Jessica Lange, 'Guardare davvero. Le mie foto, un diario visivo del mondo' - Arte - Ansa.it

(di Luciano Fioramonti) "La fotografia, in un certo senso, era l'antidoto perfetto al lavoro nel cinema o a teatro dove tutto è frutto di una collaborazione e dipende da moltissime persone diverse. Mi offriva la possibilità di fare qualcosa di privato, da sola. Non dipendevo da una sceneggiatura, da altri attori, da registi, operatori o da un pubblico seduto in teatro.
Una forma di libertà, sì". Jessica Lange spiega così all'ANSA la passione parallela per gli scatti nata una trentina di anni fa dopo aver ricevuto in regalo una Leica e che oggi viene raccontata dalle 230 stampe in mostra fino al 7 febbraio nelle Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino.
Still Image, a cura di Anne Morin e prodotta da Ares, non è una raccolta cronologica di immagini, ma un incontro ravvicinato con la grande attrice americana protagonista di King Kong, Il postino suona sempre due volte e Frances, attraverso sezioni tematiche che documentano il suo modo molto personale e intimo di guardare il mondo. Messico, Chiapas, New York durante il Covid, la mitica Higway 61 che attraversa gli Stati Uniti, l'America degli ultimi e delle periferie, l'emozione riassunta da gesti, scatti di viaggi negli stati americani e all'estero, paesaggi desolati che evocano condizioni interiori, il circo con le sue figure strambe e felliniane, fotoincisioni fatte sull set di 'Freak Show' della serie American Horror Story: sono i tasselli del mosaico costruito dall'artista "portando la macchina mentre viaggiavo come un diario visivo, mai con l'intenzione di pubblicare libri o esporre i miei lavori".
Citazioni di Bob Dylan, Edgar Allan Poe, John Steinbeck e altri autori, oltre alla riflessione del suo ex compagno Sam Shepard sul senso del passato, offrono chiavi di lettura delle singole sezioni, mentre le didascalie assenti o ridotte al minimo o senza indicazioni di luogo e data, pur con il rischio di disorientare l'osservatore, rispondono alla scelta di sganciare le immagini dai riferimenti geografici e temporali per concentrare l'attenzione sulla sfera emotiva. "Piccoli momenti che sono sempre intorno a noi, non c'è bisogno di andare molto lontano per trovare la bellezza", li definisce Anne Morin.
Rievocando il lockdown Jessica Lange spiega in catalogo: "Quasi ogni giorno uscivo, ho camminato in luoghi della città che non avevo mai visto prima prendendomi il tempo di guardare davvero". L'evocazione della tradizione fotografica americana del periodo d'oro dagli anni Trenta ai Sessanta affiora spesso dagli scenari segnati da un marcato bianco e nero ma Jessica Lange precisa di non essere stata consapevole di quel particolare periodo in relazione al suo lavoro. "Essendo un'attrice e lavorando nel cinema da, lo ammetto a malincuore, cinquant'anni, sono sempre molto attenta alla luce e alla composizione - spiega -. Ho lavorato con grandi direttori della fotografia e so quanto la luce possa influire sulla risonanza emotiva di una scena. Per questo alcune luci mi attirano sempre.
Ma devo dire che questa è probabilmente la maggiore influenza che ho ricevuto dal cinema. Naturalmente, anche altri fotografi hanno avuto un'influenza enorme su di me: Joseph Koudelka, Cartier-Bresson, Manuel Bravo. È difficile, però, individuare con precisione ciò che influenza la nostra visione del mondo.
Credo che sia qualcosa di molto più personale, soprattutto a livello emotivo".
Lontana dalla mitologia trionfante del sogno americano, osserva la curatrice nel capitolo 'Presenze del passato', Jessica Lange costruisce il ritratto di una nazione svuotata dall'interno, perseguitata dagli spettri della propria storia.
"Sono sempre profondamente colpita quando vedo qualcosa che un tempo era pieno di energia, di vita - sottolinea l'attrice -: la strada di un piccolo paese, edifici o case abbandonate e crollate, mulini che non vengono più utilizzati, che non sono più in funzione né vitali per la società. Credo che queste cose mi tocchino più di ogni altra. Si percepisce un'intera vita che è stata vissuta in quei luoghi e che ora non esiste più, ciò che rimane di quello che un tempo era lì".
È giusto lasciarsi coinvolgere dalle circostanze in cui nasce una foto? "Nel momento in cui senti l'impulso di prendere la macchina fotografica e premere l'otturatore, per me è sempre e soprattutto una reazione emotiva a ciò che ho davanti: l'inclinazione della luce, l'oscurità, un'ombra, un gesto, l'interazione tra le persone o il vuoto, per esempio, è questo a spingermi a scattare. Non penso prima alla composizione, né mi chiedo se tutto sia perfettamente organizzato nell'immagine. Se per caso la composizione funziona, naturalmente, è meraviglioso, ma non è ciò che cerco in modo particolare".
Oggi si sente più fotografa o attrice? "Sono un'attrice innamorata della fotografia. Non mi sono mai considerata davvero una fotografa. Fotografo perché amo farlo. Non ho mai avuto l'intenzione di farne qualcosa di commerciale o di diventare conosciuta per questo. La fotografia per me è la reazione emotiva di un momento, è questo che mi spinge a prendere la macchina fotografica e a scattare".
Durante la presentazione della mostra al pubblico l'attrice non si è sottratta a una domanda sull'America di oggi: "Ci rimane qualche speranza in queste elezioni di midterm, ma dobbiamo avere la forza di cercare di ristabilire le cose in modo più equo, vedremo che cosa accade. Stiamo attraversando temi difficili, forse in questo momento siamo al punto più basso che mai".

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