La scena consegnata alla storia: Brasile-Zaire, punizione dal limite per i verdeoro, Rivelino è pronto a calciare. Nella barriera dei “leopardi” Joseph Ilunga anticipa tutti con uno scatto e colpisce la palla, scagliandola dalla parte opposta del campo. I brasiliani restano increduli, l’arbitro ammonisce il giocatore zairese. Comincia il mistero della “punizione al contrario”. È il 22 giugno 1974 a Gelsenkirchen, Mondiali nell’allora Germania Ovest. Quella partita cade nell’ultimo turno del girone di qualificazione, i campioni del mondo hanno bisogno di una vittoria dopo due scialbi pareggi con Jugoslavia e Scozia, mentre i protagonisti del salto in avanti del movimento calcistico africano sono già eliminati.
Il gesto incomprensibile
Il Brasile è in vantaggio per 3-0, quando mancano pochi minuti alla fine (è l’85’) e succede quello strano episodio con la palla calciata senza motivo apparente. I commenti del tempo sono subito spietati, la sequenza viene raccontata come una gag: “I giocatori dello Zaire non conoscono neanche le regole di gioco”, “il calcio trasformato in una barzelletta”. Quella narrazione resiste per anni anche se a molti osservatori appare strano che la squadra arrivata ai Mondiali tedeschi da campione d’Africa 1974 potesse cadere in un errore regolamentare tanto plateale.
Un mistero lungo decenni
La verità comincia a farsi luce molto tempo dopo, quando filtrano le prime testimonianze dai protagonisti di quella partita. Si scopre che dietro la “punizione al contrario” ci sia una vicenda drammatica legata all’andamento dei Mondiali dell’ex colonia belga che poi diverrà Repubblica democratica del Congo (peraltro brillante protagonista alla Coppa del mondo 2026). Dopo la sconfitta per 2-0 all’esordio con la Scozia arriva un pesantissimo 0-9 con la Jugoslavia, disfatta sportiva e soprattutto un’umiliazione politica per Mobutu Sese Seko e il suo governo. Da qui – secondo le ricostruzioni successive – la minaccia sinistra nei confronti della nazionale gialloverde. Il regime, tramite uomini della guardia presidenziale, avrebbe intimidito squadra e staff tecnico (l’allenatore era proprio uno jugoslavo, Blagoja Vidinić). Avvertimento secco e brutale: «Se col Brasile perdete con più di tre gol di scarto ci saranno conseguenze per voi e le vostre famiglie». Ecco perché quel pallone fermo davanti a Rivelino diventa qualcosa di più di una punizione. Il Brasile sta già vincendo 3-0, un altro gol significherebbe 4-0, cioè esattamente la soglia del terrore. Ilunga non fa una giocata da pazzo o da clown: secondo le ricostruzioni successive cerca di guadagnare secondi, provando a creare confusione e a destabilizzare Rivelino, non certo l’ultimo arrivato davanti a un calcio piazzato vicino all’area.
Ritorno a casa tra le polemiche
La punizione poi viene battuta, il Brasile non segna il quarto gol, la partita finisce 3-0. Per i giocatori dello Zaire è un sospiro di sollievo ma il ritorno a casa non è certo con gli onori. È soprattutto la disfatta con la Jugoslavia ad agitare le polemiche, anche perché in patria prende forma l’interpretazione che quel 9-0 sia frutto di una protesta della squadra per i premi in denaro promessi e poi cancellati dopo la sconfitta alla prima partita con la Scozia.
La certezza acquisita è che lo Zaire avesse tra le proprie fila giocatori di buon livello che non potevano essere ridotti a comparse folkloristiche di quel Mondiale vinto poi dalla Germania. La “punizione al contrario” si è consolidata nel tempo come un episodio potentissimo: per decenni è filtrata solo la comicità involontaria, ma la rilettura nel contesto politico di un regime autoritario ha dato forma a una pagina nera del rapporto tra calcio, dittatura e propaganda.
© Riproduzione riservata