
«Se lei guarda ogni isola o ogni continente troverà sempre quello che chiamiamo un centro: centri decisionali, economici, più densamente abitati». Dipak R. Pant, antropologo ed economista, ha dedicato la sua ricerca a ciò che sta ai margini di questi centri: le terre estreme e le terre marginali del pianeta, dai ghiacciai alle steppe, dagli Appennini all’Himalaya. Ha insegnato per anni antropologia ed economia ecologica e nel 1996 ha creato in Italia la prima cattedra di economia sostenibile, quando il tema non era ancora di moda. Lo abbiamo intervistato in vista dell’incontro che si terrà a Materia il 21 settembre.
Che cosa rende un territorio estremo o marginale, e che tipo di modelli di sostenibilità sono possibili a seconda del territorio di cui parliamo?
«A livello planetario, oltre ai centri, ci sono terre di bordo vicino al mare, nelle pianure, lungo i corridoi d’acqua come i grandi fiumi. Poi, andando più all’interno, si trova il retroterra rurale e agrario, e ancora più dentro le terre estreme: ghiacciai, deserti, montagne, scarsamente popolate, con condizioni geofisiche e climatiche difficili. Sono gli ultimi luoghi, i bordi dell’umanità. Il concetto di terre marginali è diverso: pensiamo alla penisola italiana, dove Appennini e Alpi costituiscono le terre estreme, e tutto ciò che sta tra queste e le aree urbane sono le terre marginali. Sono comunque due tipologie di habitat umani dove la gente ha vissuto per miliardi di anni, ed è estremamente interessante perché in condizioni così avverse sono riusciti a sopravvivere per millenni creando arte, organizzazione, stili di vita. Sono campioni di strategia adattiva, ed è lì che dobbiamo cercare l’ipotesi scientifica della sostenibilità».
In Abruzzo lei sta portando avanti un progetto su queste terre marginali: di cosa si tratta?
«Gran parte di queste terre marginali è in un declino demografico inesorabile, non rimpiazzabile dall’immigrazione perché non sono la scelta preferita degli immigrati, e perdono soprattutto i giovani, che cercano altrove opportunità lavorative, educative e culturali. Noi stiamo provando a fare un esperimento, come già tentato a suo tempo in Valganna: un riordino ambientale che le faccia diventare, da luoghi di solo passaggio verso la grande natura, vere e proprie destinazioni, capaci di generare nuova residenzialità. Il punto è scegliere: si accetta il declino, lo si subisce, oppure si prova a contrastarlo. Il nostro è un esperimento di contrasto al declino».
Che cosa significa oggi sostenibilità?
«La sostenibilità in fondo non è così complicata come la si elabora adesso, che è di moda e genera continuamente nuovi indici. È semplicemente la preclusione della discontinuità di qualsiasi sistema, impresa, luogo, organizzazione o territorio: vuol dire continuità, preferibilmente aggiungendo valore. Non è perfetto equilibrio, come viene sbandierata oggi dai nuovi portavoce della sostenibilità. Quando ho creato la prima cattedra di economia sostenibile in Italia, nel 1996-97, non se ne parlava ancora. Nel 2000 abbiamo istituito il primo centro di ricerca applicata sull’economia sostenibile, intesa come mediazione ottimale tra reddito, occupazione, presidio del territorio e cura del paesaggio. Se vogliamo andare alle radici, sostenibilità vuol dire tre cose: minimalismo, cioè usare meno e buttare meno; localismo, cioè accorciare il più possibile la filiera di fornitura, uso e commercio, riducendo distanze, emissioni e rischi; e infine legittimazione morale, cioè un sistema che si regge ottenendo consenso sociale maggioritario, dove il comportamento di chi guida l’organizzazione diventa esempio e genera partecipazione».
Lei ha insegnato antropologia ed economia ecologica: come si integrano il sapere tradizionale locale e le moderne teorie economiche per costruire uno sviluppo sostenibile e duraturo?
«Le teorie economiche sono molto varie tra loro, non ce n’è una sola. Alcune sono più vicine al concetto di valore del capitale locale, che è qualcosa di sedimentato, sperimentato nel tempo, generazione dopo generazione: da lì emergono uno stile, un decoro, un artigianato, un saper fare. Una buona parte dello sviluppo industriale italiano si basa su questo artigianato sedimentato, che trasmette non solo tecnica ma anche valori e cura. Il valore del capitale locale si misura in qualcosa di poco quantificabile, di qualitativo: l'”alto tocco”, contrapposto all'”alta tecnica” che ormai è disponibile ovunque, mentre le grandi nazioni fanno a gara sull’intelligenza artificiale. L’alto tocco nasce dalla cultura dei territori e dalla sedimentazione intergenerazionale, ed è ciò che crea eccellenza e prodotti distinti. Con l’invecchiamento della popolazione e la ricerca di salubrità, ecologicità e qualità della vita, questo valore può essere incanalato per rivitalizzare le aree marginali».
