La perfezione? Nasce partendo dai difetti

Il coraggio di essere anche imperfetti. Tema affascinante da dipanare per Marco Masini davanti al pubblico di Luce! “Credo che la perfezione si basi proprio sull’imperfezione” dice lui, nell’attesa di tornare nei palazzi dello sport a novembre con tappe pure a Milano e Firenze.

“Lo capiamo bene quando finisce una storia d’amore e ci accorgiamo che ci mancano persino i difetti della persona che ci ha lasciati, perché la convivenza con lei ci ha cambiati e ha tirato fuori aspetti di noi che non conoscevamo. Quando quei difetti non ci sono più, ci rendiamo conto che, in realtà, rappresentavano la vera perfezione".  

Ragionamento che vale pure nell’arte

“Sì, penso che tutte le opere di grande successo al mondo non siano perfette: analizzando i brani dei grandi cantautori o lo stile dei grandi comunicatori, si nota sempre qualche difetto. Ed è proprio quel difetto che permette loro di raggiungere la perfezione”.

Guardandosi alle spalle, allora, quando s’è sentito così imperfetto da non piacersi proprio?

"All’inizio della carriera, quando sono passato da zero a cento in soli tre mesi: dal piano bar in un hotel con clienti ultrasettantenni alla vittoria della sezione ‘Novità’ al Festival di Sanremo 1990. Vendetti quasi un milione di dischi in pochi mesi con le conseguenze del caso: soldi, auto, case e l’attenzione delle donne, pur essendo diversamente bello. L’errore più grande, per cui non mi sono piaciuto, è stato pensare di essere arrivato, perdendo il centro di me stesso, distorcendo la mia realtà e la mia filosofia di vita”.

E qual è stato, invece, il momento in cui s’è amato di più?

“Mi sono piaciuto molto quando ho preso consapevolezza di dove fossi finito e di dove sarei potuto ancora sprofondare, trovando la forza e le motivazioni per risalire. Ho ereditato da mia madre la sensibilità necessaria per scrivere canzoni e da mio padre la freddezza, la lucidità, la calma. Non ho mai accampato scuse né accusato gli altri, ma sempre cercato dentro di me i motivi dei miei sbagli. Quando sono tornato ‘povero’, ho capito che dovevo ricominciare da capo facendo semplicemente il mio mestiere e, guidato dalla ‘fame’, dalla voglia di condividere la mia musica col pubblico, sono riuscito a trovare le canzoni giuste per risalire la china”.

Qual è la decisione più coraggiosa che ritiene di aver preso in questo suo lungo percorso artistico?

“Probabilmente quella di uscire con il brano ‘Vaffanculo’ in un periodo in cui l’Italia non era ancora pronta , almeno apparentemente, a ricevere un messaggio di quella durezza. All’epoca pensavo che si dovessero attendere ancora venti o trent’anni prima di proporre una filosofia così rivoluzionaria all’interno della musica pop. Poi, però, l’evoluzione del linguaggio e del ‘politicamente corretto’ ha smentito i miei timori, dimostrando che il Paese era pronto, come confermato dai grandi numeri di vendita dell’album. La paura di fallire, comunque, fu tanta”.

Voltandosi indietro, i suoi primi tre “grazie” a chi vanno?

“A tre uomini fondamentali della mia vita. Mio padre Giancarlo, che quando avevo 18-19 anni m’ha dato la forza necessaria per reagire alla prematura scomparsa di mamma: il perno della famiglia assieme a mia sorella che, appena tredicenne, s’accollò pure il ruolo di nostra madre. Il secondo ringraziamento va a Giancarlo Bigazzi, che per me è stato come un secondo padre. Ci sarebbe pure un terzo Giancarlo, Giancarlo Antognoni, che mi ha fatto innamorare del calcio, regalandomi l’idea di un nome elegante che infonde coraggio, ma per terzo ringrazio Mario Ragni, grande direttore artistico scomparso prematuramente. Uno di quegli uomini capaci di fiutare il successo senza sbagliare. Non solo mi ha regalato la vita sognata, ma m’è stato vicino pure nei momenti difficili”.