Jon Jones, ritratto di una forza senza indirizzo

Vai a:

  • La storia di Jon Jones: un campione differito
  • Alexander Gustafsson, l'unica vera minaccia
  • Il corpo arriva sempre prima del verdetto
  • Jones vs Corier è sempre andato oltre il ring
  • Una vita di violenze dentro e fuori dalla gabbia
  • Dove si ferma il danno?

C'è un modo di guardare Jon Jones che nessuno sceglie mai, perché richiede di rinunciare alla domanda più facile – quella su chi sia, sul genio contaminato dai demoni, sull'uomo migliore del mondo nel fare una cosa e uno dei peggiori nel fare tutto il resto – a favore di una domanda molto più noiosa e, sospetto, molto più produttiva: quando è successo? O meglio: quando non è successo? Perché la carriera di Jones, se la si guarda non come una sequenza di incontri, ma come una sequenza di assenze programmate, smette quasi subito di essere la storia di un uomo e diventa la storia di un calendario che si rifiuta sistematicamente di collaborare con sé stesso.

La storia di Jon Jones: un campione differito

Provate a fare l'esercizio. Elencate non i combattimenti che Jones ha vinto, ma quelli che sarebbero dovuti succedere e non sono successi: la rivincita mai avvenuta con l'uomo che una volta lo ha battuto per squalifica tecnica in una gara che Jones stava dominando; il regno dei massimi leggeri conquistato e poi lasciato vacante prima ancora di essere davvero difeso; i mesi – gli anni, in certi tratti – passati fuori dall'ottagono non per infortunio ma per un test, un'indagine, una sospensione, un procedimento che si muove alla velocità con cui si muovono le cose che non vogliono davvero arrivare da nessuna parte. A un certo punto smette di essere interessante chiedersi cosa Jones abbia fatto di sbagliato fuori dalla gabbia, ed è molto più interessante chiedersi cosa sia, strutturalmente, uno sportivo la cui identità pubblica si costruisce prevalentemente attorno a eventi controfattuali. Jones non è tanto un campione quanto un campione differito: uno il cui primato viene costantemente annunciato, certificato tecnicamente, sospeso amministrativamente, e poi in qualche modo – sempre, in qualche modo – riconfermato, come se il tempo stesso avesse deciso di trattarlo con la logica di un contratto rinnovato all'infinito ma mai davvero eseguito.

Qui c'è qualcosa che assomiglia, se vogliamo, a quel tipo di noia particolare che si prova davanti alla dominanza totale, la stessa noia semiestatica che si prova a guardare un atleta così sproporzionatamente superiore ai suoi avversari da rendere l'esito quasi irrilevante rispetto all'esecuzione. Solo che con Jones la noia non è mai pulita. Non è la noia trasparente e quasi religiosa di guardare qualcuno semplicemente troppo bravo. È una noia ansiosa, perché sai – perché il pubblico sa, sempre, in ogni singolo minuto in cui Jones è sull'ottagono – che l'incontro che stai guardando potrebbe scomparire retroattivamente. Che la vittoria che stai per vedere potrebbe, mesi dopo, essere ridotta a una nota amministrativa, a un risultato alterato, a una frase burocratica che qualcuno pubblicherà su un sito ufficiale mentre tu stavi semplicemente cercando di goderti uno sport.

Alexander Gustafsson, l'unica vera minaccia

Ed è utile, a questo punto, avere un controesempio: un caso in cui la dominanza non è stata immediata, in cui qualcuno ha effettivamente provato a mettere in dubbio la premessa, perché altrimenti il discorso sulla noia rischia di suonare come una tesi comoda applicata retroattivamente a una carriera che in realtà ha conosciuto anche momenti di autentica incertezza sportiva (quella buona, quella che non ha niente a che fare con i test). Alexander Gustafsson è, in questo senso, l'eccezione che va citata per intero: uno svedese alto quasi quanto Jones, con una portata di braccia che gli permetteva, unico tra gli avversari della sua epoca, di combattere alla stessa distanza. Di non subire, cioè, quello svantaggio geometrico che rendeva la maggior parte degli sfidanti di Jones incapaci anche solo di toccarlo prima di essere toccati. Il primo incontro, a UFC 165 nel settembre del 2013, a Toronto, è tuttora considerato da molti la miglior prova mai fornita da un avversario di Jones: cinque riprese piene, un pugno che gli rompe il setto nasale, una scheda di punteggio talmente stretta (46-49, 47-48, 47-48) che una parte consistente del pubblico, allo spegnersi delle luci, era convinta che Gustafsson avesse vinto. Jones lo ammise, più tardi: quella sera aveva sottovalutato l'avversario, e per una volta il divario che il suo corpo garantiva contro chiunque altro si era ridotto a una manciata di scambi decisi dai giudici a bordo ottagono.

