L’AI ha invaso il web: un articolo su tre non l’ha scritto un umano (grazie a chatGPT e simili)

Secondo una nuova analisi di Pew Research, oltre un terzo delle pagine web pubblicate dopo il lancio di ChatGPT porta segni evidenti di scrittura o editing tramite AI. Un dato che racconta meno una rivoluzione tecnologica e più un’assuefazione silenziosa, quella di lettori che si illudono di distinguere ancora un testo umano da uno artificiale.

Nel campione analizzato da Pew Research Center nel luglio 2026, quasi mezzo milione di pagine web in lingua inglese raccolte dall’archivio Common Crawl, il dato di partenza sembra quasi rassicurante: solo il 10% del totale mostra segni significativi di scrittura AI. Ma è un numero che inganna, perché mescola pagine vecchissime, pubblicate ben prima che ChatGPT esistesse, a contenuti freschissimi.

Il vero dato arriva quando i ricercatori hanno filtrato via il passato e guardano solo a ciò che è stato pubblicato dopo il novembre 2022, il mese in cui OpenAI ha rilasciato ChatGPT al pubblico. In quel sottoinsieme, oltre un terzo delle pagine, il 35%, porta segni di autorialità o editing artificiale. Non è più un fenomeno di nicchia: è la normalità del web che si sta scrivendo oggi.

Le tracce che l’AI lascia senza volerlo

Quello che rende la ricerca interessante non è solo la percentuale, ma il modo in cui viene misurata. Il modello di rilevamento usato da Pew, Open Pangram, non cerca “prove” isolate, ma pattern statistici: parole, punteggiatura, costruzioni sintattiche che l’AI generativa usa molto più spesso degli autori umani.

Rispetto al 2023, gli em dash sono raddoppiati. Le virgole di Oxford sono cresciute del 63%. Parole come “cruciale”, “fondamentale”, “approfondire”, “intreccio” sono più che raddoppiate. E la costruzione retorica “non è solo X, è Y”, quel piccolo trucco che dà un’aria di profondità a qualsiasi frase, è quasi triplicata. Segnali deboli, presi singolarmente, ma che diventano un’impronta digitale quando si osservano su scala.

C’è anche una geografia sorprendente. I domini .com mostrano segni di scrittura AI dieci volte più spesso dei domini .edu o .gov, mentre i .org si collocano a metà strada. Il web commerciale, quello che vive di traffico e velocità di pubblicazione, è anche quello più esposto.

L’assuefazione che nessuno ammette

I numeri lasciano il posto a una domanda più scomoda, che riguarda non tanto le macchine quanto noi. Se un terzo dei contenuti nuovi porta il segno dell’AI e la maggior parte dei lettori non se ne accorge, significa che ci siamo abituati, o lo stiamo facendo, a un tipo di scrittura senza accorgercene. L’aspetto grave è che questa abitudine sta erodendo qualcosa di più della nostra capacità di indovinare chi ha scritto cosa.

Sta erodendo il pensiero critico stesso, quella soglia di attenzione che un tempo ci portava a chiederci chi parla, da dove viene un’informazione, con quale interesse è stata scritta. Quando un testo suona sempre più “corretto”, sempre più fluido, sempre più uguale a se stesso, smettiamo di fare quella domanda. La leggibilità diventa un anestetico.

E il problema non è che l’AI scriva male. È che scrive troppo bene, in un modo riconoscibile solo a chi lo cerca apposta, con strumenti come quelli usati da Pew. Il lettore medio non ha un detector statistico in tasca. Ha solo l’abitudine, e l’abitudine, di fronte a un flusso costante di testi ben fatti e indistinguibili, smette di fare domande.

Uno strumento che non si può più rifiutare

Sarebbe comodo, a questo punto, liquidare tutto come un allarme da tecno-scettici. Non lo è, e non lo sarà mai per chi lavora nei media. L’AI generativa è ormai uno strumento di co-working che nessun operatore dell’informazione può permettersi di ignorare: accelera la ricerca, aiuta a strutturare, suggerisce angoli che altrimenti richiederebbero ore. Rifiutarla per principio significherebbe rinunciare a una parte del mestiere che oggi è già cambiato per sempre.

Il punto non è più “usarla o no”. È come la si usa, e soprattutto quanto resta visibile, dichiarato, il confine tra ciò che una redazione firma con la propria responsabilità editoriale e ciò che un algoritmo produce senza controllo umano reale.

Il vero rischio non è la macchina, è la nostra disattenzione

I dati di Pew non dicono che l’AI stia sostituendo gli esseri umani nella scrittura. Dicono qualcosa di più sottile e forse più urgente: che stiamo perdendo la capacità, o forse la voglia, di distinguere. E che questa perdita avviene proprio mentre l’AI diventa indispensabile, non nonostante questo.

La sfida per chi scrive di mestiere, oggi, non è competere con l’AI sulla velocità o sulla fluidità, partita persa in partenza. È restare riconoscibile: portare nel testo qualcosa che nessun modello linguistico può replicare davvero, un punto di vista, un’esperienza diretta, un dubbio che non si scioglie in una frase perfetta.

Forse è proprio questa, oggi, la definizione più onesta di autenticità.