Nella sua esperienza internazionale, c’è un modello di sviluppo locale, o qualche esperienza particolare, che considera un esempio?
«Sono pezzi diversi, in luoghi diversi. Per l’uso del territorio, la mobilità intermodale e la prevenzione del rischio di alluvione, il modello olandese mi sembra ottimo: ci sono stato più volte, per lunghi periodi, e ho osservato e studiato molto. Sulla gestione dei rifiuti, direi Giappone e Taiwan, che mi sembrano più avanzati. Ma se dovessi cercare un unico modello, andrei nelle terre estreme, nei sistemi sociali tribali con meno contatto con l’esterno: lì si vede benissimo come funzioni un circuito ecologico senza rifiuto, e un’organizzazione umana intergenerazionale dove nessuno va mai davvero in pensione, ma tutto si compensa organicamente. L’ho visto tra i pastori nomadi delle renne nella tundra, tra i pastori delle steppe della taiga in Mongolia e Siberia, e in Nepal, Tibet, Altai: lì il livello di fiducia e la comunità faccia a faccia, il rapporto immediato tra autorità e cittadino, e soprattutto il “bel invecchiare” e il “bel morire”, senza medicalizzazione della vecchiaia, sono elementi che mi sembrano ideali. Ma sono il 3-4% dell’umanità: possiamo imparare alcune cose dal loro modello, non replicarlo».
C’è un tema oggi fondamentale, quello della transizione ecologica, che riguarda oltre otto miliardi di persone. Che tipo di transizione ecologica pensa sia praticabile?
«Una transizione globale, vincolante per tutti attraverso le Nazioni Unite, la considero impossibile: troppo ambiziosa. Anche a livello europeo c’è troppa burocrazia. Quello che è possibile è creare dei modelli qua e là, delle “macchie di leopardo”, che possano generare un effetto di imitazione. Mi viene in mente un esempio dalla storia europea: a metà del Trecento, la peste nera dimezzò la popolazione europea, con l’80% di morti in Toscana. Da quella strage di massa emersero due cose: il valore del lavoro umano crebbe, perché c’era poca manodopera disponibile, e nacque una consapevolezza che la morte non guarda in faccia a nessuno, né principe né contadino. Questo generò un fermento morale: chi aveva risorse cominciò a fare bellezza fuori, nelle piazze e nelle fontane, non più solo dentro le cappelle private. Nacque così, non a tavolino, il Rinascimento, una macchia di leopardo che poi contagiò tutta l’Europa. Anche oggi la transizione, per essere efficace, deve creare modelli fondati su minimalismo, localismo e legittimazione morale: le leggi possono arginare i vizi, ma non creano virtù. Dobbiamo puntare sull’entusiasmo locale, sulla progettualità di imprese, cooperative, comuni, per creare piccoli luoghi che funzionino».
Se dovesse lasciare un concetto a giovani imprenditori e amministratori, che cosa vorrebbe che si portassero a casa da questo incontro?
«Tre cose. La prima è austerità, sobrietà, minimalismo: essenzialità di qualità, che porta con sé più qualità se si ha voglia di cercarla. La seconda è il localismo: cercare di procurarsi le cose il più vicino possibile, senza essere dogmatici, restando aperti al commercio e alla cultura a livello planetario, ma privilegiando la filiera corta soprattutto per gli alimentari essenziali. La terza è ricordare che la legittimazione morale si coltiva con un buon comportamento, con segnali autentici, con una leadership pulita e trasparente: se questo manca, viene meno la complicità di lavoratori, collaboratori, fornitori, di tutta la galassia del sistema. Bisogna essere autentici ed essere il più bravi possibile. Sono valori che, con parole diverse, ritroviamo nel cristianesimo come nel buddismo: sono queste le tre cose che porterei a casa».
L’appuntamento a Materia
L’intervista anticipa l’incontro “Into the Extreme Lands – Alle radici della sostenibilità”, in programma a Materia (via Confalonieri 5, Castronno) il 21 settembre 2026 alle 21 a ingresso gratuito. Dopo la proiezione di un video girato tra le steppe della Mongolia, che racconta le strategie di adattamento delle comunità di pastori nomadi, l’incontro con Dipak R. Pant e con l’economista Stéphane Jedrzejczak. L’evento è organizzato da Buytec.
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