Cinque anni dopo, a UFC 232 – la stessa serata, quella di dicembre 2018, in cui un test rileva nel sangue di Jones un picogramma (un picogramma: un milionesimo di milionesimo di grammo, una quantità che il responsabile della salute atletica della UFC avrebbe poi provato a spiegare in diretta paragonandola a un singolo granello di sale diviso in cinquanta milioni di parti) della stessa sostanza per cui era già stato sanzionato l'anno prima, costringendo la commissione del Nevada a rifiutare la licenza in tempo utile e l'intera manifestazione – non solo l'incontro, l'intero evento, con altri venti atleti in cartellone, tutta la logistica, tutto l'apparato televisivo – a traslocare con sei giorni di preavviso da Las Vegas a Inglewood, in California, dove la commissione locale si dichiara disposta a valutare la pratica più in fretta – quella stessa sera, dicevamo, Jones e Gustafsson si ritrovano di nuovo di fronte, e questa volta non c'è niente da discutere: Jones lo controlla a distanza per due riprese, lo logora con calci alle gambe e al corpo, e lo ferma al terzo round con una sventagliata di colpi che l'arbitro interrompe senza esitazione. Lo stesso avversario, l'unico che fosse mai riuscito a portarlo davvero al limite, cinque anni dopo non riesce nemmeno a rendere l'incontro competitivo. Il modo più onesto di intendere la dominanza di Jones è, con ogni probabilità, questo: non l'assenza di sfidanti capaci – Gustafsson era, ed è tuttora, uno dei fighter più tignosi e affidabili mai passati per quella categoria di peso – ma la capacità di trattare anche l'unica vera minaccia della propria carriera come un problema che, con qualche anno di pazienza, si risolve da solo. La cosa più istruttiva della serata, comunque, resta la reazione della UFC al caos del picogrammo: Dana White, invece di gestire la faccenda con un comunicato asettico diffuso di venerdì sera, va in diretta a SportsCenter a spiegarla personalmente. Non nasconde il caos. Lo racconta, perché a quel punto la UFC ha capito qualcosa che il resto dello sport professionistico ha sempre avuto interesse a fingere di non sapere: che l'incertezza non è un costo da limitare ma un prodotto da distribuire, che una città che cambia in sei giorni per un picogrammo è semplicemente più notiziabile di qualunque main event pulito si sarebbe potuto vendere altrimenti.

Il corpo arriva sempre prima del verdetto

E allora forse il vero oggetto interessante non è Jones ma l'apparato che lo circonda – le agenzie antidoping, le commissioni atletiche, gli avvocati, i comunicati stampa scritti nel linguaggio prudente e vagamente colpevolizzante del diritto amministrativo – un intero sistema il cui unico scopo sembra essere quello di misurare, in tempo differito, un corpo che nel frattempo ha già continuato a fare, in tempo reale, cose che nessun corpo dovrebbe sapere fare. C'è qualcosa di quasi comico, in senso stretto, kafkiano ma con gli sponsor, nell'idea che l'atto fisico — il corpo che si muove, che soggioga un altro corpo secondo regole antichissime – sia costantemente inseguito, e mai raggiunto, da un secondo processo, quello documentale, quello che stabilisce se l'atto fosse legittimo. Il corpo arriva sempre prima. Il verdetto arriva sempre dopo. E in mezzo, in quello spazio temporale che si dilata ogni volta un po' di più, il pubblico è chiamato a decidere cosa stia effettivamente guardando: uno sport, o l'anteprima di un procedimento.

Jones vs Corier è sempre andato oltre il ring

Per vedere fino a che punto questo apparato non sia semplicemente qualcosa che la UFC subisce, ma qualcosa che la UFC ha imparato – con una disinvoltura che a un certo punto smette di essere accidentale e comincia a sembrare quasi una competenza acquisita, una specie di seconda linea di business parallela a quella sportiva vera e propria – a maneggiare, sfruttare, persino a programmare, conviene fermarsi sulla storia con Daniel Cormier, perché è l'unico caso in cui il tempo differito smette di essere una metafora elegante e diventa, letteralmente, un fatto amministrativo verbalizzato su un referto.

