
«Oggi nessuno può più dire di non sapere che la Lombardia sia terra di mafie».
Non ha dubbi Giampiero Rossi, il giornalista del Corriere della Sera, insieme a Mario Portanova e Franco Stefanoni autore del volume Mafia a Milano e in Lombardia, ottant’anni di affari e delitti, un testo che racconta l’evoluzione delle organizzazioni criminali al Nord: dagli affari nell’edilizia agli interessi nella politica, dalla sanità alle curve di San Siro.
Un libro che arriva dopo un lungo percorso di ricerca, iniziato trent’anni fa con i primi lavori sul fenomeno mafioso al Nord. Quali trasformazioni vi sono sembrate più significative rispetto al passato?
«In questi trent’anni abbiamo visto le mafie al Nord, a Milano e in Lombardia, dedicarsi sempre di più agli affari e un po’ meno ai delitti. Il sottotitolo del libro, ottant’anni di affari e delitti, sintetizza proprio questo percorso: oggi prevale la ricerca del profitto, ma il delitto resta sempre uno strumento possibile. La violenza, la minaccia e l’intimidazione fanno ancora parte del loro metodo. Contemporaneamente abbiamo visto crescere la consapevolezza della società civile lombarda. Una consapevolezza arrivata, in alcuni casi, anche più rapidamente rispetto alla classe dirigente politica ed economica, che spesso ha avuto atteggiamenti di prudenza, convenienza o semplice difesa dell’immagine. Ma oggi, nella terza decade del nuovo millennio, nessuno in Lombardia può più far finta che questa non sia una terra di mafia. Qui ci sono tutte le organizzazioni criminali, sono presenti da decenni, sono radicate e ramificate. Queste 850 pagine vogliono essere anche un promemoria: nessuno può più sostenere di non sapere».
Dal vostro lavoro emerge una mafia sempre più orientata agli investimenti e all’infiltrazione nell’economia legale. Quali sono oggi i settori più esposti in Lombardia?
«Storicamente il primo settore di incontro tra mafie e imprenditoria lombarda è stato quello delle costruzioni, soprattutto il movimento terra. Se dovessimo immaginare il primo contatto tra un uomo della ’ndrangheta e un imprenditore lombardo, probabilmente dovremmo guardare proprio a quel mondo. Abbiamo avuto casi emblematici come Perego Strade, l’inchiesta Infinito del 2010, la vicenda di Buccinasco e imprenditori con cognomi lombardi condannati per concorso esterno in associazione mafiosa perché, a un certo punto, hanno scelto di collaborare con esponenti criminali. La ’ndrangheta nel frattempo è diventata l’organizzazione egemone, ma in Lombardia ci sono tutte le mafie e spesso riescono anche a cooperare. Oggi però i settori aggrediti sono praticamente tutti. È un’economia parassitaria che cerca occasioni ovunque: dal bonus 110% al Pnrr, dalla sanità ai servizi, dagli impianti sportivi alla sicurezza dei locali. L’infiltrazione è arrivata persino nelle curve degli stadi, nei parcheggi di Malpensa e persino in aziende di call center che lavoravano per multinazionali. Questo dimostra la capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi e penetrare ambiti apparentemente lontani dalla loro immagine tradizionale».
Il libro racconta una presenza mafiosa diffusa oltre Milano. Quali caratteristiche assume il fenomeno nelle province lombarde, ad esempio nel Varesotto?
«Lontano da Milano, ma anche nell’hinterland milanese, si è sviluppato un modello preciso, che io continuo a chiamare modello delle locali, perché è quello prevalente. Si è creata una sorta di geopolitica criminale che riproduce quella calabrese: le cosiddette locali, cioè le strutture territoriali della ’ndrangheta, sono una proiezione delle comunità di origine. Una locale lombarda può avere rapporti con il paese calabrese da cui proviene, ma contemporaneamente deve relazionarsi con altre famiglie presenti sul territorio e con le altre locali vicine. Nei piccoli comuni questa struttura può diventare ancora più evidente, soprattutto perché all’aggressione dell’economia si accompagna quella alla politica. Nei municipi più piccoli è più semplice costruire pacchetti di preferenze: bastano decine o poche centinaia di voti per portare in consiglio comunale una persona vicina o condizionabile. Significa avere influenza senza necessariamente esporsi troppo. Nel Varesotto abbiamo avuto anche episodi di particolare violenza, come l’inchiesta Bad Boys a Lonate Pozzolo, dove un eccesso di aggressività ha finito per attirare l’attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura. Quella zona, tra il confine svizzero e l’aeroporto di Malpensa, è storicamente uno degli insediamenti più antichi: già negli anni Cinquanta c’era la presenza di famiglie come gli Zagari. Il modello è quello di piccole comunità calabresi apparentemente tranquille, con persone che possono sembrare pensionati o disoccupati, ma che rappresentano punti di riferimento per attività imprenditoriali e relazioni criminali. Una presenza discreta, continua, capace di costruire consenso e collegamenti».
