Ink, il film sui giornali e i giornalisti che non ti aspetti. La recensione del film

Danny Boyle ha aperto il Festival di Venezia 2026 con un film adrenalinico e infarcito di splendide facce da cinema, in grado di sintetezzando la triste parabola dei quotidiani e dell'informazione nella vicenda della nascita del The Sun, il famigerato tabloid inglese. La recensione di Ink di Federico Gironi.

Giornali e giornalisti (parlandone da vivi) sono stati sempre soggetti molto amati dal cinema, specialmente quello americano. Se la Hollywood degli anni d’oro, quella del cinema classico, romanticizzava la professione tra sigarette, drink, impegni e relazioni e sfornava film come Accadde una notte o La signora del venerdì, la New Hollywood ha iniziato a glorificare il meritorio lavoro di chi, dalle colonne di un giornale, vegliava sulla democrazia e lottava per la verità. Tutti gli uomini del presidente è il capostipite di un filone che arriva fino ai giorni nostri, a film come Insider, Il caso Spotlight, Frost/Nixon, Good Night, and Good Luck; ma anche il sottovalutato State of Play, per non parlare di quella serie fondamentale che è The Newsroom: tutti titoli in cui, alla romanticizzazione di cui sopra, si aggrappano e si intrecciano l’impegno civile, l’etica professionale, il senso di responsabilità e di giustizia.
Quello che colpisce, in Ink, è che in qualche modo Danny Boyle è partito da qualcosa di molto simile, per poi ribaltare completamente, e in maniera assai significativa, questo assunto.

Se uno non sapesse già in partenza, come è inevitabile che sia, chi sono i personaggi coinvolti e dove tutto andrà a parare, all’inizio del suo film Boyle mette sul piatto tutto quel che è necessario affinché lo spettatore, anche quello più smaliziato, possa essere indotto a provare, se non simpatia, una certa dose di trepidante partecipazione all’avventura della nascita del The Sun. Come non farlo di fronte a una banda di paria, disadattati e perdenti che, grazie ai soldi di uno schifato in quanto proveniente dalle colonie, dalla colonia dei pecorari, sembrano voler mettere su un giornale per avere la loro rivincita sul classismo, lo snobismo e l’arroganza delle classi da sempre dominanti, che li hanno derisi e umiliati e emarginati? Come non stare dalla parte di chi vorrebbe fare qualcosa per le masse, invece di indottrinarle con paternalismo?

Boyle, come tutti gli inglesi, sa benissimo che si parla sempre di classi sociali, ed ecco che allora Ink parte sfruttando al meglio questo assunto, strizzando l’occhio ai nostalgici della carta stampata a colpi di macchine da scrivere e rotative (sindacati compresi), e tu ti ritrovi a stare dalla parte del Rupert Murdoch di Guy Pearce ma soprattutto del Larry Lamb di Jack O’Connell, perché gli arroganti parrucconi di Fleet Street, versioni grottesche di una certa upper class britannica che Boyle pare quasi modellare su certe cose del The Wall di Alan Parker, non solo sono francamente insostenibili e indifendibili. E su certe volgarità del Sun si può chiudere un occhio, trascinati dallo stile adrenalinico, anzi decisamente anfetaminico, imposto da Boyle alle immagini e al ritmo del film.

Il piano di Ink, quello del Sun, è però chiaramente inclinato, e quella che parte come un’avventura sgangherata e sovversiva, finisce per scivolare in un territorio più oscuro, mostrando come il sogno di rivalsa di Lamb (in fin dei conti in Ink Murdoch è solo un cinico uomo d’affari, niente di più e niente di meno) si sia lentamente trasformato in qualcosa che assomiglia all’incubo della disinformazione globale nella quale siamo immersi. Ink identifica due momenti chiave, due rotture dell’argine che arrivano una dopo l’altra e dopo le quali non ci sarà più possibilità di fermare l’inondazione che ha portato alle fake news di oggi, alla nascita degli Andrew Tate, alla spazzatura spacciata per informazione da social e canali televisivi. A tutto quello che Boyle mostra nel montaggio che chiude il suo film. Questi momenti sono la linea del Sun di Lamb di fronte al rapimento e alla morte di Muriel McKay, la moglie di Alick McKay, braccio destro di Murdoch nel Regno Unito, e il successivo primo (di infiniti altri...) scatto in topless di una Page 3 model, nel caso specifico la Stephanie Khan fotografata da Beverley Goodway.

Anche quando racconta la parabola fuori controllo di Lamb e del suo Sun, Ink rimane un film energico e coinvolgente, ma il merito non è solo delle scelte visive di Boyle, dei grandangoli, del montaggio serrato, della tensione al grottesco e al visionario. C’è una base e una scrittura solida, ma c’è anche una capacità sempre più rara di questi tempi: quella che ha Boyle di scegliere attori che hanno ancora una faccia, che siano incisivi tanto sul piano della recitazione quanto su quello dell’immagine. Peccato solo per Claire Foy, sempre brava ma qui un po’ sacrificata e marginale nel ruolo di una donna che è un po’ una sintesi di tante delle figure femminili che hanno fatto nascere il Sun, il tabloid che ha cambiato, in peggio, il mondo dell’informazione e del giornalismo, simbolo tutt’ora esistente di una rivoluzione che doveva essere dal basso ma che è andata fuori controllo, con l’effetto di abbassare tutto e tutti, invece di portare più in alto chi partiva dai gradini inferiori della scala sociale.