Cormier e Jones si odiavano, ed è un dettaglio che va preso sul serio prima di tutto perché è raro: la maggior parte delle rivalità nello sport da combattimento è teatro concordato, coreografia promozionale che entrambe le parti sanno essere coreografia – ma quella tra Jones e Cormier aveva la consistenza sbagliata per essere finta, la consistenza di due uomini che davvero non riuscivano a stare nella stessa stanza. Nell'agosto del 2014, a una conferenza stampa che avrebbe dovuto essere la solita routine di sguardi truci e frasi a effetto, i due sono finiti a rotolarsi sul pavimento della lobby di un hotel di Las Vegas, separati a fatica dal personale di sicurezza, e più tardi lo stesso giorno, intervistati in collegamento split-screen per SportsCenter – quindi non più davanti al pubblico dal vivo ma davanti a una telecamera, in condizioni in cui l'aggressività avrebbe dovuto, in teoria, raffreddarsi – Cormier ha detto che avrebbe voluto essere lì per sputargli in faccia, e Jones, senza esitazione, gli ha risposto che sapeva benissimo che l'avrebbe ammazzato se l'avesse fatto. Non era marketing. O meglio: non lo era ancora, in quel momento; sarebbe diventato marketing quasi subito, ma all'origine era soltanto due uomini che si detestavano davvero, ed è proprio questo surplus di autenticità – questo eccesso rispetto a ciò che lo spettacolo richiedeva – che la UFC avrebbe imparato a mungere per quattro anni buoni.

Il primo incontro, a UFC 182, nel gennaio 2015, Jones lo vince ai punti, in modo netto, senza ambiguità di sorta – ed è forse per questo che oggi quasi nessuno se lo ricorda con la stessa intensità con cui ricorda quello che è venuto dopo: una vittoria pulita, si diceva più sopra, si esaurisce nel momento stesso in cui accade. Il secondo, a UFC 214, nel luglio del 2017, Jones lo chiude con un calcio in testa seguito da una raffica di colpi al terzo round, uno dei knockout più definitivi della sua carriera, l'arbitro che interviene, il braccio alzato, la cintura al collo – e poi, settimane dopo, la notizia che il test post-fight ha rilevato tracce di uno steroide anabolizzante, e il risultato che viene formalmente cambiato da vittoria a no contest: non sconfitta, si badi, non annullamento a favore di Cormier, ma proprio quella categoria ibrida e vagamente imbarazzata che il diritto sportivo riserva ai casi in cui nessuno sa bene cosa dire – un incontro che è successo, che migliaia di persone hanno visto succedere dal vivo e milioni hanno visto succedere in diretta televisiva, il cui esito fisico rimane esattamente lo stesso (Cormier è ancora, in ogni video disponibile su internet, un uomo che perde i sensi sul tappeto) ma il cui esito amministrativo smette di esistere, viene cancellato da un pezzo di carta che arriva settimane dopo il fatto a dire che il fatto, ufficialmente, non conta. È la letteralizzazione più pura che si possa chiedere del principio con cui abbiamo aperto questo discorso: il corpo arriva sempre prima, il verdetto arriva sempre dopo, solo che qui il verdetto non si limita a inseguire il corpo. Lo contraddice, cancella con un timbro quello che chiunque fosse presente in quella arena potrebbe giurare di aver visto con i propri occhi.

Un terzo incontro, in realtà, non è mai successo, nonostante anni di voci, di provocazioni reciproche sui social, di entrambi che a turno dichiaravano di non averne bisogno mentre chiaramente ne parlavano fin troppo per non averne bisogno. È il dettaglio più rivelatore di tutta la vicenda: la rivalità è rimasta più viva, più citata, più centrale nell'immaginario dei due uomini proprio nella sua versione mai realizzata che in quella dei due incontri effettivamente avvenuti. Anche qui, in fondo, un differimento. Solo che stavolta non è un tribunale sportivo a differirlo. Sono loro due, che sembrano preferire tenerselo come possibilità aperta piuttosto che rischiare di chiuderlo con un risultato.

Ma il pezzo più scomodo di tutto questo – quello che di solito si preferisce lasciare fuori – riguarda noi, non lui. Riguarda il motivo per cui, invece di desiderare chiarezza, il pubblico sportivo sembra preferire proprio questa ambiguità sospesa. Non è vero, credo, che amiamo Jones nonostante tutto questo. È più esatto dire che l'ambiguità è diventata parte del prodotto, forse la parte più consumabile del prodotto: la certezza – un campione pulito che vince in modo pulito – è narrativamente povera, si esaurisce nel momento in cui accade. L'incertezza no. L'incertezza si rigenera da sola, si racconta la sera, genera thread, genera opinioni, genera esattamente il tipo di conversazione ricorsiva e infinita in cui ci si può muovere avanti e indietro senza mai davvero dover concludere niente.