Le numerose inchieste degli ultimi anni hanno cambiato la percezione del fenomeno mafioso al Nord? Oppure resiste ancora l’idea che sia un problema meridionale?
«Direi che la percezione è cambiata decisamente. Il punto di svolta è stata l’operazione Infinito del 2010, la più grande operazione contro la ’ndrangheta condotta in Italia, Calabria compresa, ma sviluppata in gran parte in Lombardia. Quelle intercettazioni, quei filmati e quei pedinamenti hanno restituito una vera e propria antropologia della mafia lombarda, fino alla famosa cena di esponenti della ’ndrangheta con tutti i boss delle locali lombarde. Prima c’era chi diceva: “Non esiste una mafia a Milano e in Lombardia, esistono soltanto singoli mafiosi”. Era un modo per negare il fenomeno. L’operazione Infinito ha mostrato invece la ramificazione e la profondità della presenza mafiosa. Il problema è che ancora oggi la lotta alle mafie non è sempre centrale nei programmi politici. La lotta alla mafia non riguarda soltanto magistrati e forze dell’ordine: come dicevano Falcone, Borsellino e Dalla Chiesa, riguarda soprattutto la cultura, la società civile, la capacità di contrastare quella zona grigia fatta di professionisti, tecnici e persone rispettabili che offrono collaborazione o vantaggi alle organizzazioni criminali. È lì che le mafie trovano il loro vero potere».
Tra le vicende raccontate nel libro ce n’è una che rappresenta più di altre l’evoluzione delle mafie in Lombardia?
«Una delle vicende più significative e più recenti è quella delle curve di San Siro. Abbiamo visto la ’ndrangheta arrivare a incidere sugli equilibri delle curve di Milan e Inter, anche all’interno di ambienti dove erano presenti gruppi organizzati di estrema destra. Il potere, a un certo punto, è passato nelle mani di persone legate alla criminalità organizzata. Ci sono stati episodi drammatici, con due morti e un uomo scampato miracolosamente a un agguato. Ma il dato più importante è un altro: decisioni strategiche, rapporti di forza e gestione degli equilibri interni sono stati condizionati da uomini della ’ndrangheta. È una delle ultime frontiere della penetrazione mafiosa nella Milano contemporanea».
Il libro non si rivolge solo agli specialisti, ma anche ai cittadini. Quale messaggio vorreste lasciare ai lettori?
«Il messaggio è semplice: questa è una sorta di enciclopedia della presenza mafiosa in Lombardia. Il fatto che ci siano un indice dei nomi e un indice dei luoghi permette a chiunque di consultare il volume e capire quanto vicino alla propria realtà possano esserci tracce di presenza mafiosa. Il messaggio è: guardate, noi siamo qui. Questa è la nostra terra, questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti. Sono 850 pagine di fatti, non di tesi o ipotesi. Ci sono vicende giudiziarie, sentenze, assoluzioni: anche quando un fatto non porta a una condanna, resta comunque importante conoscere la storia e i contesti».
Guardando al futuro, quali saranno le principali sfide nella lotta alle mafie in Lombardia?
«La sfida principale è prosciugare il terreno della zona grigia. Non sono un criminologo né un investigatore, ma dopo più di trent’anni di osservazione penso che il punto decisivo sia questo: impedire che qualcuno pensi che collaborare con le mafie sia semplicemente un’opportunità. La mafia cresce quando qualcuno pensa: “Ho avuto un vantaggio”, “ho ottenuto un lavoro”, “ho trovato un alleato che agli altri fa paura ma a me dà forza”. Questa è la vera sfida. Se la Lombardia non permette che questo terreno si allarghi, se impedisce l’avanzata delle mafie nell’economia e nella politica, può contrastare efficacemente un fenomeno che da almeno trent’anni tenta costantemente di conquistare nuovi spazi».
Giampiero Rossi sarà ospite mercoledì 22 luglio alle 21 a Materia, a Castronno, insieme a Mario Portanova e Franco Stefanoni, per presentare il volume Mafia a Milano e in Lombardia, ottant’anni di affari e delitti.
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