Oggi sappiamo che vedere significa raccogliere luce. I raggi provenienti da una sorgente colpiscono gli oggetti, vengono riflessi verso gli occhi e attraversano cornea e cristallino, che li mettono a fuoco sulla retina. Qui i fotorecettori trasformano l’informazione luminosa in segnali elettrici destinati al cervello.
Per arrivare a questa spiegazione, però, l’umanità ha attraversato secoli di ipotesi singolari. Una delle più affascinanti sosteneva che la vista funzionasse al contrario: non sarebbe stata la luce a entrare negli occhi, ma una sostanza invisibile a uscire dalle pupille e a raggiungere ciò che stavamo osservando.
La teoria dell’extramissione
L’idea, oggi chiamata teoria dell’extramissione, fu sostenuta in forme diverse da pensatori come Empedocle, Platone, Euclide, Tolomeo e Galeno. Empedocle immaginava nell’occhio una sorta di fuoco elementare, protetto da membrane sottili come la fiamma di una lanterna. Secondo Platone, invece, questa luce interna si combinava con quella presente nell’ambiente, creando un collegamento tra l’osservatore e l’oggetto. Euclide trasformò i presunti raggi visivi in linee geometriche, usandoli per studiare prospettiva, dimensioni apparenti e riflessione.
Per quanto bizzarra, la teoria sembrava spiegare diversi fenomeni quotidiani. Gli oggetti lontani apparivano meno nitidi perché i raggi dell’occhio li raggiungevano con minore efficacia; osservare qualcosa che ruotava poteva provocare vertigini perché quelle invisibili appendici si sarebbero aggrovigliate. Chiudere le palpebre interrompeva il contatto con il mondo, mentre i lampi percepiti premendo sugli occhi sembravano dimostrare l’esistenza di una luce interna. Persino il bagliore degli occhi dei gatti al buio veniva considerato un possibile indizio.
I limiti della teoria antica
Se gli occhi producevano luce, perché non riuscivamo a vedere in una stanza completamente buia? Perché fissare il Sole provocava dolore? E come potevano raggiungere istantaneamente la Luna, i pianeti e le stelle? Circolò allora anche un’altra ipotesi: ogni oggetto avrebbe liberato minuscole copie di sé, chiamate eidola o simulacri, trasportate attraverso l’aria fino all’osservatore (i nostri occhi funzionano come un sistema di videosorveglianza).
La svolta con Ibn al-Haytham
La svolta arrivò attorno all’anno Mille con Ibn al-Haytham, conosciuto in Europa come Alhazen. Nel suo Libro dell’ottica studiò fasci luminosi in stanze oscurate, usando lanterne e piccoli fori per dimostrare che la luce viaggia in linea retta e forma immagini anche senza un occhio presente. La camera oscura mostrava che era il mondo a inviare luce verso di noi, non lo sguardo a protendersi sugli oggetti come una mano invisibile. Secoli dopo, Keplero chiarì che l’immagine si forma capovolta sulla retina, consegnando alla scienza una visione finalmente vicina a quella moderna e destinata a cambiare per sempre.
Qual è il colore degli occhi più comune del mondo e perché?
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