Una vita di violenze dentro e fuori dalla gabbia

Prima di andare oltre, però, vale la pena fermarsi su un momento specifico, perché tutta l'astrazione di cui sopra rischia di diventare un esercizio da poltrona se non la si fa scontrare, almeno una volta, con la cosa vera e propria – con un corpo, in un istante preciso, che fa a un altro corpo qualcosa di irreversibile. UFC 140, dicembre 2011. Jones contro Lyoto Machida, uno degli avversari più tecnicamente rispettati che Jones avesse mai affrontato, uno che colpisce e si ritira con la precisione di chi ha passato la vita a studiare le distanze. A un certo punto della prima ripresa Jones finge un calcio, lancia invece un destro dall'alto, Machida vacilla, e nello spazio di un secondo e mezzo – quello che nel montaggio sembra un taglio netto ma che dal vivo è semplicemente un uomo che smette di controllare le proprie gambe – Jones lo ha già agganciato al collo in una ghigliottina in piedi, contro la gabbia, con tutto il vantaggio di leva che la sua apertura di braccia abnorme gli garantisce contro chiunque. Machida prova a staccare la presa. Non può. Cade a terra svenuto, di faccia, prima ancora che l'arbitro riesca a intervenire.

Anni dopo, ripensando a quel momento in un'intervista, Jones l'avrebbe descritto con una frase che merita di essere isolata dal resto perché fa esattamente il lavoro che qui interessa: ha detto che sentiva di «aver potuto spezzargli il collo». Non «ho vinto l'incontro». Non «ho eseguito la tecnica». «Aver potuto spezzargli il collo», un participio passato di possibilità, non di fatto, ma pronunciato con la stessa naturalezza con cui si racconta di aver perso l'autobus. E anni dopo ancora, nel 2023, contro Ciryl Gane, in un'altra ghigliottina, questa volta a terra, Jones avrebbe raccontato di aver sentito la colonna di Gane scricchiolare sotto la pressione, e di aver definito la cosa – parole sue – come una specie di «aggiustamento chiropratico» fatto con le proprie braccia a un uomo che stava cercando di togliergli il titolo.

C'è qualcosa che va oltre la semplice bravado da spogliatoio, in frasi come queste. C'è la testimonianza di un uomo che, in quei due secondi e mezzo di ghigliottina, ha avuto accesso letterale – non metaforico, non narrativo – a una soglia che nel resto della sua vita (i test, le sospensioni, le commissioni, gli avvocati) viene continuamente rinviata, discussa, processualizzata. Sul collo di Machida, sulla colonna di Gane, non c'era nessun differimento. C'era una decisione, presa in una frazione di secondo da un corpo che ne conteneva un altro, di fermarsi un istante prima della soglia oltre la quale un incontro sportivo diventa qualcos'altro. Ed è forse proprio qui, in quel margine strettissimo tra poteva e ha fatto, che si nasconde il vero motivo per cui lo spettatore – noi, di nuovo, sempre noi – non riesce a smettere di guardare Jones nemmeno quando smette di fidarsi di lui. Non è la vittoria a ipnotizzare. È la prova, ogni volta rinnovata, che quell'uomo ha accesso diretto a un potere che il resto di noi conosce solo per interposta burocrazia – il potere di decidere, nel corpo di un altro essere umano, dove si ferma il danno.

C'è però un rovescio di questa scena, e per onestà – un'onestà che a questo punto del discorso non è più opzionale, se davvero vogliamo un ritratto e non un'agiografia travestita da critica – bisogna guardarlo con la stessa attenzione dedicata alla ghigliottina su Machida, perché è, letteralmente, la stessa forza fisica, lo stesso corpo, la stessa capacità di decidere in una frazione di secondo dove si ferma il danno, solo diretta altrove, in un contesto che non ha nessuna delle strutture che nell'ottagono rendono quella forza leggibile, giustificata, persino bella.

Fuori dalla gabbia, l'elenco è lungo abbastanza da avere una propria cronologia autonoma, quasi parallela a quella agonistica, e conviene – di nuovo, per lo stesso principio dell'inventario applicato prima ai titoli mai difesi – scorrerlo tutto d'un fiato invece che centellinarlo: nel 2012, appena ventiquattrenne e già campione, schianta la sua Bentley contro un palo del telefono a Binghamton, guida in stato di ebbrezza, se la cava con un graffio; nel 2015, mentre è ancora campione, investe un'auto guidata da una donna incinta e scappa a piedi dalla scena, le rompe un braccio, viene arrestato ore dopo, si dichiara colpevole, perde il titolo per la prima delle tre volte che lo perderà per ragioni che non hanno a che fare con un avversario; nel 2019 patteggia per una vicenda in uno strip club ad Albuquerque; nel marzo del 2020, mentre il resto del mondo si sta rinchiudendo in casa per la pandemia, viene trovato dalla polizia al volante della propria auto, motore acceso, dopo che qualcuno ha sentito un colpo di arma da fuoco nei paraggi – sotto il sedile del guidatore c'è una pistola, sul sedile del passeggero una bottiglia di liquore mezza vuota, e lui, al test, risulta due volte oltre il limite legale; e poi, nel settembre del 2021, la sera stessa in cui viene inserito nella Hall of Fame della UFC – la sera, cioè, in cui l'istituzione che lo ha reso ricco e leggendario lo celebra ufficialmente come una delle cose migliori mai capitate al proprio sport – viene arrestato fuori da un hotel di Las Vegas con l'accusa di violenza domestica.

