valore generato dal vino italiano”, aggiunge.

Bottiglie di vino in cantina

Bottiglie di vino in cantina

Piccolo non è bello

A condizionare la competitività del vino italiano è anche la forte frammentazione del tessuto produttivo. Il 94,9% delle imprese vitivinicole italiane è di piccole dimensioni e genera il 48,8% del fatturato del settore; le medie imprese rappresentano appena il 4,8% ma producono il 43,9% del giro d’affari, mentre le grandi aziende sono soltanto lo 0,3% del totale. I lavori della Community Visione Vino di TEHA hanno individuato proprio nel consolidamento dimensionale delle imprese e nel passaggio generazionale due leve strettamente collegate: favorire reti e alleanze, accompagnare le successioni aziendali e rafforzare competenze manageriali, finanziarie e commerciali può consentire alle imprese di sostenere maggiori investimenti e affrontare con maggiore forza i mercati internazionali, preservando al tempo stesso quel radicamento territoriale che costituisce uno dei principali elementi distintivi del vino italiano.

Vendemmia delle uve

Vendemmia delle uve

Il nodo intelligenza artificiale

Inoltre, i produttori vitivinicoli italiani rischiano di arrivare in ritardo alla sfida dell’Intelligenza Artificiale: solo 3 cantine su 10 la utilizzano o la stanno sperimentando e quasi una su due, il 49%, non ne fa ancora uso. I consumatori, invece, sembrano già più avanti: il 40% di chi utilizza strumenti digitali legati al vino ricorre già all’IA o si dichiara molto propenso a usarla per pianificare, organizzare e prenotare esperienze enoturistiche. Tra le aziende vitivinicole che hanno già adottato soluzioni di intelligenza artificiale, l’utilizzo è oggi concentrato soprattutto nel marketing e nella comunicazione (50,7%) e il 35,6% nell’analisi dei dati di vendita. Seguono la promozione enoturistica (16,4%), la previsione della domanda, con il 13,7%, e la gestione dell’export, all’11%. Solo l’8,2% la utilizza nell’agricoltura di precisione e appena il 4,1% nel monitoraggio climatico. Dall’altra parte, i consumatori mostrano una propensione già elevata all’utilizzo delle nuove tecnologie: quasi la metà, il 48,6%, utilizza almeno occasionalmente strumenti digitali legati al vino, soprattutto per cercare informazioni e recensioni (53,1%), per scoprire nuovi vini e produttori (43,2%), e per acquistare online (28,7%).

Largo ai giovani

Buone notizie arrivano invece sul fronte del ricambio alla guida della cantine, con le nuove generazioni che non solo garantiscono continuità alle imprese del vino ma costituirono una vera e propria leva di crescita. Le aziende vitivinicole familiari che hanno già completato il ricambio generazionale registrano infatti ricavi superiori dell’8,8% e investimenti oltre il 18%. Due terzi del patrimonio del comparto vinicolo (il 65%) è in mano alle famiglie (e la quota sale all’81,5% includendo le cooperative) ma rispetto al settore agricolo gli imprenditori del vino sono sempre più giovani: l’età media è di 45 anni, 15 in meno rispetto ai 60 anni delle imprese agricole italiane. “Il ricambio generazionale – sottolinea sempre  Brioschi - può diventare una grande occasione per rafforzare le imprese del vino, ma deve accompagnarsi a un salto di scala dell’intera filiera. Un sistema composto quasi interamente da piccole imprese rischia di avere meno risorse per investire, innovare e presidiare con continuità i mercati internazionali. Per vincere all’estero occorre fare sistema, aumentando contemporaneamente dimensione competitiva e riconoscibilità del vino italiano”.