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“L’ho fatto per mio fratello Günther”. Reinhold Messner sulla montagna del destino: “Sono tornato per cercare me stesso, quello che ero rimasto lassù"
L’alpinista a 82 anni torna sul Nanga Parbat, in Pakistan, dove nel 1970 perse Günther travolto da una valanga. Un compleanno diverso dagli altri: “Per me è più di una semplice montagna. Voglio condividere e ispirare”

Reinhold Messner, 82 anni è tornato sul massiccio pakistano dove nel 1970 perse il fratello Günther

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Roma . È tornato, a 82 anni. Non c’era altro modo di festeggiare il compleanno. Non più capra che ha come limite il cielo ma uomo che ha capito l’imbuto del tempo. Lei lo stava aspettando. La montagna nuda, la montagna assassina, la mangiauomini. Contesa da dei e demoni, talmente verticale che nemmeno la neve e il ghiaccio riescono a rimanerci attaccati. Nanga Parbat, gli sherpa abbassano il capo. Per lui, la “montagna del destino”.

Il viaggio di Messner: a 82 anni torna nel Kashmir dove perse il fratello Gunther
Nel 1970 Reinhold Messner lassù perse suo fratello Günther, travolto da una valanga e ritrovato molti anni dopo. Massima disperazione, tentazione di un rimorso mai accolto (perché lo hai abbandonato?). Ma anche svolta radicale di una fiammeggiante carriera: per i morsi del freddo gli furono amputate le dita dei piedi, da allora basta arrampicate su roccia estrema e dedizione totale alle quote esagerate.

Reinhold Messner con lo scarpone del fratello ritrovato sul Nanga Parbat
Solo con certi pesi nel corpo e nel cuore si diventa il primo uomo al mondo a scalare tutti i quattordici ottomila. Era là ad aspettarlo, la maledetta signora, impettita nella sua pretesa di eternità. E si sono guardati da lontano, lei ostaggio del cambiamento climatico e lui dell’età, malgrado avesse la mano nella mano della donna sposata nel 2021, Diane Schumacher, di 36 anni più giovane.
Kashmir, Pakistan. Si è issato nel punto in cui “è cominciato tutto”, un montarozzo panoramico da raggiungere con pochi balzi, si fa per dire. Da lì 56 anni fa con il fratello rimase abbagliato, oggi la mette in un video alla mercé dei social: “Siamo tornati alla roccia dove Günther e io abbiamo visto per la prima volta Nanga Parbat, per me molto più di una semplice montagna”. Adesso è diverso: “Voglio condividere e ispirare. Non sono più una capra di montagna, però ce l’ho fatta”.
Non sono più una capra di montagna, però ce l’ho fatta
I due fratelli Messner, dopo quello sguardo d’intesa, nel 1970 la affrontarono da Sud, dal versante Rupal. Non una semplice via alpinistica ma la parete di montagna più alta del mondo, una spaventosa muraglia verticale rappresa in un’interrotta colata di roccia e seracchi pensili. Niente gradoni a mitigare il terrore, come hanno le altre, niente ghiacciai a loro modo dolci.
Un muro insenato, ritenuto per anni impossibile da sfidare. Due volte ci è salito. La prima arrivò in cima con Gunther, che scomparve nella discesa sul versante Diamir. Si salvò malgrado il congelamento che gli costò sette dita dei piedi, risalì in vetta nel 1978 e fu la prima ascensione completamente in solitaria di un Ottomila. Disse: “Non sono tornato per cercare Günther. Sono tornato per cercare me stesso, quello che ero rimasto lassù”.

Reinhold Messner
I resti del ragazzo furono ritrovati nel 2005 con uno scarpone, nel 2022 la montagna sputò fuori anche l’altro. Oggi il rapporto con il rischio è diverso. E il carattere anche. Dai social gli fanno notare che la roccia su cui si è arrampicato “non è neppure così alta”. Lui risponde con educazione: “Esatto. Ed è proprio per questo che in montagna, soprattutto sulle Alpi, si verificano così tanti incidenti”.
Un passo sbagliato, un momento di disattenzione e ciao. Perché il cambiamento climatico rende tutto imprevedibile: rocce fragili, pietre che si staccano, appigli che possono cedere. Un consiglio, da chi ha visto da vicino demoni e dei: “Vivere significa sapere che può finire in qualsiasi momento. Quindi restate vigili. Restate umili. Muovetevi attraverso le montagne e attraverso l’esistenza con consapevolezza”.
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