Il video di bodycam di quell'ultimo arresto, diventato pubblico mesi dopo, contiene un'immagine che funziona quasi come un negativo fotografico della scena con Machida: Jones, ammanettato, in piedi contro il cofano di un'auto della polizia, che urla agli agenti di essere stato umiliato proprio nella notte più importante della sua carriera, che chiede – sono le sue parole, in un video che chiunque può ancora trovare – di essere ucciso, che li accusa di avercela con lui solo perché è grande e nero, e che a un certo punto, incapace evidentemente di indirizzare altrove tutta quella energia, si scaglia in avanti e sbatte la fronte contro il cofano della volante, una, con una violenza sufficiente a lasciarci un'ammaccatura visibile e a fargli guadagnare, oltre all'accusa di violenza domestica poi caduta, anche quella – più surreale, se ci si pensa – di danneggiamento di un veicolo delle forze dell'ordine. È lo stesso corpo della ghigliottina. È la stessa capacità, quasi impressionante nella sua purezza meccanica, di generare forza sufficiente a spezzare qualcosa. Solo che qui non c'è Machida, non c'è un collo altrui su cui esercitarla, non c'è un arbitro pronto a fermare tutto un istante prima della soglia fatale, non c'è nemmeno, in fondo, un avversario: c'è solo lamiera inerte, e un uomo che sembra rendersi conto, mentre lo fa, di non avere altrove dove mandare quella forza. Nell'ottagono, contro Machida, contro Gane, la stessa violenza ha una grammatica: ha un inizio, uno svolgimento, una fine sancita da un arbitro, un pubblico che sa leggerla e persino ammirarla. Contro il cofano di un'auto della polizia, quella grammatica sparisce, e quello che resta è soltanto la parte più scomoda del talento di Jones isolata dal contesto che la rende sopportabile – la prova che il potere di decidere dove si ferma il danno, quando non ha nessun rituale a contenerlo, si rivolge semplicemente verso l'oggetto più vicino, che sia un avversario pesato e sanzionato dalla commissione o il cofano ammaccabile di un'auto qualunque.

Dove si ferma il danno?

Ed eccoci, credo, al punto in cui tutto questo discorso voleva arrivare fin dall'inizio, anche se ci ha messo un po' a confessarlo. Perché se è vero che il pubblico preferisce l'ambiguità alla certezza – se è vero che la sospensione narrativa di Jones, il suo eterno essere–in–attesa–di–verdetto, è più – di qualsiasi chiarezza morale potrebbe mai essere — allora forse quello che stiamo davvero consumando, ogni volta che guardiamo un suo incontro, non è lo sport in sé ma la fantasia di un potere che non deve rendere conto a nessuno se non a sé stesso, almeno per la durata di un round. Le commissioni, i test, i comunicati stampa nel linguaggio prudente del diritto amministrativo: tutto quell'apparato esiste precisamente perché nella vita normale nessuno di noi può decidere, con le proprie mani, dove si ferma il danno che infligge a un altro. Jones, per due minuti alla volta, può. E in quei due minuti l'intero sistema di verifica differita che lo circonda – le date che slittano, i titoli vacati, gli anni fuori dall'ottagono – smette di significare qualcosa, perché quello che sta accadendo sul tappeto non ha bisogno di essere certificato per essere vero.

Forse è questo, alla fine, l'unica cosa che in tutta la carriera di Jon Jones non è mai stata differita, sospesa, rimandata a data da destinarsi: il fatto bruto e irriducibile del corpo nel momento esatto in cui smette di essere una domanda e diventa, per due secondi e mezzo, una risposta. Tutto il resto – le cinture, le sospensioni, i verdetti – è solo il tentativo, sempre un po' patetico e sempre un po' necessario, di mettere per iscritto qualcosa che si è già consumato, senza chiedere permesso, molto prima che qualcuno arrivasse con la carta e la penna.