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- La Chiesa celebra i "santi" rossi ma scorda i suoi
OPINIONE
di Antonio Soccilunedì 10 agosto 2026

Il cantante Francesco Guccini autore della canzone "La locomotiva"
5' di lettura
«Un gigante». Così Francesco Guccini ieri nei titoli di Repubblica e Corriere della sera. La definizione è enfatica (l’interessato ci ironizzerebbe), ma ci sta se si parla del piccolo mondo dei cantautori. È stato un vero poeta della canzone. Il problema è che quei titoli riferivano le parole non di un critico musicale, ma di un cardinale, addirittura presidente della Conferenza episcopale italiana: Matteo Zuppi. E allora la cosa stupisce, perché la Chiesa usa un termine del genere, che indica un esempio da seguire, per i santi. Com’è che il capo dei vescovi italiani “canonizza” con tanta enfasi un cantautore agnostico/ateo, con idee di anarco-sinistra e radicali, che non ha mai nascosto la sua opposizione a fondamentali insegnamenti della Chiesa (talora con divertita ironia su Dio e i preti nelle sue canzoni) e ha voluto perfino il rito civile per i suoi funerali? È Guccini che era un santo cattolico (ad insaputa di tutti e dello stesso interessato) o è il presidente della Cei che non ha le idee chiare sulla fede della Chiesa? Direi la seconda. Il cardinale infatti è intervenuto alla cerimonia laica del funerale del cantautore e prima ha paragonato Gesù a Guccini attribuendogli le idee del cantautore («anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi»). Poi, sempre riferendosi al defunto, ha detto (ed è il passo riportato da tutti): «Servono giganti, e quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede». Sembra il ritratto di Madre Teresa di Calcutta.
Guccini ne sarebbe sbalordito e ne riderebbe avendo sempre avuto fastidio per la retorica e la mitizzazione. Quello di Zuppi è un modo clericale per annettersi un personaggio che appartiene ad altre “chiese”. Denota la confusione “culturale” del cardinale che si sente di sinistra come Guccini, che appartiene a quel mondo, che ha trasformato la Cei in una costola della sinistra e che confonde la Chiesa Cattolica Apostolica Romana (che lui dovrebbe rappresentare) con quella che nel 1994 cantava Jovanotti: «Una grande chiesa/ che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa/ passando da Malcolm X attraverso Gandhi e San Patrignano/ arriva da un prete in periferia/ che va avanti nonostante il Vatica no». ANNIVERSARIO DIMENTICATO Zuppi – a proposito di giganti (ma ignorati dal sistema mediatico) - avrebbe potuto ricordare che proprio il 9 agosto era il 35esimo anniversario del martirio di due giovani missionari francescani fra Zbigniew Strzalkowski e fra Michal Tomaszek. La loro storia è molto significativa. Negli anni Ottanta i francescani vollero aprire una missione in Perù, a Pariacoto, sulla Ande. Così nel novembre del 1988 partirono dalla Polonia i due frati citati e il superiore p. Jaroslaw Wysoczanski. Trovarono una povertà spaventosa. La gente viveva senza luce e senza acqua e loro dovettero prendersi cura di una parrocchia fatta di 73 villaggi, così miseri, alcuni dei quali stavano a 4mila metri sul livello del mare. Quei giovani frati con il loro apostolato, che cercava anche di aiutare la popolazione nei tanti bisogni materiali, come i missionari hanno sempre fatto, da secoli, dappertutto, entrarono nei cuori della povera gente. Perciò i guerriglieri maoisti di Sendero Luminoso li considerarono subito nemici, sia perché sacerdoti cattolici, sia perché, con la loro azione, i missionari cercavano di costruire condizioni di vita migliori per quella gente che invece ai guerriglieri serviva come massa di manovra rivoluzionaria, da alimentare con odio di clas se. Il 9 agosto 1991, dopo una messa, i “senderisti” arrivarono e presero prigionieri i due frati (il terzo era momentaneamente in Polonia). Andò con loro anche una brava suora peruviana che poi ha riferito cosa avvenne durante il “processo rivoluzionario”. Racconta Wlodzimierz Redzioch: «Di cosa furono accusati? Può sembrare una cosa assurda ma furono accusati di fare del bene e perciò di frenare la rabbia del popolo e di rallentare la rivoluzione. Li si accusava di essere stati mandati da Giovanni Paolo II e dalla Cia, di proclamare Dio, ma la religione, dicevano i “senderisti”, è l’oppio dei popoli». Dunque furono fucilati e sul corpo di p. Strzalkowski lasciarono un messaggio: «Così muoiono i servi dell’imperialismo». La notizia raggiunse Giovanni Paolo II durante un suo viaggio in Polonia, per la Giornata mondiale della gioventù. Il Papa commentò: «Sono i nuovi santi martiri del Perù». Infatti nel 2015 furono beatificati insieme al sacerdote italiano don Alessandro Dordi, ucciso anche lui in un’imboscata di Sendero Luminoso, il 25 agosto 1991, mentre tornava dalla celebrazione della Messa in un villaggio. Era un italiano: qualcuno ne ha mai sentito parlare? TABÙ ROSSI Questi sono i giganti che la Chiesa indica come esempi per i cristiani e anche per l’umanità. Ma nessuno ne parla, nemmeno i vescovi, il mondo cattolico e i suoi media, perché fanno parte di quell’oceano di sangue che è il martirio cristiano sotto il comunismo del Novecento. E oggi il comunismo è un argomento tabù sia sui media, che nel dibattito pubblico e – quel che è peggio – è tabù pure nella Chiesa. Leone XIV, che proprio in Perù è stato missionario, nel novembre 2025, ha scritto alla chiesa peruviana: «Nel decimo anniversario della beatificazione dei martiri di Chimbote – i beati Michal Tomaszek, Zbigniew Strzalkowski e Alessandro Dordi – desidero unirmi alla gratitudine della Chiesa in Perù, in Polonia, in Italia e in tanti altri luoghi dove il loro ricordo rimane come incoraggiamento alla fedeltà. Questi tre sacerdoti missionari condivisero la vita delle loro comunità, celebrando l’Eucaristia e amministrando i sacramenti, organizzando la catechesi e sostenendo la carità in contesti di povertà e di violenza. Nel 1991, dopo aver deciso di restare dove svolgevano il loro ministero e in mezzo al gregge come autentici pastori, furono assassinati per odio alla fede».
Si può capire che il Papa parli solo di “odio alla fede”, ma quell’odio ha un nome: era un’ideologia che ha insanguinato (e insanguina) il mondo intero. Il nome vero di quel gruppo guerrigliero era infatti Partido Comunista del Perù-Sendero Luminoso. Quest’ultima espressione derivava dalla frase di un intellettuale che recitava: «Il Marxismo-Leninismo aprirà il sentiero luminoso verso la rivoluzione». Il comunismo non è stato un incidente marginale. Né ora è superato: è più forte che mai. È la più radicale minaccia per il cristianesimo e per il mondo. Basti pensare alla Cina. Il Papa, una settimana fa, parlando ai giovani, ad Assisi, ha invitato ad «abbattere i muri che separano fra loro gli esseri umani» e liberare «la famiglia, la città, la tradizione... dai loro fantasmi, da nemici inventati per paura e ignoranza». Nemici inventati? La storia e la cronaca dimostrano che (come insegnava S. Agostino) i “nemici”, anche della Chiesa, esistono e mettere il capo sotto la sabbia non è un buon insegnamento cattolico. Provoca disastri peggiori.
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